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roccasecca, 10 ottobre 2005
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Democrazie: la Germania è vicina?

La Grosse Koalition è cosa fatta.
Secondo l'Unità, si tratta di un "accordo storico", tanto è vero che è stato raggiunto "di notte". Non capiamo bene l'accostamento, ma non ha importanza. Cerchiamo invece di ragionare su quello che comporta quanto stabilito dai vertici dei due partiti maggioritari in Germania. Dunque: gli elettori hanno sostanzialmente bocciato il tentativo (democratico) di Angela Merkel, conservatrice, di imprimere una svolta dichiaratamente liberista al Paese, dopo sette anni di governo progressista anche se sempre più lontano dalle politiche di welfare storicamente patrimonio delle sinistre riformiste. Nel contempo, hanno rafforzato la loro indicazione attribuendo un successo oltre ogni aspettativa alla lista di sinistra "Die Linke", e mantenendo la SPD a livelli non certo di disfatta. Questi dati avrebbero richiesto una lettura onesta, e se si fosse voluto assecondare la tanto sbandierata volontà popolare, si sarebbe dovuto procedere alla formazione di un governo di sinistra con un programma più marcatamente sociale di quanto non fosse quello precedente. La rottura "da sinistra" con il passato assetto di maggioranza da parte non solo dei comunisti della PDS, ma di Oskar Lafontaine e del suo agguerrito gruppo di socialdemocratici "radicali", parlava proprio questo linguaggio, ed è stata, appunto, premiata dall'elettorato. Ma è servito? Non sembra. Infatti, i capi dei due maggiori partiti, entrambi grosso modo con la stessa forza elettorale e parlamentare, hanno deciso di demolire ogni forma di distinzione, qualsiasi idea non solo dell'alternativa, ma addirittura dell'alternanza. D'un colpo sono state dichiarate superate tutte le diatribe e le distinzioni che hanno animato la ricerca politica e la proposta di governo del paese più grande d'Europa per tutto l'arco della sua storia democratica. Eppure, il sistema elettorale tedesco è considerato praticamente da tutti come uno dei più praticabili in funzione democratica, in grado di garantire una buona governabilità insieme ad una sostanziale rappresentanza. Che cosa è dunque cambiato, nell'ambito della formazione del consenso e dell'organizzazione delle società economicamente avanzate? Uno dei dati più evidenti, è che il post-fordismo, mutando radicalmente il rapporto fra territorio e produzione, e fra territorio e consumo, non ha più bisogno del welfare, almeno nelle forme classiche conosciute. E quindi saltano le differenze di analisi e di posizionamento, in una parola le differenze politiche fra soggetti che non concorrono più in nome di concezioni alternative e di blocchi sociali contrapposti, in una logica dialettica "di classe", ma si contendono il potere in nome di cordate, di lobbies, di comitati di poteri forti che si scontrano sugli interessi privati. Questa può essere un'estremizzazione, ed è sicuramente solo una parte della lettura complessiva che attende gli esperti rispetto a queste trasformazioni. Noi stiamo soltanto cercando di capire, e di dare un contributo dal punto di vista di lavoratori che soffrono le difficoltà connesse alla mancanza di una rappresentanza dei loro interessi (non certo solo economici) nella fase attuale dello sviluppo capitalistico. Tuttavia, rimane un fatto: in Germania (non in uno sperduto regno tribale di qualche foresta equatoriale) la volontà degli elettori è stata completamente bypassata, sottomessa a logiche che non esitiamo a definire di regime. Ciò non vuol dire che si sia instaurata una dittatura, sia chiaro. Però vuol dire che quella democrazia non si pone più il problema della rappresentanza dei suoi cittadini, e cancella anche secoli di storia sociale in nome di nuove forme organizzative richieste non dal'evoluzione della democrazia, ma dal verificarsi delle condizioni per una sua sottomissione al volere, ai bisogni ed all'egemonia del capitale. Certo, non siamo ancora alla omologazione di forze diverse in un unico ambito organizzativo e culturale-programmatico, ma il passo fatto è enorme, e va tranquillamente contro le istanze poste dai cittadini. Questo non ci fa stare troppo tranquilli rispetto a quanto si va realizzando in Italia ed altrove, dove ad una esigenza di giusta, necessaria ed auspicabile politica di alleanze fra forze democratiche si risponde con l'identificazione sempre più totale e totalizzante di tutti i democratici con un unico grande contenitore informe ed incolore definito convenzionalmente "centro". La famigerata "corsa al centro" risponde, cioè, non ad una esigenza di tutela né di rappresentanza - in sostanza di democrazia - ma esclusivamente di governabilità. Forse se gli elettori-cittadini fossero un po' più attenti (non parliamo delle avanguardie, movimenti, girotondi e partiti, ma di TUTTI i cittadini) scorgerebbero una crepa profonda nella propaganda che da decenni ormai si incarica di convincerli in ogni modo che non la rappresentanza, bensì la stabilità di governo è l'unico valore. Forse vale per le borse; tutto da vedere se anche per la società. Rimane l'interrogativo di fondo: un governo serve a rassicurare gli investitori o a garantire un programma di sviluppo per il suo paese? E se la seconda è vera, quale sarà il programma che attuerà il governo meticcio del colosso tedesco? Quello di Angela Merkel che sarà cancelliere, o quello di Gerard Schroder che controllerà il ministero dell'economia? O nessuno dei due, in barba agli elettori di entrambi? ma forse queste domande sono inutili, perché la seconda parte della domanda è ormai solo retorica. Tutto questo interroga anche il concetto e la funzione di opposizione, ma questa è un'altra puntata.
Fraterni saluti.

Giovanni Morsillo



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