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roccasecca, 13 marzo 2006
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Incontri (parte seconda)

Da sabato mattina alle due tentiamo invano di esprimere il nostro apprezzamento per il modo in cui Oliviero Diliberto ha confermato la capacità dei comunisti di essere classe dirigente e di rappresentare gli interessi generali del paese, ossia dei lavoratori e dei cittadini perbene. I nostri sforzi si infrangono però contro il rischio di apparire retorici, o di essere tacciati di piaggeria, poiché tutti gli aggettivi e gli avverbi che ci vengono in mente per descrivere quello che abbiamo visto e provato sono prepotentemente adulatori. Fra comunisti vige il rispetto della sobrietà, e noi non vorremmo essere da meno: quando pensiamo a dei superlativi assoluti un po' ci sentiamo a disagio. Tuttavia, proprio non riusciamo a smorzare la grande soddisfazione che ci pervade, soprattutto perché, sebbene ci aspettassimo che il compagno segretario esprimesse un livello incomparabilmente più elevato del pataccaro di Arcore, egli è riuscito a conquistare anche il consenso e la fiducia di coloro che si erano dichiarati scettici fino a un minuto prima della trasmissione. Certo non potevamo sperare di far ragionare la signora Boniver in termini di correttezza politica, ma leggere oggi dichiarazioni di esponenti di primissimo livello che pensavano che il confronto non dovesse avvenire e che oggi invece vantano il risultato come un successo di tutta l'Unione (e noi siamo d'accordo), ci inorgoglisce. Che Diliberto surclassasse il signore dei tranelli e fosse dotato di anticorpi forti ed abbondanti per rintuzzarne i virus provocatori non nutrivamo alcun dubbio. Quello che è risultato invece inaspettatamente evidente è che egli abbia risvegliato una dormiente coscienza collettiva ormai abituata a sopportare la politica come un flagello di cui non ci si libera e l'abbia riportata a ragionare sulla qualità della politica stessa. Il comportamento del segretario comunista ha riportato alla memoria tempi in cui il confronto era sì duro, e più di oggi, ma avveniva sul piano degli argomenti politici, ossia si impegnava nel confronto fra le posizioni politiche e i modelli di società cui i contendenti facevano riferimento, evitando di rifugiarsi nella facezia o nella querelle su argomenti di bassa propaganda. Quale lezione trarre da tutto questo? Almeno un paio di suggerimenti ci vengono alla mente. Intanto, la lezione di Diliberto dovrebbe far riflettere gli alleati sul fatto che il consenso non si costruisce con gli opportunismi e le dichiarazioni sempre più scolorite, ma semplicemente trattando in modo chiaro le questioni legate alle condizioni reali di vita delle persone. Parlare non per slogan ma per contenuti, dimostrare che ogni cosa che si afferma ha un fondamento reale e non è frutto di alcun pregiudizio, non è cosa cui molti politici siano abituati, ultimamente, ma resta l'unico modo utile per ridare dignità alla politica. Ora per chiunque si troverà a rappresentare l'Unione di fronte ai cittadini questo diventa un precedente imprescindibile: Diliberto ha dimostrato che fare politica in modo dignitoso, diverso e vincente è non solo possibile, ma ampiamente richiesto dai cittadini. La seconda riflessione che vogliamo proporre riguarda invece la cosiddetta fine delle ideologie, ma in un senso abbastanza diverso da quello attualmente dominante. Il confronto riguardava la massima espressione del mondo che disprezza (a parole) le ideologie, nutrendosi di quel pensiero unico che le sopprime tutte in nome del pragmatismo assoluto, contro un dirigente che viene spesso dipinto come un residuo di una vecchia concezione della società novecentesca, che fa riferimento alla divisione in classi, alla loro lotta per l'egemonia ed altre anticaglie simili. L'ideologia che esce sconfitta dal confronto fra Oliviero Diliberto e il capo del governo italiano è invece quella dell'improvvisazione, della politica fai da te, di quella suggestione sovversiva secondo al quale chi più ha più comanda e le regole sono solo intralci. Una concezione che cozza in modo evidente con ogni idea di democrazia pre e post illuminista, ma che è stata propagandata come soluzione "moderna" e "moderata" da parte delle classi privilegiate che coglievano al balzo la palla della fine dell'opzione socialista. Oltre quindici anni per smaltire la sbornia liberista, i cui postumi ancora annebbiano la vista a troppi conservatori nonostante le contraddizioni enormi che essa ha generato, ed il ricorso continuo e crescente alla guerra per tentare di risolverle. Diliberto ha quindi dimostrato che i comunisti non soltanto hanno pieno diritto di cittadinanza in una società attanagliata dallo sfruttamento e dal ritorno delle peggiori pratiche di oppressione di classe (vedi Bolkestein e la filosofia che la sostiene ed informa), ma si dimostrano ben più lungimiranti e capaci dei santoni del moderatismo e del finto riformismo.
La sintesi è che senza cultura, senza consapevolezza e senza raccordo con i processi reali che si sviluppano nella società, non vi è politica, ma solo rozza occupazione del potere.

Fraterni saluti.
Giovanni Morsillo



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