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| roccasecca, | 3 aprile 2005 |
La
lunga agonia di Karol Wojtyla è cessata e con essa la fine di un papato
fra i più celebrati ma anche fra i più discussi. Certamente, per
noi osservatori, il pontefice che lascia aggi il potere vaticano è stato
fra i più abili a costruire un consenso intorno alla sua persona, non
sempre indistinto da quello verso la chiesa, la gerarchia, la stessa fede. Certamente
ha saputo come pochi al mondo utilizzare tutti gli strumenti di cui disponeva
per esercitare un richiamo carismatico fortissimo su un'umanità fortemente
disorientata e bisognosa di nuovi riferimenti. La sua forte carica ideologica,
il suo richiamo ad una missione che non è solo teorica ma, appunto, ideologica
e fondata metodologicamente sulla presenza, lo ha portato a sperimentare con
successo una via comunicativa esterna alla chiesa, e quindi nuova, ma pur sempre
orientata al rafforzamento della struttura ecclesiale, ossia dell'organizzazione.
Crediamo che molti dovrebbero imparare da questa sua determinazione, dal successo
riscontrato anche e soprattutto fra i giovani con la sua proposta di impegno
su un progetto umano, su una scelta culturale e squisitamente politica, che
ne ha consentito l'autonomia nelle scelte pur nella costruzione di un processo
storico di incontro. Incontro, che però non ha significato contaminazione,
ma solo rispetto e tentativo di comprensione. Così la chiesa cattolica
ha assunto una più marcata centralità nel dibattito mondiale post-moderno.
Così, la presunta caduta delle ideologie, insieme all'accettazione dell'ideologia
del mercato iperliberista e globalizzato, da noi ha anche fatto prevalere una
ideologia apparentemente super partes, appunto perché di natura trascendentale
o, per i credenti, divina, trascendente.
Ora, la lunga preparazione alla successione, produrrà difficilmente sorprese.
Poiché il potere vaticano si fonda su regole consolidate, ma soprattutto
(e qui è il nocciolo) su equilibri e rapporti delicatissimi, che considerano
sia i rapporti di forza che le caratteristiche dei vari cardinali papabili,
sia la provenienza geografica che quella culturale dei prelati, la successione
non potrà che determinare una scelta di continuità strategica,
ma senza consentire eccessi di protagonismo ad un altro pontefice così
autorevole ed autoritario, in grado cioè di sconvolgere quegli equilibri.
In sostanza, per quello che si può capire oggi, da osservatori per niente
esperti di vaticanismo, e per niente interessati ai pronostici, non crediamo
si possa tornare a papi che lanciano scomuniche come Pio XII, né ci possiamo
aspettare che il Vaticano rinunci ad una sua egemonia culturale e politica nel
quadro europeo.
Una cosa certa è che nessuno dei tre uomini oggi al vertice della chiesa
di Roma (Ratzinger, Ruini e Sodano) ha la forza di governare da solo e soprattutto
contro gli altri due. Non a caso abbiamo visto i più quotati di qualche
tempo fa (da Tettamanzi a Biffi, ecc.) progressivamente cancellati dalla lista
con i motivi più vari. Più plausibile un accordo fra i tre al
fine di eleggere un cardinale che abbia i requisiti necessari per operare come
essi desiderano. Ad esempio, soccorre la figura di un cardinale italo-argentino
in costante ascesa sotto gli ultimi anni di Wojtyla, che oltre ad accontentare
il continente sudamericano per le note rivendicazioni in materia, riporterebbe
un papa italiano sul soglio dopo ben quasi 27 anni. Con questo si garantirebbero
le aspettative dei fedeli e delle gerarchie locali, ma si otterrebbe - cosa
ben più importante per la gestione vaticana - la nomina di un pontefice
più disponibile, meno rigido, in sostanza meno indipendente, poiché
il personaggio di cui parliamo non ha la tempra di un Tettamanzi, né
la statura di un Martini (anch'egli derubricato con la scusa dell'età
verso impegni di studio).
Mai come stavolta, forse, il detto morto un papa se ne fa un altro è
stato più significativo. Un altro, appunto. Ma si può essere "altro"
in molti modi. Intanto i fedeli piangono, in cerca di guida.
Giovanni Morsillo.