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| roccasecca, | 27 aprile 2005 |
E
così è passata ‘a nuttata.
Un sacco di discussioni, minacce, gente disperata
sull’orlo del delirio, Calderoli oltre l’orlo (ma è normale) e la crisi è passata,
risolta in una bolla di chewing-gum, un po’ appiccicosa ma che non lascia tracce,
né rimpianti. Ve l’aveva detto, il nano (politicamente) che avrebbe messo tutto
a posto! Altrimenti che populista sarebbe? Il suo paternalismo dollaruto funziona,
con gli amici che frequenta: basta che ricordi a quegli scapestrati dei follinisti
ed ai ragazzacci esuberanti di Arroganza Nazionale che i rubinetti li controlla
lui, e che se disobbediscono li chiude, che ecco tornare la calma. Il sereno
vero e proprio no, ma una calma saggia e ponderata sì. Del resto, mica sono
Casarini, quelli! Disobbediscono, ma poi sanno contare, e quando vedono che
il padrone s’infuria, pensano un po’, e poi si mettono di nuovo a dormire. Certo,
chi sosteneva che il Signore dei Tranelli non sarebbe riuscito in un nuovo colpo
di teatro per presentare agli italiani una zuppa marcia come fosse l’opera di
un grande gourmet, rimarrà umiliato. Non solo c’è riuscito, ma lo ha fatto utilizzando
gli avanzi, e solo quelli. Torna il mitico Tremonti, che per onorare il cognome
pensa di disfarsi delle spiagge (che non si parli di governo balneare), e come
se non bastasse il povero capo di via della Scrofa viene completamente esautorato
dalle sue funzioni, forse assunte ad interim dal Cavaliere. Infatti, è il miliardario
ridens a decidere la componente governativa di AN, mentre Fini, che era convinto
di esserne il Presidente, assiste impotente. Lui voleva Storace al partito e
invece se lo ritrova ministro (date le competenze, è anche logico: se metti
uno capace poi gli altri sfigurano, e non è elegante mettere gli amici in imbarazzo).
Lui voleva mantenere Gasparri e se lo ritrova disoccupato. Lui strozzerebbe
Alemanno anche senza sconto di pena, e lo vede scalare i vertici del partito
e in più controllare ormai la delegazione a Palazzo Chigi. Non ne indovina una,
ma è contento lo stesso. Tanto lui il posto ce l’ha, e ubbidisce fedele, abituato
com’è a credere, obbedire, combattere (a comando). E Follini, che ha rischiato
una scissione con quel galantuomo di Giovanardi, ancorato alla sedia come un
polipo, che si ritrova invece a vederlo gongolare, con buona pace di Tabacci
e delle sue compunte richieste di cambiamento di rotta. Beh, che ci vuoi fare?
Sono cattolici, sono nati per soffrire. Ma almeno ci riescono benissimo, e gli
piace talmente che coinvolgono tutti noi nella sofferenza. Che cuori d’oro.
La sempre lodata saggezza della mamma e della zia suora hanno funzionato ancora:
con gli avanzi della politica si possono tirar fuori dei bei governi, ché in
fatto di pasticci non siamo secondi nemmeno a Nonna Papera. Altro che crisi:
al massimo concediamo ai ragazzi un’ora d’aria, e poi di nuovo tutti ai loro
posti: fuori i tecnici e dentro i trombati. Ma non avevano vinto le elezioni
all’insegna della messa al bando della vecchia politica? Non avevano detto che
loro credevano nella gestione tecnica e non nelle lungaggini della mediazione?
Una cosa, non abbiamo capito: il presidente del Consiglio (che fa anche le funzioni
dell’Amministratore Delegato, ma forse solo ad interim) ha sempre proceduto
a colpi di maggioranza, sostenendo di essere stato investito dal voto , dal
consenso ampio e popolare per poter fare quello che gli aggrada. Non ha fatto
discutere neppure le finanziarie, ha messo la fiducia pure sui regolamenti più
innocui, ha impedito qualsiasi confronto perfino sulla sostituzione della Carta
costituzionale che modificherebbe la fisionomia dello Stato, forte di quel consenso
e di quella investitura.
E adesso – davvero non lo capiamo – per ricomporre
la sua cricca utilizza i trombati illustri (si fa per dire, naturalmente).
Come
potrà dire, da oggi, che il suo ministro della salute gode del consenso degli
elettori, se non lo hanno voluto nemmeno come amministratore della Regione Lazio?
Boh. Più passa il tempo, meno capiamo. Stessimo diventando di Forza Italia?
No, impossibile: il nostro umile bilancio di lavoratori dipendenti non ci consente
di acquistare il kit di venditori di fumo che invece è indispensabile per ottenere
asilo politico nel paradiso fiscale di Arcore.
È più probabile che il possidente
più chiacchierato dei tribunali italiani stia imparando a sue spese che le favole
possono incantare, ma solo per un momento.
Poi ci si sveglia, e bisogna fare
i conti con la realtà.