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| roccasecca, | 10 maggio 2005 |
Domenica, a Roma, ho incontrato Alberto Granado. Quello del viaggio in motocicletta con il Che per mezza America Latina.
Sono due giorni che cerco di scrivere qualche commento degno dell’occasione, qualcosa di non banale che rispetti la straordinarietà dell’occasione. Ma non ci riesco. Qualsiasi cosa sembra avere un sapore scialbo, sembra una brutta accozzaglia di parole e sentimenti troppo poveri per descrivere quello che è stato. Nessuna santificazione, per carità! Lontano ogni scivolamento nella mitizzazione, che suona insulto per un uomo così. Ma la rottura fra l’idea che uno si fa di uomini straordinari, e la semplicità con cui si presenta Granado, la sua stretta di mano timida e il suo parlare sicuro, è una cosa che diventa sensazione e ti sbatte addosso rinfacciandoti la tua ingenuità.
La mia domanda su quanto ci fosse di vero nell’immagine che abbiamo ricevuto del Che come eroe romantico, come idealista donchisciottesco e quanto invece le sue fossero scelte meditate e concrete di un rivoluzionario serio, ha suscitato un gesto di approvazione in Granado, e lui l’ha utilizzata per ribadire che il Che era un uomo. Certamente con doti straordinarie, ma un uomo, con i suoi limiti e difetti, e che ha combattuto perché ha deciso di farlo. Si vedeva che parlava anche di sé stesso, e che rivendicava una dimensione che al Che è stata già sottratta: essere uomo, nel proprio tempo, con le proprie responsabilità.
Ha detto che il Che (che lui chiama Ernesto) rispettava tre principi morali,
cui non derogava mai: non dire mai una menzogna, né accettarla; non far fare
ad altri ciò che toccava a lui; comportarsi sempre in conformità ai principi
che professava. Ha aggiunto, sorridendo ironicamente e con uno sguardo particolarmente
luminoso, che quindi non è difficile essere come il Che: basta osservare questi
precetti. Abbiamo sorriso tutti, consapevoli che quando fai riferimento alla
coscienza di gente come Ernesto Guevara sai bene che non sei all’altezza, e
che tutto quello che puoi fare è sentire dalla voce del suo amico di gioventù
che la tua lotta, la tua scelta di vita, incomparabilmente più mediocre e comoda
della sua, è oggi utile. Ci ha un po’ stupiti, quando ha detto che bisogna affidarsi
ai giovani, perché il futuro è loro. Non ci aspettavamo che un vecchio potesse
sentire il cambiamento dei tempi come un fatto positivo. Ma Alberto Granado
non è un vecchio qualsiasi.
Ha conosciuto il Che Guevara, e questo patrimonio
lo ha reso ricco di una ricchezza speciale.
Forse qualche maglietta in meno
e qualche libro in più, ci farebbero assaporare meglio il grande frutto che
Ernesto Guevara de Le Serna ha coltivato: l’Uomo Nuovo.
Giovanni Morsillo