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| roccasecca, | 8 giugno 2005 |
Confessiamo
il disagio grave che proviamo a misurarci con il bisogno di essere informati
in una società che viene comunemente definita "dell'informazione".
Le note manipolazioni, il controllo delle fonti, la normalizzazione dei diffusori,
la cernita accurata degli opinionisti e l'accaparramento delle risorse, per
dimensioni dei fenomeni e per loro grado di influenza sui processi di produzione,
distribuzione e fruizione del bene informazione già di per sé
descrivono uno scenario ben poco rassicurante sotto il profilo democratico.
Ma c'è, in più, un atteggiamento ormai generalizzato alla mistificazione,
alla rimozione totale dell'argomento in discussione e alla sua sostituzione
con aspetti più frivoli di dibattito, tali da far deragliare puntualmente
l'attenzione su questioni che nulla hanno a che vedere con l'argomento stesso.
Ad esempio, quando si parla di guerra il dibattito viene immediatamente deviato
sul binario morto del terrorismo o delle querelle sulla supposta superiorità
di alcuni popoli su altri. Se si vuole discutere di fecondazione, e in particolare
della legge 40, di colpo si è strappati con forza dallo sforzo di capire
e proiettati su discussioni sull'ammissibilità dell'astensionismo come
metodo democratico (il che è come discutere di quante ali abbiano gli
angeli).
Nel caso dell'economia, poiché il dibattito su argomenti come sviluppo,
diritti, Europa, TFR, salari, welfare, globalizzazione si fa ogni giorno più
ardente, e vista l'ormai sperimentalmente accertata incapacità del ceto
dominante di affrontare con decenza pur minima qualsiasi studio di proposta,
si pensa bene di sterzare a secco verso altre e più innocue discussioni.
Tutti sanno perfettamente che il ritorno alla lira non è altro che una
esternazione di stravaganti personaggi che da sempre fanno il contrario di quello
che dicono, ma nessuno sembra accorgersi dell'inganno, e si riempiono pagine
di giornali e programmi ad alto costo finanziario e ad alto tasso di ascolto
per disquisire su questa apparente facezia. Se la Lega avesse un minimo di coerenza
non dovrebbe sedere in un Parlamento e addirittura in un governo che pubblicamente
ha sconfessato più volte, non dovrebbe richiamarsi quando deve difendere
interessi di classe o lotte di bottega ai valori cristiani fondanti addirittura
l'Europa e poi chiedere ad ogni piè sospinto la pena di morte o riconoscere
i riti e le saghe pagane, non dovrebbe parlare di federalismo per chiedere provvedimenti
che realizzano il dissolvimento anziché il rafforzamento dell'unità
dei popoli.
Tuttavia, in questa fase di crisi epocale della compagine al potere, essa viene
utilizzata per introdurre quell'elemento di disturbo al dibattito serio in grado
di disorientare gli italiani, già confusi dai messaggi contraddittori
e che spesso non collimano con il potere d'acquisto dei loro salari o pensioni.
E allora, aizzato il pittbull leghista, come per magia non si parla più
di priorità come lo studio, la ricerca, il Mezzogiorno, ma ci si perde
in discussioni assolutamente inutili sul ritorno alla lira.
Dopo che la Lega, soprattutto con l'aiuto del "genio" Tremonti, ha
sparlato per anni di buchi nell'economia e nel bilancio italiani causati dagli
sprechi e dalle svalutazioni monetarie, ci tocca sentire il ministro Castelli
dichiarare che loro si preoccupano di aiutare le imprese italiane e quindi vorrebbero
la reintroduzione della liretta da potere svalutare a loro piacimento per -lui
ne è certo - potenziare l'export. Ovviamente, questo originale ministro
non si chiede chi abbia finanziato finora le svalutazioni della vecchia moneta,
ma la cosa più grave è che non glielo chieda nessun altro. Lui,
strategicamente, declassa il dibattito economico nazionale a chiacchiericcio
da cortile, costruisce castelli in aria forte del cognome che porta e dei contenuti
della sua politica, ma il problema è che gente seria che siede all'opposizione,
nobilita tali chiacchiericci ascoltandoli e rispondendo come se si trattasse
di cose serie.
Quello che ci preoccupa, quindi, non è tanto il nuovo maldestro tentativo
di una maggioranza sfasciata e sfacciata di non affrontare i nodi critici che
strangolano il Paese ed i lavoratori in particolare. Siamo invece allibiti per
il fatto che ancora nel centro-sinistra ci si attardi e non si veda come il
momento richieda uno scatto di iniziativa, una nuova chiamata di responsabilità
al popolo italiano per cacciare subito costoro, e davvero non soltanto nel quadro
di una battaglia politica doverosa (che razza di opposizione è quella
che non lotta per sostituire chi è al governo?) ma perché ogni
giorno perso è un danno tremendo alle condizioni del Paese, alle sue
prospettive, alle sue risorse non soltanto economiche.
Quello che ci aspettiamo, come umili ma determinati cittadini italiani, come
lavoratori e come democratici, è una presa di iniziativa forte, che punti
a coinvolgere gli italiani in una battaglia ferma, vigorosa e costante per ottenere
le condizioni di un cambiamento vero.
E le condizioni di questo cambiamento si chiamano, in una parola, partecipazione.
Giovanni Morsillo