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| roccasecca, | 12 maggio 2005 |
VICINO
ORIENTE Il nuovo libro di Diliberto
Da "La Rinascita della Sinistra":
la recensione di Iacopo Venier
Il rischio degli instant book, ed in particolare
di quelli pubblicati dai leader politici, è sempre quello di essere subito vecchi
perché sono in realtà solo operazioni mediatiche che durano lo spazio di una
battuta. Questo rischio il nuovo libro di Oliviero Diliberto (Vicino Oriente.
Italia e mondo arabo dall’11 settembre alle elezioni in Iraq) non lo corre di
certo.
L’autore di questa “conversazione” con Manuela Palermi ha infatti scelto il
migliore degli antidoti proponendo al lettore non solo un chiaro e netto punto
di vista sull’attualità drammatica della fase internazionale, ma una “visione”
del mondo che sostanzia un progetto politico di respiro strategico. Diliberto
ci dice infatti esplicitamente che l’ambizione storica di riconquistare un ruolo
pieno dei comunisti dopo l’89 parte dalla presa d’atto definitiva della nuova
fase storica, dei nuovi rapporti di forza, dei nuovi protagonisti e quindi dalla
definizione di una strategia conseguente. La politica internazionale diventa
così il luogo privilegiato per leggere le nuove dinamiche della globalizzazione
neoliberale, iniziate proprio con il crollo del mondo bipolare.
E’ da questa
prospettiva, da questo punto di osservazione, che appare in tutta evidenza come
siano radicalmente cambiati i parametri stessi della politica e del diritto
rendendo, se non ininfluente, certo meno rilevante l’ambito nazionale. Per questo,
con qualche giusto fastidio, Diliberto constata invece come la sinistra europea
e la politica italiana fatichino a superare il limite sempre più intollerabile
del provincialismo e dell’eurocentrismo. Attardarsi ad utilizzare schemi antiquati,
e quindi inutili, costituisce, per l’autore, un errore imperdonabile in primo
luogo per chi, volendo cambiare il mondo, dovrebbe prima conoscerlo. Pur al
riparo di alcune giuste cautele (“viviamo tempi di trasformazioni epocali, che
come tali, sfuggono nella loro completezza e complessità ai loro contemporanei”)
e di una forma colloquiale che rende il testo molto fruibile e non autoritario,
siamo quind???i di fronte, non solo appunto ad una riflessione molto dettagliata
sul Medio Oriente ed i suoi drammatici problemi, ma ad un tentativo classicamente
marxiano di interpretazione del reale al fine del disvelamento di quella maschera
ideologica che sostiene ed alimenta le nuove forme di sfruttamento ed alienazione
di tipo planetario. L’autore chiama quindi ad aprire gli occhi sulla nuova ideologia
che maschera, alimenta, sostiene la guerra. E’ l’ideologia dell’occidente come
meta-concetto a sostegno del nuovo colonialismo, dell’appropriazione diretta
delle risorse del pianeta, di un nuovo razzismo che si nutre della asimmetria
nei diritti e nei valori. La guerra è guerra, ci dice l’autore, e non può essere
né umanitaria né portatrice di democrazia.
La guerra che ha sostituito la politica
“non è solo un crimine ma è un errore” che ci sta portando verso il baratro.
Per fermarla non bisogna “abituarsi alle menzogne” ed affrontare “con realismo”
ma anche molta determinazione i nostri avversari e le loro armi, culturali e
non. Da qui la scelta di partire da quel luogo, anche fisico, che ha assunto
oggi il ruolo di paradigma del tutto: il Mediterraneo. Il Mediterraneo ponte
tra le culture, luogo degli imperi e delle civiltà, mare di pace e di guerra,
torna mille volte nel ragionamento come una calamita potente. Diliberto ci propone
questo mare come il centro del centro, come l’elemento da cui ripartire per
ridare un ruolo all’Italia (non più sud ma centro); per dare un senso all’Europa
(non fortezza ma potenza di pace); per sconfiggere il disegno di dominio Usa;
per dare giustizia e pace e bonificare i bacini dell’odio che alimentano il
terrorismo. E non guasta incontrare così non solo il politico ma anche l’uomo,
il sardo, che ha coltivato la propria passione per il mare che circonda la sua
isola con i suoi viaggi, con gli incontri e le amicizie che lo legano a molti
dei protagonisti di quest’area. Come non guasta veder emergere nel libro la
formazione professionale dell’autore, il suo amore per il diritto e per la storia,
che ci aiuta a vedere le dinamiche dell’oggi in un quadro temporale molto più
vasto. Torna più volte infatti il riferimento a quell’Impero romano che seppe
non solo conquistare, con la forza, ma anche unire, con il diritto. E’ il giurista
Diliberto che parla, che denuncia come, sotto i colpi della guerra preventiva
e permanente, stiamo perdendo la vera “civiltà” e cioè il diritto come garanzia
di uguaglianza, come speranza di giustizia, come patto di cittadinanza. Senza
diritto vince il più forte e cresce l’impotenza e la disperazione delle vittime
che alimenta il terrorismo. Senza diritto non c’è pace. Questo testo, breve
ma intenso, consente quindi di scegliere diversi livelli di lettura per affrontare
temi complessi ma ineludibili per chiunque voglia cimentarsi nella più nobile
delle arti: la politica.
Sì, la politica è la regina del ragionamento, è la
stella polare da cui l’autore non vuole mai allontanarsi. Dichiaratamente, orgogliosamente,
esplicitamente “politico”, Diliberto elenca puntigliosamente quali siano oggi
le caratteristiche principali di un approccio utile a questa impresa. Profondità
nell’analisi, realismo nel valutare i rapporti di forza, concretezza nelle proposte
ed ottimismo sulla prospettiva sono i parametri fondamentali che possono consentire
“quel ritorno della politica” (“che governa i processi economici e non viceversa”)
a cui tutta l’opera tende a contribuire. Resta da dire della ricchezza delle
informazioni, anche tecniche, sui fatti e sui protagonisti delle vicende del
Medio Oriente, che si possono ritrovare nel libro anche grazie ad un puntuale
controcanto di Manuela Palermi che, intervistando il segretario del Pdci, non
manca di rendere evidente il proprio, personale, legame con questi temi. Un
libro quindi utile, utile per noi che con Diliberto condividiamo analisi e obiettivi,
per noi che con lui siamo stati protagonisti diretti o indiretti di molti degli
eventi raccontati ma, sono sicuro, anche per chi con noi non è ma è intelligentemente
curioso di capire perché, nel secondo millennio, ci sono ancora donne e uomini
liberi che orgogliosamente e irriducibilmente si proclamano comunisti.