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roccasecca, 10 giugno 2005
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Sogni e bisogni

Un'altra lezione ai buonisti. Dura, fredda, persino cattiva. Giuseppe Pisanu, unico ministro della Repubblica attualmente in carica (gli altri sono controfigure) ha spezzato le reni ai bravi ragazzi disposti a dare credito a chiunque in nome di chissà quale distorto concetto di "politically correct". Questi androidi che girano fra noi, e che si scandalizzano quando qualcuno più accorto prende posizioni nette, senza se e senza ma su argomenti cruciali quali la guerra, il controllo delle risorse (acqua, petrolio, ambiente, lavoro) o i diritti (della persona, internazionale, dei prigionieri di guerra) devono aver sofferto molto quando il ministro, nel giro di poche ore, ha seccamente smentito le sue stesse dichiarazioni appellandosi ad un "evidente malinteso" sulla questione della chiusura dei Cpt.
Capiamo bene il loro smarrimento, poiché sappiamo che tutte le anime candide ragionano in modo semplice, non si attendono il male poiché non lo praticano, sono pronti a porgere l'altra guancia, ma ad un aggressore che si dichiari tale, non sospettando che l'uomo posa essere capace di infingimenti di sorta. Tuttavia, siamo costretti a ricordare, sommessamente e con molta riluttanza per la caduta di stile, che noi abbiamo dedicato grandi sforzi a mettere tutti sull'avviso: abbiamo detto e ripetuto che noi non ce l'abbiamo con le destre perché richiamano nostalgie vergognose alla memoria, ma per quello che è oggi e qui il loro comportamento, la loro cultura, la loro concezione della società.
Come illudersi, diciamo ad ogni (frequente) occasione, che le boutade propagandistiche dei nostri avversari (di classe, non di schieramento) rappresentino esempi di autonomia politica e di giudizio convinto? Troppe volte gli italiani di buona volontà si sono illusi, ed hanno trasformato i loro bisogni (di modesto benessere, di sicurezza, di legalità, di democrazia) in sogni fondati sulle bugie e sugli slogan dei marpioni di turno. Quanti hanno creduto al "meno tasse", al "meno sprechi", al "più pensioni"? Quanti hanno visto in Fini il paladino dei diritti dei migranti quando ha dichiarato di voler loro "concedere" il diritto di voto amministrativo, dimenticando la fascistissima legge che porta il suo nome e quello del razzista Bossi? Quanti hanno creduto alla sua evoluzione democratica quando è andato a farsi dare da Sharon il placet per fare il ministro degli esteri in Italia, assumendo pose teatrali non necessarie e non richieste, superando ogni decenza nel confondere l'orrore e la pietà per lo sterminio degli ebrei con la fede nel Talmud e l'uso dei simboli religiosi di quel popolo?
Mille altri esempi ci dicono che costoro non hanno diritto al nostro credito, non meritano alcun beneficio di fiducia. E tuttavia, fra noi ancora si esita, si giustifica, si cercano attenuanti. Non si tratta di essere o meno disposti ad ascoltare le ragioni dell'avversario, cosa nobilissima e da praticare sempre (se lo facessero anche loro, sarebbe meglio, magari si eviterebbero le guerre e la distruzione del sistema delle relazioni sociali, ma non possiamo farci niente...). Si tratta invece di diventare adulti, e cominciare a discernere, a ragionare in base agli elementi di fatto e non alle promesse, agli slogan, alle chiacchiere.
A questo proposito, dovrebbe illuminare un particolare molto importante della vicenda. Dopo aver accettato o voluto la cosiddetta devoluzione (in realtà dissoluzione) dello Stato con l'affidamento alle Regioni di poteri esagerati e comunque non di loro competenza, cambiato il timone delle Regioni stesse con la frana elettorale delle destre, ecco il ministro dell'Interno fare dietro-front e ricordare ai Presidenti di centro-sinistra che non possono governare "a loro piacimento".
Che dire ancora?
Chi vuole continuare a dar credito a costoro, anche su opposte sponde, si accomodi pure.
Noi, questo modo di intendere la politica, lo rigettiamo "senza se e senza ma".
E i nostri non sono slogan, ma impegni di lotta.


