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| roccasecca, | 10 marzo 2005 |
Secondo
il dalemianissimo Riformista in edicola oggi, che gongola tutto per la bella rimpatriata
fatta da maggioranza e "opposizione" sulla questione dei riscatti per
i sequestrati di guerra, sarebbe rimasto "solo" Diliberto ad "agitarsi
per il ritiro". A parte il fatto che l'opposizione non è riducibile
a D'Alema e Rutelli, neppure con l'aggiunta degli ondeggianti sensi bertinottiani,
anche questi rappresentativi sì e no di una metà del suo stesso
partito, e neanche con i soli partiti contrari a questo governo rappresentati
in Parlamento, vorremmo ragionare un pochino su questa grande soddisfazione che
pervade i dirigenti del cosiddetto riformismo ogni volta che inciuciano con le
destre.
Una cosa che ci ha lasciati molto dubbiosi, è stata l'affermazione secondo
cui il comportamento bipartisan (che per noi resta opportunistico) rappresenterebbe
la prova della responsabilità del gruppone riformistico-moderato rispetto
all'interesse nazionale.
Ma và, và...! Ancora non hanno chiaro che l'interesse nazionale
prioritario è quello di cacciare le destre, e di cancellare le politiche
di destra, in politica estera come in economia, nel settore sociale come nell'organizzazione
dello Stato e del diritto!
Eccheccavolo, possibile che non sia lampante che con i nemici della Costituzione
non c'è interesse nazionale che possa essere salvaguardato? E grazie che
poi questi signori dirigenti si imbrogliano in scelte avventate e contarddittorie!
Mica ci meravigliamo quando li sentiamo dire che le leggi antisociali e spesso
liberticide della destra vanno al massimo emendate: no, non ci meravigliamo, anche
se ci arrabbiamo un bel po'. Perché secondo noi, uno per chiamarsi opposizione
dovrebbe opporsi, e non solo elettoralmente nei collegi, non solo tatticamente
quando si tratta di conquistare le "prerogative" della maggioranza (così
le chiama la controriforma costituzionale del Cavaliere, distinguendo fra prerogative
della maggioranza e diritti dell'opposizione). E non certo per spirito di antagonismo
gartuito, che non ci è mai appartenuto: bisognerebbe che si opponesse alla
precarizzazione, alla cancellazione di diritti quali il lavoro sicuro, la scuola
laica e democratica, la sanità garantita alle persone e non ai soli possidenti,
la pace, la giustizia, ecc. ecc.
Ecco che, depistati e distratti dalle loro fisime apparentatorie che masticano
più compatibilità che lotta, poi perdono di vista anche la stessa
società che si muove sotto i loro occhi disattenti. Ma come gli passa per
capo di affermare che sarebbe rimasto solo Diliberto ad agitarsi per il ritiro?
Ma tutte le associazioni, i gruppi religiosi, i sindacati, i movimenti di base,
le scuole e le Università, gli artisti, le donne mobilitate contro la guerra
non esistono più? O Polito ritiene che siano tutti iscritti al Partito
dei Comunisti Italiani? O, peggio, che siano elementi trascurabili e quasi folkloristici
di un'Italia colorata e incline ai carnevali? No, forse, drammaticamente, non
se ne sono proprio ricordati, perché per loro conta chi c'è; ed
in Parlamento, questi pezzi straordinari di società, ci sono molto, molto
marginalmente.
Del resto, quando si sceglie la via semplificata della formazione del consenso
attraverso meccanismi di esclusione del dissenso (maggioritario, uninominale)
la democrazia è automaticamente cancellata dal bonapartismo, dal plebiscito,
dall'adesione fideistica e cieca agli slogan ed all'immagine dei leader, e non
ai programmi di cambiamento partecipato della società.
In ogni caso, se solo Diliberto è additato dagli inciucisti come elemento
stonato rispetto ai corifei dell'ubbidienza ai superiori interessi (non certo
della Nazione, ma questo è un altro discorso), vuol dire che forse vedono
nel suo tentativo l'unica possibilità di ridare dignità ad un altro
modo di pensare e di praticare la politica, quella di lotta e quella di governo.
Un motivo in più per riflettere su dove stia di casa l'alternativa.
Giovanni Morsillo