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roccasecca, 29 aprile 2005
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Liberisti

Abbiamo letto con una certa meraviglia le notizie che circolano da un po' circa la corsa ai ripari dei governi occidentali (Europa con l’Italia in testa e Stati Uniti ma anche Giappone e altri paesi liberisti) per l’invasione di tessuti e merci in genere prodotti in Cina e rivenduti da noi.
Non perché ci aspettassimo che i signori del monopolio vedessero con favore lo sviluppo di economie nuove (per quanto vecchissime nei metodi, e che utilizzano le peggiori forme di sfruttamento inventate dal capitalismo selvaggio). Piuttosto, pensavamo che i sostenitori del libero mercato, della competizione globale, dello sviluppo attraverso la concorrenza tariffaria, volessero inopinatamente copiare quelle ricette e tentare di introdurle a forza nei nostri Paesi. Pensavamo cioè che fossero sì rozzi e legati ad una concezione tutta materiale del lavoro (nel senso che per loro è merce) ma che questo si fermasse ad una mera quanto sterile battaglia per l’ormai stantia fissazione della riduzione del costo del lavoro a danno dei lavoratori. Invece, un guizzo di modernità ha fatto brillare nelle loro preziose meningi (ce le hanno di sicuro, e a volte ne vediamo gli effetti) una idea straordinaria, tutta moderna e fresca, di soluzione del problema: il dazio. Qualche inopportuno mestatore di sinistra ha avuto la faccia tosta di dire che questi metodi risalgono alle civiltà antiche, e che già ai tempi di Marco Polo (quindi alcune settimane prima dell’ascesa al governo di Berlusconi e della sua Reggia dei Libertini) si sentiva l’esigenza di superarli.
Qualcuno dovrà informarli che anche il Risorgimento si batté contro i dazi fra i vari Stati in cui l’Italia era suddivisa dal Congresso di Vienna, anche questo un po’ prima che l’Unto si sacrificasse per la causa (no, non c’entra il lodo Mondadori, cercate di seguire un ragionamento senza pensare sempre alla stessa cosa). Non intendiamo dire che le cose antiche siano per forza da buttare (vedi Costituzione), né che non possano più funzionare (rivedi Costituzione; e se non bastasse sappiate che una nostra vicina di casa ha una lavatrice di diciassette anni che va come una scheggia). Solo ci sembra che quelle richieste rappresentassero un’esigenza di fronte ad un’economia che cambiava. Da allora è stato fatto qualche ulteriore passetto in avanti, e a meno che non si intenda tornare al cavallo e al telaio, forse oggi ricette di quel tipo sarebbero poco efficaci. Quando abbiamo l’occasione di ascoltare qualche capoccione del FMI, della Banca Mondiale, o qualche Presidente di multinazionali o di Paesi imperialisti, ci viene sempre il dubbio che abbiano aderito a qualche versione aggiornata del leninismo, visto che parlano di superamento degli steccati, di globalizzazione, di libero transito delle merci (per gli uomini è ancora presto, si comincia sempre dalle cose più importanti e poi si scende gradualmente), di abbattimento delle tariffe ecc. Poi, sentiamo i politici illuminati, gli intelligentoni che hanno in mano le sorti del loro paese o in certi casi del mondo intero, da Bush fino ai leghisti, e un po’ sudiamo a trovare l’incastro. Non riusciamo proprio a capire come si possano integrare i mercati attraverso l’uso dei dazi, né abbiamo chiaro quali siano i valori di riferimento di costoro. Poiché infatti essi si proclamano a gran voce e spesso democratici, liberali, e professanti tutte le filosofie e le religioni che invitano alla disposizione verso il bene supremo, noi abbiamo a volte avuto la confusa percezione che in cima alla scala dei loro interessi ci fosse il genere umano. Poi, però, ci svegliamo sempre, anche se un po’ sudati, e l’incubo torna nell’oblio della notte, schiacciato nel suo tetro ambito: l’illusione. E ci chiediamo dove fossero questi neo-protezionisti, questi campioni delle garanzie acquisite (dal capitale, non dal lavoro), questi difensori strenui degli orti di casa, quando le loro imprese, le multinazionali e le fabbrichette dei Sciuri Brambilla andavano a sfruttare le condizioni di schiavitù consentite in quei paesi, che insieme a condizioni fiscali incredibili e alla totale mancanza di regole ambientali realizzavano il sogno del paese di Bengodi. Le scarpe marchigiane prodotte a Valona e Durazzo furono viste come il pionierismo dell’assalto all’Est. Ci fosse uno che si sia mai chiesto da dove vengono i Bukhara che impreziosiscono i salotti buoni, un qualsiasi liberista che abbia mai avuto il sospetto che importare merce prodotta uccidendo i lavoratori per malattie, incidenti, condizioni di vita e di lavoro oltre l’indicibile, utilizzando l’analfabetismo come strumento di coercizione potentissimo, la fame, la sete e l’ignoranza come mezzi eccellenti di dominio, potesse costituire un crimine non solo morale! Tutti presi a disquisire sull’inattualità delle feste sacre dei lavoratori e dei cittadini, come il Primo Maggio e il 25 Aprile (in Italia) si infastidiscono pure, quando uno li disturba con immagini e dati sul risultato della loro rapacità. Noi continuiamo a pensare che forse qualcuno deve mettere mano ad un nuovo modo di concepire l’economia, a partire dai consumi energetici, per garantire uno sviluppo finalmente fondato su una concezione della vita più felice, e sempre meno organizzata come semplice attività di consumo. Sarebbe così scandaloso se la sinistra tornasse a pensare ad una società “diversamente ricca” riprendendo le intuizioni di Enrico Berlinguer e di Riccardo Lombardi?
O costoro sono buoni solo per fare qualche manifesto (solo il primo, che il secondo nemmeno se lo ricordano) quando l’anniversario cade in periodo elettorale? Vorremmo sommessamente esprimere il desiderio che anche il centro-sinistra non cadesse nella suggestione di ricorrere a esternazioni propagandistiche pur di accalappiare qualche consenso qualunquistico. Dimostrare una statura diversa dallo squallore del berlusconismo non è cosa difficile. Ma non accontentiamoci.
Fraterni saluti.



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