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roccasecca, 12 aprile 2005
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BOMBE E DEMOCRAZIA

Lo abbiamo detto in tutte le salse, abbiamo insistito fino ad estenuare i nostri interlocutori, e continueremo a farlo:
non ci sono giravolte lessicali che possano convincere chi fonda le proprie decisioni e convinzioni sull'osservazione dei fatti e non sugli ordini ricevuti, che la guerra imperialista porti qualche vantaggio ai popoli, o li liberi da qualcosa. Se ci fosse stato bisogno di ribadirlo, ci avrebbe soccorso il buon Rumsfeld, che per evitare che i fantocci eletti in Iraq sotto il comando e la coercizione delle truppe occupanti si convincano di essere un governo ed un presidente veri, è svolazzato a Baghdad per registrare un po' le corde dello strumento, affinché la musica che ne esce sia gradevole alle sensibili orecchie dei ben educati petrolieri americani. Ha attraversato mezzo mondo, il solerte Donald, che anche se ha lo stesso nome di Paperino, non fa ridere affatto. E lo ha attraversato per ribadire a quei selvaggi adoratori di Allah che comanda chi ha la polvere. Quella da sparo, ché quella del deserto non vale un fico. E comunque, si sarà detto il nostro supereroe, non possiamo certo pensare che quei mangia cous-cous avvezzi all'odio e al fondamentalismo (un po' come Bush, ma di diverso rito), che non conoscono neanche le bellezze occidentali come il whisky e la discoteca, sappiano come si gestisce una democrazia. Una di quelle democrazie vere, fatte a suon di bombardamenti e che si reggono sul democraticissmo diritto del più forte. Magari quelli pensano ad una mezza riconciliazione nazionale, o vorrebbero vedere rientrare almeno qualcuna delle preziose proprietà del museo storico di Baghdad che i solerti liberatori vendono su Internet, o ancora si vorrebbero dotare di sistemi autonomi di gestione delle loro amministrazioni locali. Che sciocchi! Ma come, uno gli porta in casa la democrazia, le bombe (le hanno cercate a lungo, gli ispettori Onu, non le hanno trovate, mica li potevamo lasciare senza!), le malattie, le torture, la sete e loro, ingrati, pensano di decidere se aprire le scuole o no. Con tutto quello che c'è da fare, con la resistenza (pardon, il terrorismo) che combatte e fa tanta paura ai soldati stellestrisciati, che dopo il periodo di missione vanno regolarmente dagli strizzacervelli in Patria a farsi rimettere in moto i capoccioni sconvolti dalle droghe che gli somministra mamma US Army e dalle nefandezze che sono costretti (?) a vedere e compiere! Ma niente paura: la guerra, si sa, si combatte sempre su più fronti, e se quello della verità è quasi normalizzato, ora tocca a Superdonald smorzare con decisione quello della politica. Ma cosa credevano, gli Irakeni? Già è tanto se i nobili neocrociati del petrolio hanno sopportato di non essere stati accolti con i fuochi d'artificio ma con quelli dei mitragliatori, adesso mica qualcuno si illuderà di metterli alla porta delle stanze dei bottoni, anche se per cose marginali? Tutto questo non ci meraviglia, anche se ci indigna. Quello che però continuiamo a sperare, è che i nostrani Maitres à penser del riformismo si sveglino dal coma, e sciacquatisi gli occhi pieni di sonno comincino a riconoscere le sagome che la storia pone loro di fronte: altrimenti continueranno a fare confusione, e chiameranno l'imperialismo peacekeeping, la resistenza terrorismo, le lotte di liberazione guerre di civiltà o di religione, l'occupazione militare democrazia. E non ci preoccupiamo del loro disorientamento, della confusione mentale che li assedia, per loro stessi. Ci duole, come uomini, come rivoluzionari, come cittadini civili, che le loro tentennanti capriole costino indicibili sofferenze, la cancellazione di qualsiasi futuro e della stessa vita, per centinaia di migliaia di esseri umani, e soprattutto di bambini. Fa differenza se sono bambini musulmani? Ecco, perché ripetiamo, finché avremo la possibilità di farlo, che la guerra deve finire. E deve finire con il ritiro degli invasori, non con la sottomissione dei popoli.

Giovanni Morsillo



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