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| roccasecca, | 7 ottobre 2005 |
Complimenti,
signor Neoliberismo!
La scelta determinata di governare la società attraverso
il non governo dell'economia, di sperare nei miracoli senza alcun progetto di
crescita, di affidare alle magnifiche doti del mercato il destino della gente
in carne ed ossa, di risolvere con la guerra i contenziosi sull'accaparramento
delle risorse vitali (energia ed acqua) ha da tempo iniziato a mostrare i suoi
risultati. Prendiamo l'Italia: dopo proclami tanto roboanti quanto infingardi
e bugiardi, pseudoprogrammi elettorali che incantavano con gli slogan commerciali
del "tutti più ricchi", abbiamo di fronte un Mezzogiorno in cui una famiglia
su quattro è ufficialmente indigente. E nonostante questo si insiste sulla devoluzione,
che come da noi facilmente spiegato da tempo, non è altro che demolizione, destrutturazione,
decomposizione di uno Stato unitario e solidale, sebbene inquinato dai famelici
professionisti dell'accumulazione. Prendiamo l'Europa: abbiamo visto il mutamento
della Spagna a seguito del mutare della sua classe dirigente. Registriamo con
preoccupazione crescente i comportamenti concreti di Blair, che mentre millanta
una appartenenza alla sinistra storica, che pure nel suo paese ha fatto cose
di rilievo mondiale in direzione dei diritti e della democrazia, si batte per
il controllo privato sull'acqua, per politiche sempre meno garantiste, per lo
stato di polizia e per politiche di potenza a livello internazionale (G8, WTO).
Vediamo la Germania, grandissimo paese che non porta alla mente solo il nazismo
e l'olocausto, ma invita a pensare a una straordinaria organizzazione sociale
della produzione e della cittadinanza, con diritti e conflitto, in sostanza
democratica, perdersi oggi in un lavorio sconcertante per inficiare le chiare
indicazioni del popolo attuando un'alleanza di governo che in nome di una strana
idea della governance snatura completamente ogni residuo di carattere socialdemocratico
nella SPD e la riduce a normale azienda con annessa facoltà di contrarre accordi
di collaborazione con chiunque purché convenienti. In sostanza si tratta non
di dare un indirizzo di efficienza e di miglioramento al paese, ma di far fuori
la concorrenza, quella sinistra caparbia e comunque molto popolare, che vorrebbe
limitare lo strapotere delle classi ricche come si credeva di fare nell'Ottocento.
Prendiamo il mondo: la prima potenza militare e coloniale continua imperterrita
ad esportare miseria e barbarie, rendendo accettabili, perché abituali, qualsiasi
sopruso, qualsiasi repressione, anche in altri paesi molto lontani da essa,
e purtroppo con il consenso o la disattenzione dei più. Quello che è successo
a Melilla, il massacro di straccioni che scappano dalla morte, la dice lunga
sul livello di assuefazione alla repressione che il mondo "civile" ha ormai
raggiunto. Il fatto che l'Iraq resista, che la Palestina non ceda, che in Afghanistan
siano tornati (non se ne sono mai andati) i signori dell'oppio e della guerra,
che la Rivoluzione di Cuba avanzi continuamente verso mete e risultati sempre
più alti, non gli provoca nessun disagio, almeno davanti alle telecamere. Non
ci è ami capitato di sentirli dire: "Forse non dovevamo". Anzi, qualcuno lo
ha detto, ma è stato immediatamente buttato nella pattumiera. Colin Powell non
era certo una colomba: un generale con campagne storiche nel curriculum. Ma
era anche un uomo intelligente (strano, ma vero) e quando non è stato più compatibile
con il progetto di dominio del folle integralista di Washington e dei potentati
economici (leciti o mafiosi, poco importa) che lo sostengono, lo hanno elegantemente
accompagnato alla porta. I tifoni, le catastrofi ecologiche continuano ad aumentare
di intensità e di frequenza, ma la torre d'avorio impenetrabile degli imperatori
si limita a chiudere le imposte ed i ponti levatoi, per lasciare fuori il vento,
il fango ed i miserabili. L'inquinamento continua a erodere la zolla di terra
su cui ci siamo appollaiati, e la rende sempre meno ariosa, sempre più viscida
e scivolosa. E l'inquinamento non è solo quello dell'emissione dei rifiuti (di
cui per il 27% continuano ad essere responsabili direttamente gli Stati Uniti,
ma che cresce esponenzialmente con le nuove economie di produzione selvagge
asiatiche e latinoamericane). E' sempre più inquinata anche la casa in cui abitiamo,
la società che ci ospita. Preda di una crescente ignoranza, vittima di condizionamenti
strumentali solo al mercato, fagocitata da una idea terribile di concorrenza,
la civiltà regredisce, si accartoccia su se stessa, e muore come un bonsai affidato
ad un boscaiolo. La chimica, la tecnologia, la fisica dell'energia, la medicina,
la biotecnologia, tutte le scienze classiche e di nuova concezione che dovrebbero
sollevare l'uomo dalle miserie e dalle angosce di una sopravvivenza bestiale,
sono invece strumento di oppressione a danno dei 4/5 dell'umanità. Perfino il
termine umanità, appare eccessivo. E' ora o no di avviare un ripensamento? Sappiamo
che molte realtà lo stanno facendo a diversi livelli in tutto il mondo. Noi
italiani avremmo anche buone carte da giocare, potremmo far tesoro di insegnamenti
altissimi in questo senso, recuperando l'idea di austerità (che è tutt'altro
dalla povertà), quell'idea di società "diversamente ricca" che fu di Riccardo
Lombardi e di Enrico Berlinguer. Potremmo lavorare sulla nostra storia di conquiste
solidali, di avanguardia del movimento democratico mondiale (o almeno europeo)
dei lavoratori, ricominciare a credere nelle idee di Altiero Spinelli, dei grandi
padri della nostra democrazia ormai umiliata dall'occupazione militare dei lestofanti
del berlusconismo. Potremmo ripensare l'antifascismo come un valore umano e
non come un posizionamento da tifoseria a chiacchiere. Potremmo. Ma costa tanta
fatica, come tutte le cose buone. Non si coltiva nessun frutto stando in panciolle
davanti alla televisione a rincitrullirsi con le isole dei famosi. Non siamo
famosi, né inseguiamo modelli illusori e fantasiosi.
E non vogliamo dimostrare
nulla sopravvivendo (per brevissimo tempo) in un'isola. Noi vogliamo vivere
in un mondo che non abbia isole, e per realizzarlo ci vuole un lavoro lungo,
duro, pesante, costante, infinito. Questa è la chiamata alle armi che dobbiamo
rilanciare. Qui si gioca la diversità: nel coraggio di dire le cose scomode
ma necessarie, perché il tempo del gioco delle tre carte, degli imbroglioni
da fiera che vivacchiano sulla credulità dei gonzi deve finire. Fraterni saluti.
Giovanni Morsillo