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| roccasecca, | 19 gennaio 2006 |
Siamo
rimasti sorpresi, stamattina, nel sentire il tono degli articoli di stampa che
danno la "drammatica" notizia che a New Haven, negli Stati Uniti, sta chiudendo
la "mitica" fabbrica di fucili a ripetizione Winchester. Massima preoccupazione
per i 186 posti di lavoro persi che vanno ad aggiungersi ai danni del capitalismo,
ma ci sembra davvero fuori luogo il rimpianto per una fabbrica di articoli di
morte (riconvertire 186 lavoratori nel paradiso del lavoro flessibile non dovrebbe
essere un problema, o no?). Nella nostra ingenuità, avremmo salutato l'evento
come una rara nota positiva nel mondo dei fabbricanti d'armi che invece proliferano
grazie alle guerre esterne ed interne del potente impero americano. Leggendo
i dati sulla produzione e sul commercio di armi siamo inorriditi dallo stato
di ottima salute di cui il settore purtroppo gode. Grazie alle politiche di
aggressione preventiva, grazie alle fobie coltivate dagli improvvisatori della
Casa Bianca nella loro società, grazie alle incertezze sociali che opprimono
e frustrano i cittadini di ogni ceto sociale rendendoli folli, fino a orientare
il voto elettorale contro chi proponeva, pur timidamente, di rivedere un pochino
l'attuale libero mercato delle armi. Ricordiamo che Kerry proponeva di vietarne
la vendita libera ai malati di mente regolarmente certificati (!) ma questo
sembrò agli elettori un primo passo verso la limitazione del loro diritto di
dotarsi di una bella Colt e sparacchiare a tutto quello che si muove per sentirsi
più protetti. Quello che ci ha colpiti, ripetiamo, è il tono romantico della
maggior parte degli articoli letti, che parlavano del fascino del Winchester
'73, quello dei film western di John Wayne, che lo usava per fare il tiro a
segno con gli straccioni indiani, quello in dotazione a Tex Willer ed a tutti
i maggior personaggi della famigerata "epopea del West". Siamo lettori accaniti
di fumetti western, e spettatori inguaribili del cinema di frontiera, pur essendo
assolutamente partigiani degli indiani (preferiamo senz'altro "Soldato Blu"
a "Il massacro di Fort Apache"), e possediamo la collezione completa di Tex
Willer, di cui ammiriamo le sceneggiature ed i formidabili illustratori. Tuttavia
non ci coinvolge, davvero, l'estetica del Winchester, e pensiamo che se i giornali
ne parlano con nostalgia, come se sparisse un formaggino che ricorda l'infanzia
o il meccano dei tempi andati, vuol dire che siamo messi male. Vuol dire cioè
che quanto sosteniamo da tempo è purtroppo vero: c'è una grande battaglia culturale
che attende di essere combattuta, e che non va soltanto nella direzione (principale
senz'altro) della sconfitta della convinzione che lo sfruttamento sia necessario
e quindi giustificato, ma coinvolge anche elementi più schiettamente umanistici,
come la pace, il superamento della violenza e l'accettazione della convivenza
come normalità. Non piangiamo se una fabbrica di armi chiude, anzi speriamo
solo che non si tratti di errate operazioni di marketing, ma di un ripensamento
più generale dei consumatori di strumenti di morte. Continueremo però a collezionare
i fumetti ed a guardare i film western, quelli di buona qualità anche se un
po' vecchi (anche noi proviamo nostalgia, a volte), ma lo faremo nella convinzione
che si possa sognare una prateria ed una frontiera, anche accettando un compromesso
con il recupero di simboli storici quali la lotta e le armi, senza che questo
presupponga che davvero quelle armi debbano continuare ad essere prodotte ed
usate.
Sì, il fascino della frontiera esiste, e siamo i primi a coltivare utopie
e grandi orizzonti, ma non li perdiamo di vista distraendoci ad ammirare un
folklore dal sapore di polvere da sparo. Fraterni saluti.