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| roccasecca, | 17 febbraio 2006 |
Il caso dei fascisti in lista e di Marco Ferrando, pur se per ragioni diverse, hanno distolto efficacemente per una settimana l'attenzione del dibattito politico elettorale dai temi reali. Naturalmente, a scanso di rischi, i presidente del Consiglio ha anche messo altra carne al fuoco con la barzelletta dei sondaggi pret-à-porter confezionati a pennello dagli amici di una agenzia di marketing elettorale (non sodaggisti, quindi, ma pubblicitari della politica-immagine). E tuttavia, poiché non saremo delle aquile in materia di televendite elettorali, ma conosciamo la differenza fra una lista elettorale ed una bancarella sia pure mediatica, ci siamo posti alcuni interrogativi. Per esempio, vorremmo sapere se la presenza di liste dichiaratamente fasciste e più volte assurte agli onori della cronaca giudiziaria sono impresentabili solo se rappresentate da certi personaggi, o se invece la loro stessa esistenza non costituisce reato contro la Costituzione (quel che resta, certo, ma abbiamo fiducia che la riconquisteremo a breve). Vogliamo dire: se le liste fasciste sono epurate da personaggi che dovrebbero stare in gattabuia, diventano più digeribili sul piano democratico? E inoltre: quei prsonaggi sono solo pericolosi se vanno a sedersi in Parlamento (sciagura certo da evitare) o invece non devono andare in Parlamento proprio perché già abbondantemente spoerimentata la loro pericolosità sociale? E se è così, perché scorrazzano in lungo ed in largo e non stanno al fresco? Il ministro Pisanu, pur in chiusura di carriera, dovrebbe darci qualche risposta in merito, visto che a proposito delle vergogne negli stadi ha dichiarato che si trattava di appartenenti a formazioni fasciste come Forza Nuova che utilizzano gli stadi a fini di propaganda eversiva. O basta tenerli fuori dagli stadi, posto che ci si riesca, e poi possono fare quello che gli pare, purché lontano dalle telecamere? E ci chiediamo come sia passato in mente a Fini di dichiarare soavemente che non è candidabile chi non abiura la propria fede nel totalitarismo. Che vuol dire? Che se uno dichiara che è favorevole al parlamentarismo ed al sistema pluripartitico poi può andare in giro a sprangare i negri e a bruciare i campi nomadi? Che quelli, al massimo sono reati personali ma la fede che li sostiene e li giustifica sono valori che possono stare in Parlamento, purché rappresentati da altri? Boh, la confusione è davvero tanta, e non si riesce a capire bene. Poi ci si mette anche Alemanno, che magari vuole raccattare qualche voto alle comunali dai frustrati del neofascismo romano, e si lancia in paragoni con gli omologhi della Lega. Chissà, forse mettendo Borghezio a confronto con Alessandra Mussolini spera di rivitalizzare la mortificata virilità degli smarriti Boia-chi-molla delle borgate? Comunque, unico dato certo è che, spiacenti per Bondi, la Reggia delle Libertà è straripante di eversori, anzi la percezione è che siano rimasti solo loro. Sarà solo una percezione, come per l'inflazione e la carenza di lavoro, ma è forte, e sarà dura, molto dura smontarla. Certo il centro sinistra potrebbe smetterla col buonismo e interrompere gli aiuti umanitari alla Reggia dei Libertini, per esempio troncando le polemiche su questioni già decise e sulle quali si è raggiunto un equilibrio attraverso un lavoro lungo e attento. Perché giocare a spararla più grossa quando le condizioni per governare davvero il paese cominciano a delinearsi? I nostri elettori non sono degli sprovveduti, e non votano in funzione delle barzellette ascoltate in televisione. Essi ci chiedono una maturità che non trovano altrove, sanno che un paese civile ha bisogno di una classe dirigente e non di una lobby di affaristi. Ma le destre populiste contano sui voti dei disinformati, della società che non partecipa, che delega in bianco il più potente e vuole protezione, non protagonismo. E questo è un pericolo vero. La vicenda delle liste dice chiaro a chi ancora non avesse compreso, che battere Berlusconi non è che una premessa. Quello che dobbiamo al paese è la sconfitta del blocco sociale che egli rappresenta così bene: quel misto di affari, politica spettacolo, sudditanza alla potenza straniera e nichilismo pseudo nazionalista che ha già ridotto l'Italia al baratro. Se qualcuno pensa di poter governare senza ricostruire la fiducia dei cittadini in sé stessi e nelle loro istituzioni, senza far leva sull'elemento unificante dell'antifascismo che ha consentito la rinascita dell'Italia dall'umiliazione di anni bui di dittatura al servizio di altri stranieri, si illude. L'antifascismo non deve essere un orpello da mostrare quando i reduci della Resistenza spolverano vessilli e medaglie in occasione delle feste nazionali. Esso è ancora, e sarà per molto tempo, la guida e il cardine su cui può imperniarsi e funzionare la democrazia. Attendiamo dai dirigenti dell'Unione politiche, dichiarazioni ed atti che ne qualifichino indiscutibilmente la vocazione antifascista, altrimenti sarà arduo marcare differenze vere con le destre sul piano democratico. Fraterni saluti.