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| roccasecca, | 13 febbraio 2006 |
L’eredità del PCI
Domenica mattina abbiamo partecipato (dire assistito è davvero riduttivo, tanto
era coinvolgente sia il lavoro dei compagni, sia l’atmosfera che si respirava)
alla bellissima iniziativa della Sezione E. Berlinguer del PdCI di Ceccano.
I compagni hanno confermato la loro straordinaria capacità di organizzazione
e di presenza nella società che li distingue da sempre. Sono stati ancora una
volta capaci di dimostrare che la politica, quella vera e che interessa la gente
(la partecipazione è stata altissima) si fa con il cuore in alto, oltre il cielo,
ed i piedi ben piantati sulla terra. La mostra fotografica illustrava le fasi
della partenza dei bimbi di Ceccano verso le famiglie del Nord nell’ambito della
straordinaria campagna di solidarietà organizzata dal PCI nel 1946 per risollevare
le condizioni di migliaia di bambini del fronte di Cassino. Bambini usciti dalla
guerra, sopravvissuti (a volte senza più i genitori) a nove mesi di bombardamenti
e di rastrellamenti, di stragi e di fame terribile, senza una immediata prospettiva
di costruirsi una vita decente, di poter andare a scuola, mangiare, vestirsi.
Famiglie dilaniate, spezzate con la scomparsa di fratelli e di padri, mortificate
con la perdita di quel poco che possedevano, una piccola casa, qualche animale,
gli attrezzi del lavoro, la salute. Il PCI celebrava il Quinto Congresso. Il
31 dicembre (non c’era tempo per festeggiare il capodanno, si lavorava per il
Paese, per i lavoratori) il delegato di Frosinone va alla tribuna e descrive
la situazione dei bambini morenti di Cassino (Cassino rappresentava tutto il
basso Lazio, dove il fronte meridionale si era fermato). Il Partito, Togliatti,
le Federazioni della Liguria, della Lombardia, dell’Emilia e della Toscana rispondono
subito. Si impegnano ad ospitare 3.500 bimbi presso le famiglie dei compagni
del Nord. Dopo un paio di settimane, i primi 900 bambini partono, ed il 16 febbraio
alcuni ceccanesi vanno a Lavezzola, piccola frazione di Conselice in provincia
di Ravenna. Inutili gli sforzi degli anticomunisti (la Dc, la chiesa, i resti
del fascismo che ancora incancreniva il tessuto di questo popolo che cercava
di rinascere) per convincere le famiglie che i loro bambini sarebbero stati
inviati in Russia, dove i comunisti li avrebbero mangiati: dopo il primo scaglione,
i genitori facevano la fila per inviare i loro figli dove si mangiava e si andava
a scuola, dove erano calzati e vestiti e dove dormivano al caldo, perché le
lettere di quelli partiti prima descrivevano una situazione che nessuna propaganda
reazionaria poteva smontare. In tutto furono 70.000 i bambini salvati dall’inedia
e dalle malattie dal Partito Comunista Italiano: dal Cassinate a Napoli, alla
Sicilia. Le famiglie che li accoglievano non erano ricche, ma non avevano subito
le distruzioni massicce di Cassino e della Ciociaria. Erano lavoratori, braccianti
delle cooperative del Polesine, muratori di Pavia, pescatori di Ravenna, fabbri
e barbieri, ed erano tutti comunisti del Nord Italia, spesso famiglie di partigiani
combattenti. Domenica mattina, i compagni hanno proiettato il filmato delle
interviste da loro realizzate con le persone che hanno vissuto quella fiaba.
Quelle nonne e quei signori dai capelli radi e bianchi, che erano bimbi nel
’46 hanno ripetuto con estrema chiarezza, pur a sessant’anni di distanza, il
loro affetto, la loro riconoscenza verso quelle che diventarono le loro seconde
famiglie. Quei bambini partirono da Ceccano, come da Cassino, da Roccasecca,
da Sant’Elia, da Pontecorvo scortati dalla bandiera rossa con la falce ed il
martello. Questo era il PCI, questa la solidarietà fraterna che seppe sviluppare,
ridando un senso a parole come popolo, fratellanza, patria, dignità. Questo
spirito animava i nostri nonni, i nostri cari combattenti che avevano appena
deposto il fucile per riguadagnare la patria alla libertà, e continuavano la
loro lotta per restituire al popolo la dignità. Domenica mattina la gola non
voleva saperne di sbloccarsi, chiusa da un grande rimpianto: chi ha distrutto
tutto questo dovrebbe vedere il lavoro dei compagni di Ceccano, per potersi
vergognare. Se tutti gli intervenuti (amministratori, anziani pieni di ricordi,
l’Assessore di Conselice) hanno dichiarato la loro commozione, i più giovani
coglievano la profondità di questa lezione di storia “non revisionata” e non
staccavano gli occhi dal video. Nessuno gli aveva parlato di questo pezzo della
vita dei loro nonni, né sapevano che un partito potesse fare questi miracoli.
E chiedevano come mai oggi i partiti non si occupino più di questo, della vita
e delle sofferenze della gente vera. Abbiamo sentito ragazzi chiedersi perché
non adottare oggi i bimbi palestinesi o irakeni. Ecco, l’esigenza della memoria
per costruire il futuro sta tutta qui. E dopo questa domenica mattina, capiamo
meglio perché in tanti si diano da fare per rimuovere, cancellare, demolire
il ricordo, spogliando il popolo della sua storia. Stanno convincendo tutti
che la nostra storia sia quella dei Vip, delle stelle del cinema e dello sport,
ed il lavoro encomiabile, prezioso come l’acqua fatto dai compagni di Ceccano
va occultato sotto la coltre del silenzio insieme alle inchieste, ai libri,
alle interviste di altre mille persone che nei territori cercano di ridare ossigeno
e voce a quei volti, a quelle storie, a quell’eroismo. C’era, fra le altre,
una foto che ritraeva il corteo che accompagnava i bambini dalla piazza centrale
del paese (il monumento ai caduti, altro simbolo forte della comunità) fino
alla stazione. I compagni e le compagne, le mamme dei bimbi che partivano innalzavano
dei grandi cartelli, dove erano tracciate con grafia incerta alcune parole incredibili,
dipinte con la vernice ed il pennello come allora si faceva: “Viva i compagni
del Nord”, “Grazie mamme del Nord, le mamme di Ceccano vi benedicono”. Se si
riuscisse a trovare un leghista capace di intendere e di volere, sarebbe bello
fargli vedere la foto e leggergli il testo, ripetendolo lentamente un paio di
volte.
Questo era il popolo italiano, questo era il PCI. Per noi l’insegnamento
di quegli uomini e di quelle donne, di quegli straordinari rivoluzionari, rimane
la guida per l’oggi e per il domani. Della possibilità di farne tesoro, dobbiamo
ringraziare i compagni di Ceccano come tutti coloro che lavorano perché questo
patrimonio enorme non vada disperso del tutto.