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roccasecca, 14 giugno 2005
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Valori opportuni

Ezio Mauro, su Repubblica oggi in edicola, fa una riflessione abbastanza profonda sul significato dell'esito del referendum. Oltre a condividere buona parte delle analisi e degli spunti di riflessione che pone all'attenzione dei lettori, ci sembra utile fermarci un minuto sulle conclusioni che tira il giornalista a chiusura dell'articolo.
Egli invita la sinistra, o meglio, il centro-sinistra, a darsi dei valori di riferimento, ad uscire dall'improvvisazione del giorno per giorno per costruire un sistema identitario che gli consenta di presentarsi alla società non solo come opzione di alternanza in un contesto di disfacimento di qualsiasi scelta valoriale, bensì appunto come alternativa di società, non certamente forte di modelli preconfezionati, ma sicuramente poggiata su una concezione strutturata di società.
Bene, anzi benissimo! Da tempo pensiamo che sia questo e non altri il nodo gordiano da sciogliere se si vuole pensare ad una società governata in funzione e con metodi democratici, moderna negli strumenti ma capace di riaffermare valori storicamente riconosciuti come la partecipazione, la solidarietà, la pace. Noi aggiungiamo, non ultimo ma fra i valori fondanti, il lavoro e le sue rappresentanze, ma questo purtroppo è oggetto di trattativa, visti i tempi.
I segnali (nel bene e nel male, dalle regionali ai referendum) di un crescente allontanamento dei cittadini dalla cittadinanza, di un voto sempre più personalizzato, dove lo spostamento di un candidato riesce a ribaltare i risultati, dove il gioco non si decide più sulle opzioni politiche e culturali ma sul "peso" del personaggio, basteranno a mettere in crisi la scelta pragmatista della classe dirigente dei grandi agglomerati elettorali di centro-sinistra? Tutta questa frenesia di apparire a tutti i costi postmoderni, ossia di garantire il taglio netto di qualsiasi radice, di qualsivoglia riferimento culturale e di prospettiva, questo caparbio limitare le proposte (quando ci sono) alla gestione dell'immediato, ad una logica dell'emergenza, non possono che avere il fiato molto corto. Non si dà stimolo, e non si governa una nazione, con le ali di piombo dell'amministrazione del quotidiano.
Ci sembra di dover amaramente prendere atto di una diffusa mancanza di coraggio, di una rassegnazione, di un rincorrere un consenso sempre meno informato e sempre meno partecipativo che, con l'idea di allocarsi in una società che invece andrebbe governata all'insegna del cambiamento, finiscono per annichilire sempre più i gruppi dirigenti e sfaldare il blocco sociale ancor prima di crearlo.
Non è il referendum il problema, ma il sintomo di un disfacimento grave dell'idea stessa di democrazia che il nostro popolo sta accettando. Il qualunquismo, il decretare la morte delle culture del Novecento come se fossero state tutte ed in blocco delle aberrazioni, i cedimenti opportunistici che portano certi leader a manifestare su fronti opposti a distanza di pochi giorni, oltre a disorientare naturalmente la società che cerca invece riferimenti saldi, determina una più generale e complessiva sfiducia in qualsiasi sistema organico di idee.
Continuiamo ad essere convinti che il ruolo della politica sia non quello di seguire gli istinti degli strati meno consapevoli della società, anche quando questi diventano probabilmente maggioranza, ma di orientare la società stessa, fornendo risposte serie e organiche ai problemi, e non solo a quelli economici.
Pensiamo che non serva una classe politica che ragiona come in uno stadio dove quel che conta è vincere, ma una classe dirigente che sappia dire alla società dove bisogna andare, e dirlo in modo convincente. Perché, certo, vincere è importante, ma è necessario sapere perché vincere. Non ci siamo mai fidati del pret à porter della politica, di ricette confezionate a gusto di altri, o peggio della deregulation dell'amministrazione e dell'idealità. Dire che le ideologie sono finite, come se si trattasse di una intuizione da grandi pensatori ultramoderni, affermare l'egemonia di un modernismo senza costrutto, di un'idea libertina della libertà, ci sconvolge. Non possiamo in alcun modo accettare l'idea che una società possa essere abbandonata al laissez-faire senza che ciò produca mostri, come le periferie dimostrano (e non più solo quelle, purtroppo).
Quindi, ci sembra quanto mai necessario ripartire dai bisogni e dai valori reali, non quelli degli spot elettorali, per fondare una nuova idea di partecipazione, un'idea alta di società che guardi alla cultura, al superamento delle discriminazioni, alla soddisfazione di bisogni materiali ed evoluti, partendo da scelte chiare in tema di democrazia. Questo ha a che fare con l'idea di confederazione che il PdCI propone, poiché essa punta proprio a riqualificare le differenze in chiave di arricchimento e non di divisione, ma nella chiarezza di posizioni ideologiche, politiche e programmatiche diverse, che devono trovare una sintesi. Non si improvvisa il cambiamento, come non si cambia acconciandosi alle compatibilità con gli interessi dei più forti. Non è personalizzando lo scontro che si costruisce l'alternativa. Allontanare i cittadini dall'esercizio della cittadinanza è un metodo efficacissimo per selezionare gruppi dirigenti ad immagine di interessi che nulla hanno a che fare con la democrazia. Anche quando vota la maggioranza degli elettori.
Fraterni saluti.


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