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| roccasecca, | 28 febbraio 2005 |
Sabato
pomeriggio, guardando la gradevole trasmissione "Che tempo che fa" condotta
abilmente da Fabio Fazio, abbiamo purtroppo assistito ad una bassissima caduta
di serietà.
Fra gli ospiti, sempre di altissimo livello e di opinioni diverse (da Michele
Santoro a Cesare Romiti, da Dario Fo a Bill Gates, per citarne solo alcuni) Fazio
ha ricevuto Emanuele Filiberto di Savoia, sedicente Principe di Venezia.
Nulla di strano che alla televisione si intervisti un personaggio che, per diversi
motivi, fa colore e riscuote l'attenzione del pubblico italiano dei rotocalchi,
né che a questo si dia spazio per parlare di cose disparate, poiché
il giornalismo di intrattenimento deve necessariamente comportarsi, a volte, in
modo frivolo, anche se a condurre l'intervista è un uomo di grande capacità
e ironica serietà come lo stimatissimo Fazio.
Ciò che proprio non riusciamo a digerire, invece, è che sia lui,
sia la più decorativa signorina Blasi, continuavano per tutta la durata
dell'intervista a rivolgersi all'interlocutore con l'appellativo di Principe.
Ora, noi non contestiamo il diritto di ciascuno a scegliersi il soprannome che
desidera, né che di questo si faccia uso sia pubblico che privato. Ma quando
una televisione nazionale, per di più pubblica, utilizza titoli decaduti
e non riconosciuti dalla Repubblica per individuare personaggi che sono, a tutt'oggi
pari agli altri per dignità civile, ci sentiamo male. Un irrefrenabile
senso di nausea ci assale quando i conduttori, in barba alla Costituzione repubblicana
si attardano su terminologie che appartengno ad un Ancien Régime che per
noi italiani ha il ricordo ed il sapore del tradimento, della vergogna, ci sembra
che davvero il piacere sottile di essere dominati non sia morto con il nascere
del concetto di democrazia e di cittadinanza.
Sia chiaro: nessuna colpa personale può né deve essere ascritta
al rampollo della famiglia dei re felloni. Tuttavia, non si esageri, superando
perfino l'interessato in questo: il signor Emanuele Filiberto mostrava addirittura
una certa tranquilla disposizione a non essere considerato nobile per il titolo,
ma solo aristocratico, poiché, sentenziava, si è nobili per comportamento
e per formazione mentre per nascita si può solo essere aristocratici (citiamo
a memoria). Merito a lui di questa sottolineatura, salvo poi voler considerare
gli scivoloni quando dice di aver vissuto un'infanzia "normale" sebbene
ricca, forse non rendendosi pienamente conto di cosa vuol dire essere "normali"
in un mondo dove si fatica a sbarcare il lunario o dove la prima piaga è
l'ignoranza. Ma questi dettagli sono, appunto, colore. non ci interessa né
sarebbe giusto sottoporre quel distinto signore ad esami di fede democratica,
quando non lo facciamo con tutti gli altri cittadini o ospiti del Paese.
Quello che vorremmo, è che in televisione e sui giornali la si smettesse
di usare i titoli decaduti come fossero in vigore. Se fra loro gli ex nobili vogliono
chiamarsi Conte, Marchese, Principe o Marajà, facciano pure. MA a sessant'anni
dalla nascita della Costituzione la si smetta di considerare gli uomini per lignaggio,
accreditando differenze di dignità che il popolo italiano ha dichiarato
finite per sempre.
Fraterni saluti.
Giovanni Morsillo