|
|
temi
di discussione |
la
storia continua....
...iscriviti
al P.d.C.I.
|
| roccasecca,
|
15
giugno 2005 |
|
|
Pesi
e misure
Guardate
l'articolo che segue. Ecco un esempio fra mille di quanto sia forte l'amore
per la democrazia e per la libertà degli avvoltoi che siedono alla Casa
Bianca. Il massacro infame compiuto dall'amico di Putin, Karimov, non viene
considerato alla stessa stregua di quelli compiuti da Saddam Hussein e riceve
il tacito perdono di questi solerti ma misericordiosi giudici universali. Ci
chiediamo: oggi, l'Uzbekistan (post-sovietico e quindi democratico, ça
va sans dire!) è uno Stato Canaglia? No? E perché? La risposta
sta tutta nell'articolo di Piovesana che abbiamo tratto da Peacereporter.it,
e si chiama imperialismo.
Dopo aver letto attentamente, chiedetevi: se qualcosa del genere fosse successo
in Iran, la reazione americana sarebbe stata la stessa? E come mai certe cose
non succedono a Cuba o in Venezuela, ma questi Paesi sono sotto attacco diretto
e continuo, senza esclusione di colpi? E se fosse accaduto in Palestina, avremmo
giustificato qualsiasi intervento, di chiunque? Qualcuno si è chiesto
cosa ne pensino i Paesi dell'area? O i musulmani?
Se qualcuno trova difficoltà a rispondere a queste domande, può
ancora essere recuperato ad una pratica della dignità. Se invece le risposte
fossero comprensive o addirittura di sostegno alla politica americana, vorrebbe
dire che la gente si sta convincendo che la legge della giungla è l'unica
che può vigere sulla Terra.
Ma qui non si tratta di propaganda, né di convinzioni pregiudiziali:
sono atti concreti quelli che svergognano in modo inequivocabile i padroni del
mondo, e nessuno può far finta che la sua coscienza non sia coinvolta.
Se oggi chiudiamo un occhio sulle nefandezze di questo sistema imperialista
globale, domani li chiuderemo tutti e due quando nel mirino saremo noi. E domani
è già cominciato. Vedi Taranto, Brescia, e Nassirya.
Fraterni saluti.
Uzbekistan
- 15.6.2005
Impunità duratura Gli Usa dalla parte del dittatore uzbeco:
nessuna inchiesta sul massacro di Andijan Non ci sarà nessuna indagine internazionale
e indipendente sul massacro di Andijan, dove lo scorso 13 maggio centinaia di
manifestanti furono massacrati dall’esercito uzbeco in quella che è stata la peggior
‘strage di piazza’ da Tienanmen ad oggi. Da settimane le organizzazioni internazionali
per i diritti umani, l’Unione europea, la Nato e il Dipartimento di Stato Usa
stavano pressando il dittatore uzbeco Islam Karimov affinché consentisse l’avvio
di un’inchiesta trasparente su quei tragici fatti. Ma nulla accadrà dopo la clamorosa
retromarcia della Nato e degli Stati Uniti avvenuta giovedì scorso al vertice
Nato-Russia di Bruxelles. Secondo quanto riportato dal Washington Post, il capo
del Pentagono Donald Rumsfeld ha bocciato il testo della dichiarazione finale
del vertice che era stato proposto dai suoi colleghi europei e che conteneva una
perentoria richiesta di indagini indipendenti al regime uzbeco. Rumsfeld ha posto
il veto a nome del governo Usa, sconfessando platealmente le precedenti dichiarazioni
del segretario di Stato Condoleezza Rice, che aveva definito “essenziale” un’inchiesta
internazionale sui fatti di Andijan. Un’uscita che aveva suscitato le ire di Karimov
il quale, per ritorsione, aveva immediatamente revocato i permessi di volo ai
velivoli Usa diretti alla grande base aerea americana di Karshi-Khanabad, nel
sud-est dell’Uzbekistan. La roccaforte della libertà. La base uzbeca di Karshi-Khanabad,
che al Pentagono chiamano semplicemente ‘2K’, è il più grande e strategico avamposto
degli Stati Uniti in Asia Centrale. Le migliaia di soldati e le centinaia di mezzi
aerei ospitati al Campo ‘Roccaforte della Libertà’ di Karshi-Khanabad costituiscono
la retrovia dell’operazione “Enduring Freedom” in Afghanistan e, in prospettiva,
rappresentano una postazione importantissima per il controllo militare del continente
asiatico. Una base che il Pentagono non vuole rischiare di perdere, per nessuna
ragione al mondo. Nel febbraio 2004 Rumsfeld andò in visita a Tashkent e fece
un accordo con Karimov, così riassunto da GlobalSecurity.org, think-tank militare
dei neoconservatori americani diretto da John Pike: “gli Stati Uniti avrebbero
ignorato le gravi violazioni dei diritti umani compiute dal regime uzbeco in cambio
del suo permesso di utilizzare la base di Karshi-Khanabad come base permanente”.
