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| roccasecca, | 11 aprile 2005 |
I
fascisti occupano gli spazi nazionalpopolari degli stadi, e lo fanno con
lo stile raffinato che li distingue.
Provocano gli avversari e si dilettano
nell'unica cosa che sanno fare meglio di tutti: l'esercizio del turpiloquio
e l'insulto elevato (si fa per dire) a strumento di interrelazione. Questi
campioni del rigurgito, questi maschi utilizzatori del linguaggio nerboruto
e romanamente sprezzante (non del pericolo, ma degli "altri"), questi
grandi
comunicatori della domenica, appunto, che prendono ordini e votano coloro
che pretenderebbero di insegnare la democrazia agli altri, ci fanno venire
in mente alcune classiche figure retoriche del fascismo, quelle elaborate
circonlocuzioni con le quali il loro ventennale capo li esortava ad essere
esempio per la Nazione: Me ne frego, fu una delle massime creazioni del
fervido e fertile conio linguistico del modello unico a disposizione, tanto
che ne nacque addirittura uno stile, un modus vivendi che ne contraddistinse
gli emuli: il menefreghismo. Che grande, straordinaria pagina della
letteratura, hanno saputo offrire anche ieri al popolo bue e ignorante! In
attesa dei manganelli semantici e dell'olio di ricino nazionalculturale,
hanno voluto dire a tutti quali voli pindarici, anzi dannunziani, sono
capaci di produrre, per smaccare definitivamente la sinistra sul piano
culturale, legata com'è a stantii schemi vetero-strutturalisti, buoni
nemmeno più per il costruttivismo sovietico, visto che non c'è
più neanche
il riferimento storico ad esso. Che grande omaggio alle genti hanno voluto
offrire, così, disinteressatamente, tanto per ricordare a tutti quale
sia il
livello della loro alata poesia, irraggiungibile ai comuni lavoratori e
plebei. Sono anni che perdiamo il nostro tempo a dire e ripetere quale sia
la vetta del pensiero e della produzione concettuale dei fascisti, ma
nessuno sforzo potrà eguagliare la chiarezza espositiva, il linguaggio
sobrio, essenziale ed a suo modo comunicativo che i pensatori fini della
curva sud dell'Olimpico hanno mostrato agli italiani attoniti. Meravigliati
da tanta qualità espressiva, essi hanno potuto finalmente vedere con
sguardo
riconoscente che la vena linguistica dei destri romani supera perfino le
nostre passate valutazioni, che a questo punto diventano solo illazioni.
Vogliamo tacere delle inesattezze storico-ambientali che contenevano
(qualcuno spieghi loro, per favore, che Roma non è affatto fascista,
e che
non riescono a spuntare un'elezione da tempi immemorabili nella città
di
Porta San Paolo), perché si tratta di dettagli ininfluenti sulla qualità
letteraria dei loro striscioni: l'uso della lingua (non nel senso classico
in cui lo intendono, ma in quello più modesto di espressione verbale)
è loro
connaturato, e chi non lo voleva credere è servito. del resto, loro gli
stadi li concepiscono in modo originale, non come squallidi luoghi di ozio e
divertimento che infiacchisce la tempra degli uomini veri, ma secondo i
dettami della democrazia studiata a santiago del Cile nel '73. Lì sì,
che si
compiva una vera operazione culturale: basta vedere quanti studenti e
docenti, giornalisti e scrittori furono "convocati" nei giorni della
"transizione" dal potere rosso di Allende al filoamericano governo
indipendente di Pinochet.
Come la mettete, adesso, omuncoli e donnicciole (e vie di mezzo) di sinistra
annidati nelle biblioteche, nelle università e, a detta del Presidente
del
Consiglio che prende i voti da quella crème intellettuale da spalti,
anche
nelle scuole superiori? Dite la verità: vedere le proprie analisi scavalcate
dai fatti, non fa piacere, e stavolta i fascisti vi hanno superati: con le
azioni di domenica hanno umiliato le vostre semplicistiche valutazioni sulla
loro coltura dell'ignoranza (sì, coltura, con la "o").
Per
la verità,
qualcuno dice che hanno umiliato anche l'Italia, la Costituzione
antifascista, il popolo e il calcio, ma questo è un altro discorso: attiene
alla politica e di questi tempi, si sa, la cultura in casa della politica
non può entrare.
Giovanni Morsillo