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| roccasecca,
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27
gennaio 2006 |
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Memoria
critica
Un anno fa, a proposito della Giornata della Memoria, scrivemmo la breve
nota che alleghiamo.
La riproponiamo a beneficio delle "memorie"
eventualmente un pochino distratte, perché pensiamo, anche qui, che è
urgente uscire dalla trappola perbenista della retorica e tenere gli occhi
aperti anche sulle questioni più sgradevoli. La repressione hitleriana verso
ebrei, comunisti e diversi in genere non fu solo un incidente dovuto ad una
manica di pazzi che casualmente si era ritrovata al potere. Quei criminali
furono portati al posto di comando da una classe sociale - la borghesia -
che si sentiva minacciata dall'incombere della potenza rivoluzionaria delle
masse lavoratrici. Quei crimini furono compiuti con la partecipazione attiva
e la formazione di lauti bottini da parte di quella stessa classe borghese.
Oggi assistiamo a fenomeni del tutto simili, con livelli diversi a seconda
dell'ambito in cui si realizzano (in Italia golpe bianco, in Iraq e
Afghanistan torture e sterminio, in America Latina garrota economica e
ricatto armato) ma con la differenza che la percezione, da noi, è
bassissima, e l'organizzazione delle difese democratiche (di classe?) è
quasi inesistente e quasi sempre disorientata.
Quando cominceremo ad adottare una memoria critica e superare il melenso
piagnisteo della "umana pietà", forse riusciremo anche a trovare metodi ed
obiettivi in grado di impedire che quello che è stato si ripresenti, sotto
nuove forme e con nuovi attori, sulla scena di questo mondo sempre più
disumano.
Auguri a chi lotta per questo, ORA E SEMPRE RESISTENZA!
Fraterni saluti.
27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA - ORA E SEMPRE RESISTENZA
di GIOVANNI MORSILLO
E' stato stabilito che oggi bisogna ricordare. E' giusto e opportuno, ricordare.
Sviluppare iniziative fra i giovani, nelle scuole, nelle piazze della vita sociale
di tutta Europa, affinché chi non sa apprenda. Ma per farlo davvero, non è utile,
né opportuna, la trasformazione di una tragedia così organica al sistema del dominio
e della guerra (vedere i bei contributi della Fondazione Di Vittorio a questa
impostazione) in pagina di letteratura romantica e quasi fiabesca. Quello che
serve, invece, è trasmettere il senso di un concetto di società fondato sull'eliminazione
delle differenze con l'eliminazione dei diversi. Sappiamo che lo sterminio nazista
non riguardò solo gli ebrei, che furono circa la metà delle vittime dei criminali
in camicia bruna. E tuttavia si parla praticamente solo dell'Olocausto razziale
e non si citano mai o quasi le politiche di annientamento di altri elementi non
compatibili con il sistema economico e politico del totalitarismo nazista, come
gli oppositori, i comunisti, e tutti i portatori di differenza, quali omosessuali,
zingari, malati di mente, inguaribili, ecc. E andrebbe fatta una riflessione seria
sul ruolo che ebbe buona parte dell'imprenditoria nella collaborazione tecnica
alla pratica dello sterminio, attraverso l'acquisizione di appalti succosi per
la fornitura di strutture e materiali idonei allo scopo. Imprese pubbliche (le
ferrovie guadagnavano un biglietto di sola andata per ogni deportato, e per spedizioni
superiori ai mille individui praticavano alla polizia di Hitler uno sconto pari
alla metà del costo) e private concorrevano facendo di tutto per ottenere la benevolenza
dei committenti e aggiudicarsi i contratti per la costruzione dei lager e degli
impianti di sterminio (docce a gas, forni crematori ma anche baracche per gli
internati, uffici, stalle, cucine, magazzini e tutto quanto serve) e per la fornitura
dei materiali più adatti (dal famigerato Ziklon B al cibo, dagli attrezzi di lavoro
alle divise dei forzati, ecc.) E bisogna dire anche che le stesse industrie utilizzarono
massicciamente il lavoro forzato dei deportati, fino a farli morire per sfinimento
e denutrizione nelle loro fonderie e nelle fabbriche di guerra. La memoria non
può riguardare solo la pietà. Altrimenti la comprensione di un fenomeno storico
diventa commozione sentimentale ed emotiva, che non fa spazio alle responsabilità
di ciascuno di noi. La prima responsabilità è fare in modo che non tornino, ma
per decidere di impegnarsi in questo, bisogna sapere e capire a fondo ciò che
furono. Essi furono figli di una crisi generale della società, nacquero dalle
pulsioni reazionarie della borghesia terrorizzata dalle rivoluzioni, a partire
da quella bolscevica, furono allattati ed allevati dalle classi dirigenti che
vedevano morire l'era dell'arbitrio con l'avanzare delle lotte mondiali per i
diritti dei proletari e dei lavoratori. Finiva l'era classica della divisione
fra uomini e non uomini, e si apriva l'alba del protagonismo, delle lotte per
i diritti, dell'affrancamento dalle servitù. E questo non poteva essere tollerato.
Con la guerra si rispose, si rivitalizzò un'economia in bancarotta, e si affermò
la supremazia della casta militare-borghese su ogni aspetto della vita umana:
dal lavoro alla cultura, dalla politica alla procreazione, non lasciando spazio
ad altro che alla propria autoglorificazione. Oggi molti sono i segnali di una
crisi mondiale che assume caratteri simili. Sono in crisi i parametri economici
dello stesso capitalismo, non si intravvedono valori di riferimento che possano
tentare di sostituire le cosiddette ideologie, dichiarate morte in modo del tutto
arbitrario ed interessato (sarebbero morte solo alcune ideologie, non quelle spiritualiste
né quella dell'arricchimento, ad esempio), vengono al pettine i nodi di uno sviluppo
iniquo oltre che fortemente ineguale, i movimenti di contestazione mettono in
campo energie enormi ma ottengono risultati deboli e parziali, i migranti invadono
la tavola dei ricchi, i potenti si agitano e calmano le loro fibrillazioni con
la guerra, scaricando tensione interna e paure su popolazioni povere di paesi
ricchi (di materie prime e risorse strategiche). Insomma si riproduce aggiornato
il quadro che consentì la nascita, lo sviluppo e la presa del potere al nazismo
ed ai vari fascismi che lo contornarono e lo sostennero fedelmente (altro che
estraneità). Chi oggi fa affermazioni di carattere negazionista, i revisionisti
di tutte le aree politiche, coloro che ancora più efficacemente oggi possono paragonare
Auschwitz a chi ne aprì i cancelli, fondano consapevolmente la loro opera di travisamento
della Storia sull'ignoranza di chi ascolta, distrattamente, le loro scempiaggini.
Ecco perché la memoria non può essere un rito, ma un impegno, e può esistere solo
attraverso lo studio, la critica e la consapevolezza di quanto non vogliamo che
accada di nuovo. La risposta a tutto questo, la prevenzione di fatti terribli
come quelli accaduti non può essere individuale, ma chiama le classi dirigenti
democratiche ad una eccezionale mobilitazione, senza cedimenti al giustificazionismo
anche relativo e parziale, ma determinate a stroncare ogni rigurgito, ogni bestiale
riproposizione delle stesse logiche anche sotto altro nome.
Oggi, in Italia, ne
abbiamo esempi eclatanti, e la stessa coscienza nazionale comincia ad esserne
inquinata e incrinata.
ORA E SEMPRE, RESISTENZA!