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| roccasecca, | 3 maggio 2006 |
All'indirizzo
del sito ANSA http://www.ansa.it/main/notizie/fdg/200605021601240281/20060502184333905549_ass.html,
è apparsa per qualche istante un'interessante panoramica della situazione mondiale
in merito alla denutrizione infantile nei paesi poveri. In particolare, l'articolo
del sito fa riferimento ai paesi con il più alto tasso di bimbi denutriti, e
accenna alle conseguenze. Viene poi riportato un giudizio dell'Unicef che dichiara
la Cina come il paese che ha compiuto un vero e proprio miracolo in materia,
riducendo in modo formidabile la percentuale di bimbi sottoalimentati, e risolvendo
definitivamente alcune problematiche connesse, quali la carenza di iodio che
limita o inibisce la capacità cognitiva dei piccoli e degli adolescenti. Questo
articolo, casualmente, non ha nessuno spazio sui siti dei giornali in rete.
Il Presidente boliviano Evo Morales ha nazionalizzato con un decreto le risorse
minerarie del proprio paese, petrolio e gas naturale, e promette di fare altrettanto
con l'acqua, le foreste, le miniere. Nulla di più di quanto avesse annunciato
nella sua travolgente ed entusiasmante campagna elettorale. Stavolta, tutti
i giornali danno la notizia in grande rilievo, anche sul web, condita con forti
accenti di preoccupazione, disagio, giudizi affrettati sul presunto carattere
dispotico del Presidente e del suo governo, accusato, per ora velatamente ma
già in un preludio di escalation, di chavismo, nazionalismo, antiamericanismo
rétro, fino alla più infamante e volgare accusa che si possa concepire in un
mondo globalmente normalizzato: socialismo. I fabbricanti di opinioni di mezzo
mondo (anzi, di un quinto del mondo, quello vergognosamente ricco) si affannano
ad ostracizzare questo nuovo "pericolo" per la democrazia del petrolio, iniziando
un tenace lavoro di penetrazione delle teste e delle coscienze dei videomani,
per descrivere apocalittiche scene di barili venduti a peso d'oro, di macchine
ferme, di officine asfissiate dalla mancanza del prezioso liquido che questo
nuovo caudillo, questo sceicco indio pretende di vendere a vantaggio del suo
paese. Per questo, viene disprezzato come ogni nazionalista, da Fidel Castro
a Chavez, da certi arabi a qualche sopravvissuto al crollo del muro. In questo
modo di agire, il nazionalismo vero, quello panamericano dei colonialisti vecchi
e nuovi (ma solo nei metodi e negli strumenti) viene spacciato per "democrazia",
in una visione occidente-centrica che non lascia spazio a trattative. L'interesse
superiore, cioè la vita stessa del capitalismo, è camuffato sotto il pudico
e verbalmente intoccabile concetto di "democrazia". E' difeso come tale, non
come privilegio del mondo dei consumatori con seri problemi di colesterolo e
di obesità cui ad esempio i pediatri americani prescrivono duemila passi al
giorno per ridurre i rischi alla salute (risulta sempre dai siti Unicef e ANSA,
non dai giornali). Questo consente di utilizzare non solo il nazionalismo del
grande paese euroamericano del benessere (nel quale, peraltro, la forbice sociale
si allarga e fenomeni come la malnutrizione e la mortalità infantili crescono),
ma addirittura lo sciovinismo e l'egoismo di società che hanno ormai disimparato
la solidarietà, che sono fondate sulla concorrenza e sull'accaparramento, nella
lotta epocale per la stabilizzazione del dominio. Il controllo delle fonti energetiche
non è proprio una invenzione del moderno apparato neocon. Fin dalla metà del
secolo scorso le multinazionali hanno fatto e disfatto governi e guerre in tutto
il pianeta a loro piacimento (dopo aver dominato per secoli attraverso il colonialismo).
Ma oggi il loro strapotere vede un orizzonte problematico. La crescita della
Cina, l'acquisizione di alcuni gangli vitali della gestione da parte dell'India
(per ora solo in forma operativa subalterna, ma il futuro è pieno di domande),
l'Africa che si muove, affannosamente ma con fiducia crescente nelle proprie
prospettive (vedi Sudafrica, cintura mediterranea, ecc.) l'America Latina che
forza i portoni di piombo dell'impero, tutto questo non lascia dormire sonni
tranquilli alle holding imperiali. Ecco perché notizie come quella sui passi
avanti di certi paesi vengono accuratamente occultate, mentre altre, quelle
che riguardano il portafoglio degli onesti predoni del Nord del mondo vengono
enfatizzate ed arrricchite di considerazioni catastrofiche in grado di raccogliere
il consenso dei servi della gleba (che però votano ed hanno ancora il sindacato)
intorno all'imperatore ed ai suoi vassalli. Naturalmente, non siamo così miopi
e sprovveduti da pensare che tutto questo avvenga solo grazie al potere mediatico
ed economico delle multinazionali. Siamo invece convinti che la resa della sinistra,
l'aver accettato lo scenario (l'oscenario?) disegnato dall'avversario quale
terreno di lotta politica, l'abiura ed il misconoscimento delle ragioni reali
che determinano lo scontro nelle società e fra le nazioni, abbia gran parte
della responsabilità. Noi pensiamo che la vecchia Europa, anche se adesso i
segnali sono di tutt'altra matrice, dovrà decidersi a rimettere il socialismo
all'ordine del giorno, come reale possibilità di superamento degli attuali e
futuri squilibri. Come sempre, alla classica domanda "Che fare?" si può classicamente
rispondere: socialismo o barbarie. Ma questo è lo slogan, quello buono per gli
antagonisti. I comunisti devono seriamente ragionare su questioni più impegnative,
su come attrezzarsi finalmente alla lotta, dotarsi di visioni più aggiornate
e complessive della società, delle strategie, dei metodi, formare e selezionare
gruppi dirigenti all'altezza, attivare politiche unitarie e non solo nelle cerchie
dirigenziali, e neppure solo fra i corpi militanti, ma coinvolgendo, sul serio,
ampi e potenti strati sociali disponibili (sindacato, cittadinanza attiva, intellettuali,
settori di società sensibili). Ci sembra che questo rappresenti la vera priorità,
poiché attardarsi a discutere per giorni se è meglio Marini o Andreotti non
sposta di un millimetro il dato tremendo sulla miseria che attanaglia quattro
quinti delle persone che sopravvivono sul pianeta.
Fraterni saluti.