L’uscita critica della Rice ha rischiato di far saltare il patto. E quindi a Bruxelles
Rumsfeld non ha fatto altro che rimettere a posto le cose in nome di una realpolitik
che vede l’interesse nazionale Usa persino davanti alla difesa della democrazia
e dei diritti umani. Cronaca di un massacro. Diritti che quel 13 maggio ad Andijan
sono stati calpestati in maniera feroce. Non c’è ancora, e non ci sarà mai, un
bilancio ufficiale dei morti, anche se il numero di 500 appare come la stima minima.
Ma sulla dinamica dei fatti qualche chiarimento è stato fatto, soprattutto grazie
alle decine di testimonianze dei sopravvissuti interrogati da Human Rights Watch.
Quel pomeriggio Piazza Bobur, stracolma di uomini, donne e bambini che protestavano
contro il regime, venne circondata dall’esercito. Tutte le vie di fuga furono
bloccate con blindati, camion militari e cordoni di soldati. Anche la Cholpon
Prospect, principale via della città, venne chiusa con tre autobus parcheggiati
a formare una barriera. Quando i militari, senza il minimo preavviso, hanno iniziato
a sparare sulla folla in piazza, una marea umana terrorizzata si è riversata nella
Cholpon Prospect, riuscendo a spostare un autobus e ad aprire un varco. Al di
là trovarono i cecchini che dai tetti e dagli alberi cominciarono a sparare sul
mucchio e più avanti, all’altezza della scuola 15 e del Cinema Cholpon, un blocco
di blindati di fronte ai quali decine di soldati erano stesi a terra trincerati
dietro a sacchi di sabbia. Furono in trappola: una valanga di fuoco partì dalle
mitragliere dei blindati e dai fucili dei soldati, falciando centinaia di persone
in pochi minuti d’inferno. Seppellire la verità. Alla fine della giornata, Piazza
Bobur e le vie attorno erano rosse di sangue e cosparse da centinaia di cadaveri.
Durante la notte i corpi vennero caricati sui camion dell’esercito e portati via
e sepolti chissà dove. Nei giorni successivi il regime di Karimov iniziò a seppellire
anche la verità, incarcerando tutti gli attivisti dei diritti umani e gli esponenti
dei partiti d’opposizione che avevano denunciato il massacro di Andijan. “Le autorità
uzbeche stanno provando in tutti i modi a cancellare le tracce del massacro”,
ha detto Kenneth Roth, direttore di Human Rights Watch. “La persecuzione avviata
contro i difensori dei diritti umani è un evidente tentativo di nascondere quello
che è successo ad Andijan”, ha aggiunto Holly Carter, a capo della sezione Asia
Centrale di HRW. “Le nostre indagini sono state un primo passo per far luce su
quei tragici eventi, ma solo un’inchiesta internazionale potrà far emergere la
verità”, ha dichiarato Roth. Ma non sarà così, perché a Washington hanno deciso
che non vale la pena di rovinare i rapporti con un alleato strategico solo perché
ha trucidato qualche centinaio di uomini, donne e bambini.
Anche questa è guerra,
e gli Stati Uniti ci sono abituati.
L’importante è che a Karshi-Khanabad la bandiera
a stelle e strisce continui a sventolare sulla ‘Roccaforte della Libertà’.
La
libertà di chi?