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roccasecca, 17 gennaio 2006
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La civiltà della morte

Fra qualche minuto, alle nove e uno ora italiana, mezzanotte e uno locali, in California verrà ucciso l'ultimo indiano.
Clarence Ray Allen, un Cherokee colpevole di diversi omicidi, cieco e disabile, compirà settantasei anni e verrà messo a morte dal civilissimo paese della libertà. Il governatore Arnold Schwarzenegger, agglomerato di muscoli prestato al regime, ha rifiutato anche a lui la grazia, confermando l'orientamento assolutamente garantista ed egualitario del suo Stato. La California non fa particolarità: non fa differenza se sei negro, ispanico o indiano. Ti fa fuori lo stesso, e non serve che ti appelli a idiozie quali il pentimento, il ravvedimento e l'impegno civile che ti conquista perfino la nomination per il Nobel. L'importante è rassicurare il tremebondo borghese americano, che si sente sicuro solo se vede che lo Stato è inflessibile con i delinquenti, anche a costo di commettere gli stessi delitti. Salvo poi mestare nella confusione e descrivere chi si batte contro al barbarie della pena di morte e della tortura come poveri mentecatti che difendono i delinquenti. Non ci sfiora nemmeno l'idea di giustificare in alcun modo un assassino, che tale rimane. Non proviamo neppure pietà, per lui, poiché non ci convince affatto la tesi che vorrebbe l'uomo sempre e comunque in fondo buono. Ma proprio per questo non ci confondiamo di fronte alla pratica degli stessi metodi del criminale da parte della società. Lo Stato ottiene forse qualche consenso da parte dei peggiori e più bassi istinti sempre presenti massicciamente nella società, specialmente in tempi di crisi e di insicurezza sociale. Ma il suo scopo non dovrebbe essere questo, bensì la promozione dei valori alti e la loro attuazione pratica anche nella forma della crescita delle coscienze dei cittadini che amministra. La vendetta, l'orgoglio egoistico, la catarsi del sangue descritta in tutti i testi sacri e lavacro di ogni vergogna dei buoni sudditi del potere non fanno avanzare di un millimetro la sicurezza reale, la capacità di convivenza civile, il rispetto e la serenità. Fanno però molto bene alla potente immagine che di sé propone il potere stesso, autorigenerandosi e confermandosi così, populisticamente e rozzamente, come unica salvezza degli indifesi. Rispettiamo che prega fuori dai carceri in queste tragiche occasioni, poiché sappiamo che questo è il loro modo sincero per testimoniare un'idea altra ed alta di civiltà e di giustizia. Pensiamo però che non sia sufficiente, ed auspichiamo che le campagne per la moratoria (la California ne discuterà a breve) o per l'abolizione della pena di morte escano dalla retorica e si tuffino nella battaglia politica, conquistando il posto giusto fra le priorità mondiali. Perché la pena di morte non fa soltanto rabbrividire, ma invece richiama alla mente altre nefandezze tutte civilmente occidentali quali Guantanamo e le torture ai nemici ormai non soltanto praticate ma anche teorizzate e sostenute da gran parte dell'establishment imperiale.
Mentre scriviamo questa breve nota, il governatore della California ha già avuto il suo macabro trofeo: il Cherokee è già stato giustiziato, e l'America ha un assassino in meno ed un omicidio in più. Con tutta la tolleranza, la buona volontà di cui siamo capaci, non riusciamo proprio a vedere in questo una traccia di civiltà.

Fraterni saluti, g.m.



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