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| roccasecca, | 30 maggio 2005 |
Si
può dire tutto ed il suo contrario, sul voto francese, ed ognuno è
impegnato a fabbricarsi le scuse più strambe, a gioire credendo di aver
fermato qualcosa che invece va avanti, o a ragionare seriamente sul risultato.
Perché questo non è un voto su un governo ma sulle regole scelte
da una classe dirigente per indirizzare qualsiasi governo, qualsiasi politica.
Ed allora, senza infingimenti, bisognerebbe avere l'onestà di riconoscere
che i Francesi queste regole non le vogliono accettare.
Certo, nella Babele di interpretazioni stiracchiate, un argomento di una certa
verità esiste: hanno votato insieme la sinistra (parte di essa) e la
destra (parte di essa), ambedue contrarie al Trattato per ragioni differenti
ma non sempre del tutto opposte (nazionalismo, ad esempio?).
Ma questo non vuol dire molto, visto che ai nostri giorni anche la destra ha
solide radici di consenso fra le classi popolari. Eludere questo dato sarebbe
idiota, prima che fuorviante.
Partendo da esso, invece, ci si imbatte in una realtà ineludibile: il
POPOLO francese dice no. E' un bene? E' un male? Come sempre, non c'è
una risposta categorica, e diverse sono le conseguenze di questo voto, non tutte
auspicabili dagli stessi sostenitori del no.
Una cosa, però, non va bene. Buona parte della classe dominante e del
ceto politico europeo dice che bisogna andare avanti come se niente fosse avvenuto,
insistendo sulla via liberista e atlantica, a colpi di prevaricazione della
volontà popolare, che in effetti non è citata come sovrana nel
testo del Trattato. Tale strada, però, non risolve il problema, ma se
mai lo amplifica, allontanando ancor di più i cittadini della futura
Europa dalla stessa cittadinanza europea, ossia allargando il fossato che divide
i cittadini da istituzioni che si stanno formando al di sopra e al di fuori
della loro partecipazione, del loro controllo, delle loro aspettative.
"Fare l'Europa" non è un compito delle élites economiche
e politiche dominanti, ma dovrebbe essere un processo di integrazione di realtà,
bisogni, potenzialità, in una pratica solidale e condivisa dei diritti
e dei doveri dei nuovi cittadini europei. Invece si fa di tutto affinché
questo processo risulti ostico, incomprensibile e lontano dalle priorità
dei popoli, che quindi lo percepiscono come l'ennesima strategia dei grandi
potentati economici e dei loro manutengoli politici a loro danno.
Vero è che senza un trattato non c'è nemmeno la possibilità
di discutere, ma se si potesse trovare una volta tanto l'unità del mondo
del lavoro e della cittadinanza attiva, della solidarietà praticata e
diffusa, forse una soluzione migliore si potrebbe realizzare. Molti Francesi
hanno votato da nazionalisti, molti da sciovinisti, ma moltissimi lo hanno fatto
preoccupati di accettare o meno un'Europa esangue, asfissiata e debole sul piano
internazionale nella difesa dei diritti e delle condizioni di vita dei suoi
abitanti, di un'Europa che non si sa cosa debba essere, di un processo federativo
che non parte, di una politica estera, economica, del lavoro e del welfare che
non si delinea neppure o che comunque viaggiano su parametri flessibili e scelti
sulle convenienze delle varie fasi. E i Francesi sanno di essere fra quelli
che trainano il convoglio. Pensiamo cosa possono percepire i cittadini di nazioni
meno potenti, come la Spagna, la Grecia o l'Italia.
Però la classe dirigente rinuncia ad aprire in Europa la questione Europa.
Manca il coraggio politico di affrontare la sfida? E' questione di capacità?
O non vi è forse una volontà dei liberisti e dei conservatori
di tutte le etichette di costituire un sistema di relazioni fondate su priorità
diverse da quelle sociali? Non è forse vero che questa Europa vende armi
e si rifiuta di avere una politica comune di pace? E Bolkestein? E la Cina,
i dazi, il petrolio?
Ecco, su cosa hanno votato i Francesi: su una ricetta molto fumosa che non è
in grado di tutelare alcun interesse perché consente di trasformare in
affari i bisogni (pensioni e welfare, lavoro, cultura, servizi, acqua, ambiente
ecc.).
Che fare? Continuare a difendere improbabili fortini dove si esulta (spesso
irresponsabilmente) o si cercano scuse ai propri errori infilando la testa sotto
le dune aride della propria inadeguatezza? Se la sinistra volesse degnarsi di
ricercare un dialogo programmatico su questo, forse anche le campagne elettorali
che stanno a cuore a buona parte dei gruppi dirigenti avrebbero maggiore efficacia,
e non dovremmo logorarci nei pronostici su come andranno le prossime elezioni,
ma potremmo ragionare su cosa farà il prossimo governo.
Non continuiamo
a considerare la politica come una lotteria: la fortuna c'entra molto poco.
GIOVANNI MORSILLO