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roccasecca, 26 gennaio 2006
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Misurare la civiltà

A Vicenza una ragazzina di vent'anni si prostituiva tenendo il figlio di venti giorni in macchina. La temperatura era di 9 gradi sotto zero. Il bimbo, mentre la madre lavorava, stava con il protettore. La ragazzina è rumena, il protettore un veneto di 58 anni. La polizia è stata avvertita dalla telefonata di un'altra prostituta, e si è meravigliata del gesto positivo che "ha dimostrato un senso di umanità". Pensate: una prostituta con senso dell'umanità: roba da non crederci, per una società benpensante. Questa notizia si aggiunge alle altre storie di miseria e di infamia di questa Italia rinnovata della Seconda Repubblica. Un disabile muore di freddo a Cremona, uno sfrattato disoccupato si impicca a Palermo nella casa che doveva lasciare, i barboni muoiono come insetti nelle vicinanze delle stazioni ferroviarie trasformate in eleganti shopping center, gruppi di belve assalgono eviolentano giovani donne nei quartieri delle nostre città. Ma che bel paese, davvero! Questa Seconda Repubblica che si interroga sui sistemi elettorali come se stesse riflettendo sul senso del mondo, che produce quintali di norme contraddittorie e inventa metodi sempre più sofisticati e sfacciati per espropriare i cittadini della cittadinanza con l'accortezza di far sembrare il contrario, che utilizza fumosi e contorti discorsi iperbolici per dimostrare l'indimostrabile, che si trincera dietro la menzogna per convincere mediaticamente le maggioranze a comportarsi in modo conforme, mostra in questo disfarsi progressivo della società il suo carattere più genuino. Essa si dimostra con fatti concreti che non è più capace di costruire relazioni, di dare un minimo di speranza a chi non è integrato nei circoli perbene. Questa società sta marciando a tappe forzate verso quella descritta in modo incomparabile da Victor Hugo, quella dei Miserabili e della disperazione. Non che la disperazione e la miseria non vi fossero prima, ma oggi diventano la cifra essenziale per intendere questa che chiamiamo società. Essa sta espellendo tutti gli strumenti, costruiti con decenni di indicibili sacrifici e lungimiranza, che consentivano almeno di mitigare gli effetti del mercato, di quella che con linguaggio nobile viene chiamata competitività ma che rimane, a quei livelli, guerra per la sopravvivenza nel più completo abbandono. Cremona come Palermo. Vicenza in quel Nord-est che con sicumera veniva propagandato come il modello miracoloso da realizzare ovunque perché in grado di garantire, attraverso la distruzione dei diritti del lavoro (che in gergo capitalistico si chiama flessibilità) ogni opportunità per chiunque. Nessun moralismo, per carità! Nessuno scivolamento verso la demagogia facile dell'attacco al potere per i casi singoli, per il fatto che una giovane straniera si comporti in quel modo sotto la sorveglianza di un nostro connazionale. Puttane e vecchi porci ci sono sempre stati, lo sappiamo bene, e non dipende da un governo se una ragazzina sfruttata e senza libertà fa quel mestiere dopo qualche giorno dal parto e mettendo a serio rischio la vita stessa del suo bambino oltre la sua. Né crediamo che cambiare il governo stesso con personaggi più onesti e magari anche più capaci possa risolvere questo genere di situazioni. Pensiamo però che una società possa essere indirizzata diversamente e che nel nostro caso sia urgente farlo. Ci hanno spiegato infinite volte che la demolizione (riforma, in gergo capitalista) del welfare sarebbe stata enormemente compensata da un aumento verticale di efficienza. Si riferivano a questo? Intendevano dire che è efficiente una società che abbandona i miserabili e ne valuta la perdita come semplice dato statistico, sia pure indesiderato da un punto di vista etico ma inevitabile nel computo economico del bilancio sociale? Gli anticorpi che questo modello prevede sono soltanto la "legittima" difesa armata, magari preventiva? Prendiamo atto, con amarezza e forte preoccupazione, che mentre una volta la reazione agli attacchi al modello democratico ed alle conquiste dei lavoratori e dei cittadini in termini di diritti e garanzie era contrastato e spesso invertito da un forte ed organizzato movimento dei lavoratori, oggi la società assiste distratta e "disarmata" a tutti i processi di destrutturazione di tali diritti che la classe dirigente opera. In altre parole, qualificare la sinistra significa non "battere Berlusconi", ma fare i conti con l'esigenza di imporre una sterzata netta alla direzione della società, non ripristinando sic et simpliciter gli istituti classici della cittadinanza, che in alcuni casi non sono più adeguati, ma ricercandone l'aggiornamento e il rinnovamento, sapendo che molte delle parole d'ordine accettate e mutuate dla capitalismo negli anni della sbornia nuovista e "moderata" si sono rivelate per quello che erano: vuote ideologie che giustificavano la rapina sociale, miti effimeri come il successo ed i soldi, in grado però di cancellare secoli di costruzione della civiltà. Le elezioni si avvicinano, e noi non crediamo nei miracoli. Si lotti fino all'ultimo sforzo per cacciare questa banda di malfattori che ci insulta con la sua presenza nelle massime istituzioni, ma si recuperi il senso della società, che oggi e da tempo è sottomesso all'interesse ed all'inevitabile egoismo. Se poi questo vuol dire lotta di classe, vuol dire che una classe sta procedendo coscientemente verso l'abolizione della solidarietà.

Fraterni saluti.
, g.m.



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