FONDI PENSIONE? NO FONDI BIDONE

Con l’annuncio di Maroni dello slittamento a settembre – ad un mese dal termine ultimo fissato nella legge delega – del decreto sul trasferimento del TFR ai Fondi pensione e dell’avvio della procedura del silenzio/assenso a gennaio 2006, si apre una fase importante e decisiva per tutti coloro che non intendono rassegnarsi a questo furto con destrezza perpetrato ai danni dei lavoratori e ideato dal governo di centro-destra per ingrassare la speculazione finanziaria attraverso l’avvio forzoso della cosiddetta previdenza integrativa. I tempi, per il governo e per i lupi di ogni sorta che si aggirano famelici intorno ad una torta calcolata nell’ordine dei dieci miliardi di euro, sono sempre più stretti e la possibilità che la delega salti – anche per le difficoltà economiche del Paese (da dove tireranno fuori le risorse per gli incentivi di compensazione alle imprese chiamate a rinunciare al finanziamento a tasso iper- agevolato costituito dal TFR?) - diviene una possibilità da non scartare. E’ in questi mesi che si rende allora necessaria una forte azione che, svelando i reali giochi in atto, faccia montare l’opposizione sociale, prima al varo del decreto e poi, se mai il decreto verrà pubblicato, al trasferimento del TFR nel Fondi. Preliminarmente a ciò e perché una qualunque campagna possa essere realmente incisiva occorre però fare chiarezza sulle mistificazioni insite nella stessa terminologia adottata per far passare nelle coscienze delle persone l’intera operazione. Si dice che per recuperare il taglio delle pensioni pubbliche diviene necessario avviare la “seconda gamba” previdenziale costituita dai Fondi pensione e che il sacrificio del TFR è indispensabile per garantire ai futuri pensionati una pensione integrativa. I Fondi pensione però, a dispetto del nome, non erogano alcuna pensione. I Fondi pensione accumulano semplicemente il capitale versato dai lavoratori cercando di farlo fruttare attraverso speculazioni di borsa. Quando un lavoratore va in pensione riceve dal Fondo pensione quel capitale accumulato e nient’altro (anzi, ci paga le commissioni) così come avrebbe da qualunque altra forma di risparmio gestita. Il lavoratore ha a questo punto la possibilità di farsi spalmare quel capitale negli anni – sulla base della speranza di vita ufficialmente accettata – avendo come unica rivalutazione possibile quella prevista per un qualunque deposito bancario. Questa operazione la si potrebbe fare, negli stessi identici termini, con il TFR (sempre che il lavoratore non abbia dovuto impiegarlo a copertura di periodi di disoccupazione). E allora perché il lavoratore dovrebbe preferire ingrassare i Fondi pensione? Il TFR è certo ( se la ditta che lo ha accantonato fallisce lo eroga l’apposito fondo istituito presso l’INPS), ha un rendimento garantito (1,5% l’anno più il 75% dell’inflazione) e copre i lavoratori dai rischi di perdita del lavoro. I Fondi pensione sono soggetti ai rischi connessi alla svalutazione delle monete, ai rischi di iperinflazione (tuttaltro che remoti nell’arco dei 40 anni di vita lavorativa di ogni persona), ai rischi di gestioni fallimentari o truffaldine dei capitali i cui esempi sono sotto gli occhi di tutti e, se il lavoratore ha scampato da questi rischi, alle oscillazioni e alla volatilità delle borse in connessione con le capacità speculative dei gestori finanziari. In pratica, nessun Fondo pensione può garantire al lavoratore che aderisce neanche la restituzione del capitale versato e nessun Fondo può ipotizzare attese di rendimento tali da compensare – tolte le spese a carico del lavoratore – i rischi a cui sottopone il capitale versato. Perché un lavoratore dovrebbe allora preferire un Fondo pensione al TFR? Qualcuno dirà che al capitale nel Fondo pensione a favore del lavoratore concorrono anche i versamenti del datore di lavoro stabiliti nella contrattazione collettiva. Affermazione vera ma parziale: i versamenti che i datori di lavoro erogano nei Fondi pensione rientrano nel costo del lavoro concordato in fase contrattuale, sono nella voce costo del lavoro e lo sarebbero comunque se quei fondi finissero direttamente in aumenti salariali o (perché no?), ad incremento dello stesso TFR (anzi credo che quest’ultima sarebbe un’ipotesi particolarmente bene accetta dalla imprese visto il suo utilizzo come forma di finanziamento agevolato). Ergo, pompare i Fondi pensione o rimpinguare i salari dei lavoratori, anche tramite un incremento del TFR è solo una scelta sociale e sindacale. Ovviamente lo stesso discorso vale per le agevolazioni fiscali utilizzate come cuneo per imporre la finanziarizzazione della previdenza. Non c’è una sola ragione che giustifichi la rinuncia del TFR da parte dei lavoratori: non è certo attraverso il sistema dei Fondi pensione e della speculazione finanziaria (che non produce ricchezza ma semplicemente la ridistribuisce verso l’alto sottraendola alle persone e ai paesi più deboli), che si garantisce una pensione adeguata ai futuri pensionati. L’unica strada percorribile è quella di una nuova previdenza pubblica che si finanzi con quel sistema a ripartizione fondato sulla solidarietà tra le generazioni che non si regge, come hanno tentato e ci hanno fatto credere negli ultimi quindici anni, sul denaro, ma sul lavoro e sulla capacità di questi di produrre ricchezza e benessere sociale.
Di questo e su questo dobbiamo parlare ed interrogarci nelle prossime settimane e nei prossimi mesi se vogliamo realmente vincere questa battaglia.

Severo Lutrario attac italia

10 giugno 2005

Crediamo necessario intanto fare una ricognizione delle forze disponibili, poiché ci risulta che a anche a sinistra, al solito, ci sono molte "scuole di pensiero". Comunque il tema è forte e sentito, come registriamo ogni giorno sul posto di lavoro.
Per quanto ci riguarda siamo attivi da un po' sulla tematica, ma comprendiamo che occorre tirare più in alto, con iniziative più evidenti e soprattutto unitarie per quanto possibile.
Intanto, diffondete e fateci sapere.
Fraterni saluti.



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