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| roccasecca, | 27 ottobre 2005 |
L'on.
Berlusconi ha affermato che il suo (in tutti i sensi) governo è quello che ha
fatto più riforme di tutti quelli della storia repubblicana. Non si capisce
bene perché senta il bisogno di ribadirlo, visto che nessuno lo nega. Quello
che è in discussione, e che ha meritato l'attenzione dell'ultraequilibrato Capo
dello Stato, è il carattere, l'indirizzo di tali provvedimenti. Non è certo
automatico che il termine "riforma" indichi qualcosa di progressivo, descriva
cioè una scelta di avanzamento sul terreno dei diritti o anche solo della modernità.
Non è necessario essere esperti di semantica per sapere che riformare vuol dire
semplicemente modificare, attribuire, appunto, una diversa forma a qualcosa.
Diversa, neanche necessariamente nuova in senso stretto. In questo senso, il
fatto che abbia fatto molte riforme vuol semplicemente dire che ha fatto molti
danni. Perciò, l'imbonitore di Arcore dovrebbe smetterla di tentare maldestramente
il gioco delle tre carte e spostare continuamente l'argomento di discussione,
e iniziare invece a dare qualche risposta sulla qualità, sui contenuti di quelle
che chiama riforme. Quelle adottate nei confronti delle regole costituzionali,
ad esempio, sono certamente riforme, ma fortemente peggiorative del sistema
vigente, tali da essere considerate da settori non marginali della società e
degli esperti come palesemente reazionarie. Vogliamo dare un'occhiata agli interventi
sul welfare, sul mercato del lavoro, sulla sanità, sulla scuola, sulla ricerca,
sull'accesso ai beni comuni, sulla gestione del patrimonio, sul fisco, sulla
giustizia? Non vi è dubbio che gli interventi sono stati oltre che numerosi,
massicci. Tali da cambiare radicalmente il paese stesso. Ma allo stesso modo
non vi è traccia di alcun miglioramento, né sul piano organizzativo dei vari
settori, né tantomeno sulle prospettive economiche, qualitative, di sviluppo
o anche semplicemente gestionali che tali sconvolgimenti comportano o comporteranno.
Tutto quello che è stato ottenuto, è una compressione intollerabile delle condizioni
di vita dei cittadini e dei lavoratori, oltre che dell'agibilità stessa della
democrazia e della partecipazione. Di contro, la concentrazione rapida e massiva
di risorse economiche nelle mani di una oligarchia sempre più ridotta nei numeri
ma sempre più vergognosamente dotata di mezzi di controllo e orientamento dei
processi, ossia di potere. Queste che Berlusconi spaccia per riforme in realtà
costituiscono spesso un vero e proprio attentato alla civile convivenza, configurano
come mai era avvenuto, neanche negli anni bui della strategia della tensione
e dei servizi corrotti, il classico sovversivismo dall'alto delle classi dirigenti
lucidamente analizzato da Antonio Gramsci. Non diciamo questo per il gusto sterile
della citazione, ma per suggerire che forse non tutto quello che il movimento
operaio italiano, per molti aspetti il più avanzato dell'Occidente capitalistico
e forse del mondo intero ha saputo realizzare era da cestinare (pensiamo alla
questione delle alleanze o all'analisi dei rapporti di classe sul piano internazionale,
ad esempio). Sia sul piano della prassi che su quello teorico. Purtroppo non
si può non prendere atto che la corsa a disfarsi dell'ingombrante ma fecondo
fardello novecentesco da parte di diverse correnti di pensiero neo o post marxiste
e zone limitrofe ha consentito e perfino giustificato, in parte, politiche apertamente
reazionarie come queste presunte riforme o come il ritorno della guerra imperialista
con l'aggravante del carattere preventivo. Tuttavia, anche in queste condizioni
di resa volontaria di buona parte della sinistra alle condizioni di un nemico
in crisi, ci sarebbe tanto da fare. Ci pare che si sia tutti d'accordo nel considerare
le politiche di modifica degli assetti economici, sociali e democratici operate
dalle destre in regime di prepotenza quanto meno inopportune e pericolose. Allora
cosa si aspetta a produrre iniziative e strategie condivise, magari minimali,
limitate quanto si vuole ma utili a partire, a cementare una convinzione unitaria
che sulla carta trovano gli ostacoli più originali ed impensati? Svelare la
mistificazione, annullare l'intento di confondere mediaticamente i cittadini
con sparate arroganti quanto false, smontare la propaganda con la verità è un
lavoro che potrebbe contribuire a riqualificare la politica.
Ne ha bisogno la politica ed il Paese. E lo può fare solo la sinistra.