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| roccasecca, | 18 aprile 2005 |
In
questi tempi di profonda crisi di riferimenti, capita di riflettere su storie
di vita, su condizioni materiali, su scelte anche involontarie di vita vera,
che gli eventi disfano come gomitoli usati.
Sabato scorso, il 16 Aprile, ricorreva il decimo anniversario dell'assassinio
di Iqbal Masih, un piccolo eroe indiano. Lo sappiamo che in India muoiono folle
di bambini, sterminati da cause che nemmeno le pruderie moralistiche dei benpensanti
riescono a far passare per "naturali". Malattie curabili, mancanza
di acqua potabile, di vaccini che per i nostri figli consideriamo scontati.
Ma anche botte, maltrattamenti, droghe.
Ma Iqbal, il piccolo eroe dallo sguardo dolce, è morto di altro. E' morto
ammazzato dai sicari del suo padrone, della classe sfruttatrice che lo voleva
al lavoro. Suo padre lo aveva venduto all'età di quattro anni per dodici
dollari. Lo aveva comprato un fabbricante di tappeti, per utilizzare le sue
piccole, veloci, precise manine. Manine che non hanno mai toccato giocattoli,
né matite, né quaderni o libri che avrebbero potuto insegnargli
ad essere un cittadino, un uomo del suo tempo. Ma il suo tempo era in mano agli
speculatori, alle sanguisughe che lo hanno comprato. E Iqbal subiva torture,
botte, lavorava legato al telaio per dodici ore al giorno, e se il risultato
era giudicato insufficiente, veniva sottoposto a crudeltà indicibili
quanto infami. Come tutti i bambini che lavorano schiavi nel mondo e che noi
facciamo finta di non vedere. Questo piccolo figlio di nessun dio, a soli quattro
anni aveva il destino inciso in faccia: schiavo.
Ma un giorno, le torture lo portarono ad incontrare la strada di un sindacalista,
uno di quelli che voleva le scuole per i bimbi e il lavoro onesto, sano, dignitoso
per i grandi. Uno che lottava fra gli ultimi del mondo, per dare un senso alla
propria rabbia, alla propria umana impotenza. E Iqbal capì che non era
peccato ribellarsi. Che il peccato stava nel sottostare alle angherie, ai soprusi,
accettare di denunciare il compagno che non ce la fa a produrre quanto vuole
il padrone per avere un tozzo di pane secco in più, e placare almeno
un po' i morsi della fame. Come ad Auschwitz, come all'inferno. E denunciò,
parlò, vicino al suo sindacalista, e uscì dalla schiavitù,
e cominciò a parlare agli altri schiavi, ai giornali, alle radio, con
il suo amico sindacalista. E questo non era accettabile. Il padrone, la classe
di sfruttatori che lo reclamava, lo aveva "regolarmente" acquistato,
e non poteva capire, accettare. Quando mai si è visto un attrezzo di
lavoro ribellarsi? Se questa piccola ma efficiente macchinetta per tessere si
ribellava, voleva dire che era rotta, e bisognava distruggerla, per evitare
che altri si facessero male.
E lo hanno fatto. Hanno sfasciato il suo piccolo corpo con le pallottole roventi,
con il piombo che brucia la pelle, le ossa, il cuore e il respiro. E nessuno,
in Occidente, ha pianto una sola lacrima. Non per lui, che è al di sopra
delle nostre misere lacrime, ma per i suoi piccoli compagni di servitù.
Per pretenderne la dignità.
Non accettiamo, non abbiamo mai accettato, di considerare queste schifezze come
costi di produzione, effetti collaterali del benessere occidentale, prezzi necessari
da pagare.
Nel nome di Iqbal e dei suoi piccoli compagni, festeggeremo la nostra pasqua:
il Primo Maggio.
Giovanni Morsillo