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| roccasecca, | 20 aprile 2005 |
Avevamo
avanzato qualche valutazione, tempo fa, sulla successione al papa polacco. Ovviamente
ci eravamo sbagliati. Abituati a ragionare in funzione del rapporto fra organizzazione
e popolo, fra dirigenti e base, abbiamo sempre istintivamente (ed irrazionalmente)
dato per certo l'orientamento dei primi alla condivisione di valori e obiettivi
dei secondi. Purtroppo, dobbiamo prendere atto che la chiesa cattolica ha invece
optato per una logica diversa. Pur esibendo una ostentata unità, una comunione
fra chiesa e fedeli, fra organizzazione e valori, in realtà ha compiuto una
scelta forte, riportando il papato ad una funzione del tutto ideologica e militarizzata
(nel senso del comando e nel senso della concezione della società). Non a caso,
il nome scelto dal cardinale Ratzinger è in continuità con una storia vaticana
tutt'altro che moderna, che riporta il clero ad un'epoca buia e comunque precedente
il Concilio Vaticano II. dopo lo sforzo titanico di Wojtyla per frenare la modernizzazione
della chiesa, anche utilizzando strumenti modernissimi quali i media e la possibilità
di viaggiare, Ratzinger (consigliere ed organizzatore) ed ancora di più Benedetto
XVI (papa) rappresentano un definitivo colpo di spugna sulla grande spinta sociale,
ideale e aperta rappresentata dai due grandi papi del XX secolo: Giovanni XXIII
e Paolo VI. Riportare la chiesa al periodo in cui il fascismo nacque e si sviluppò,
in forte alleanza con le gerarchie clericali (non solo il concordato, ma le
benedizioni alle camicie nere ed alle truppe coloniali), tagliare netto con
l'idea di una chiesa sempre più vicina alle contraddizioni di uno sviluppo repentino
quanto difficile da controllare, una chiesa capace di dialogare davvero con
le culture altre senza riservarsi il potere di assolvere e condannare. La distinzione
fra errante ed errore introdotta da paolo VI, il suo prendere atto di una società
che produce anche il terrorismo, che chiede una lotta fra il bene ed il male
fondata non dogmi e certezze ideologiche ma sulla capacità di modificare i percorsi
della società stessa attraverso un confronto anche serrato, ma fatto di concretezza
patente. Invece, probabilmente la grave crisi che la chiesa di Roma attraversa
ha indotto i cardinali a fare un altro ragionamento, più rassicurante nell'immediato,
ma foriero di incertezze. Eleggere il cardinale che, a torto o a ragione (secondo
noi a ragione), passa per essere il "duro" del Vaticano, ha dato un segnale
inequivocabile, a prescindere da cosa sarà in concreto il pontificato del tedesco.
Il segnale è che non c'è spazio per una chiesa innovativa, adeguata allo spirito
dei tempi. non si parlerà di sacerdozio femminile, né di matrimonio per il clero,
ma soprattutto non si riaccoglieranno nella comunità cattolica i colpevoli di
divorzio, né si ammetterà l'uso degli anticoncezionali come strumento di prevenzione
familiare e sanitario, nonostante l'Aids e la diversa sensibilità (e costume)
della stragrande maggioranza dei cattolici. Non è facile capire, per dei semplici
osservatori come noi, che oltretutto osservano dalle finestre falsate dell'informazione
blindata. Dobbiamo, ad esempio, un encomio alla notevole abilità dei giornalisti
Rai che hanno avuto cura di mostrare un quadro completamente falso della situazione
sia del Vaticano, sia della figura del vecchio e del nuovo papa, in assoluta
sintonia con i desiderata dell'editore di riferimento. Ci fosse stato un solo
intervistato che avesse detto chiaro e tondo che, come sanno tutti, Ratzinger
rappresenta il capo supremo dell'ala più reazionaria fra quelle che oggi governano
la chiesa. Qualcuno che si fosse interrogato su che fine hanno fatto i preti
(ed i vescovi) accusati di pedofilia negli Stati Uniti ed altrove. Un solo viso
preoccupato di un pontificato che scavalca all'indietro una stagione feconda
e dinamica della chiesa. Niente. Tutto depurato, sterilizzato, allineato. Forse
il circo mediatico, cui comunque la gerarchia di Oltretevere non consente di
avvicinarsi più di tanto, è sufficiente a mostrare il tripudio di pochi e occultare
la sofferenza di moltissimi. Ma ci chiediamo, sommessamente e senza alcuna velleità
di dare consigli a gente così esperta, se questo modello ideologico e mediatico
di chiesa sia in sintonia con i bisogni degli ultimi, di quelli che, non avendo
nulla dal mondo terreno, forse si aggrappano alla speranza di migliore fortuna
in una seconda esistenza, promessa a gran voce dai testi sacri a totale e vantaggioso
risarcimento delle angherie e delle umiliazioni indicibili sopportate in questa
vita, che per i quattro quinti dei viventi è una porzione sostanziosa di inferno.
Ci pare, da esterni alla chiesa che hanno voglia, bisogno e disposizione ampia
al dialogo ed alla comprensione delle ragioni dei cattolici, alla definizione
di strade comuni per l'ottenimento di risultati condivisi sul fronte della promozione
della dignità umana, di condizioni materiali di vita accettabili per il maggior
numero di persone, cristiane o no, comuniste o no, che queste speranze dovranno
attendere ancora, per essere non diciamo realizzate, ma almeno portate all'ordine
del giorno di una discussione serena e mondata da velleità di dominio. Faremo
il possibile per accrescere il patrimonio di rispetto e di collaborazione che
siamo riusciti insieme a costruire nel tempo, ma temiamo il rischio del prevalere
di una cultura più arroccata, più diffidente, più esclusiva. Ci auguriamo che
anche queste sensazioni e queste preoccupazioni si rivelino infondate, e di
poter invece contare sulla volontà dei cattolici di operare concretamente per
obiettivi di pace e di sviluppo per tutti, a partire dagli ultimi.
Giovanni Morsillo