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| roccasecca, | 28 settembre 2005 |
Le alte sfere vaticane devono aver letto la nostra nota di qualche giorno
fa, dove sostenevamo che la chiesa cattolica ha solo autorità morale e solo
per alcuni, e le sue ingerenze nei fatti della società italiana sono quanto
mai indebite, visto che noi non ci occupiamo dei loro sistemi istituzionali,
né ci premuriamo di suggerire loro le soluzioni ritenute migliori per
risolvere i loro problemi, non sempre contenuti nell'ambito teologico. Il clero rilancia, non sappiamo su quale sfida visto che quasi tutti a
destra e manca fanno a gara nel prodursi in riverenze ed ossequi degli di un
hidalgo, secondo cui sarebbe addirittura "opportuno" che il Vaticano si
intrometta negli affari dello Stato italiano. Noi continuiamo a pensare che
non sia affatto così, e che la chiesa è libera sì, ci mancherebbe, ma in uno
Stato altrettanto libero, di grazia.
Tuttavia, se proprio si tratta di fare un passo verso l'incontro con le
esigenze del nostro vicino, proponiamo a chi ne ha facoltà di accettare di
discutere serenamente del problema, con un solo preliminare quale regola
valida per i lavori: ciò che si accetta deve valere per tutti. Per esempio: se il Vaticano vuole finanziamenti pubblici per le scuole
private cattoliche in Italia, dovrà accettare di finanziare scuole private
atee o facenti riferimento a filosofie materialiste nella sua giurisdizione;
se vuole impedire l'unione fra persone dello stesso sesso biologico, dovrà
accettare l'unione eterosessuale dei suoi cittadini, senza distinzioni; se
vuole contribuire a stabilire la condotta delle donne sul lavoro in Italia
(vedi insegnanti di religione) dovrà necessariamente far cessare alcune
pratiche e disposizioni che agli occhi degli Italiani potrebbero apparire
discriminatorie (sacerdozio femminile, clausura, ecc.)
Che fare? Non possiamo, né vogliamo entrare nelle questioni organizzative di
una associazione di liberi cittadini quale la chiesa - qualunque chiesa -
fin quando le sue finalità non confliggono con l'esercizio della libertà,
della dignità, della sicurezza di altri cittadini. Ma neppure possiamo
continuare a sopportare l'equivoco secondo cui ciò che a noi, Stato sovrano
e popolo democratico non è consentito, ad altri è invece permesso nei nostri
confronti.
I piccoli esempi provocatori elencati sopra sono talmente banali che
chiunque ci ha pensato, qualche volta. Certo, poi si finisce con il
sorridere di tali assurdità, ma si dimentica che esse sono tutte realmente
praticate nella loro prima parte.
Saranno pure fissazioni di inguaribili illuministi, di strani assertori del
relativismo come unica antitesi dell'assolutismo, ma noi restiamo convinti
che quando qualcosa non vale per tutti non si chiama diritto, ma privilegio.
In questo siamo confortati dall'autorevole parere del compagno Diliberto,
che trattando altri argomenti di carattere sociale lo ribadisce spesso e
volentieri.
Fraterni saluti.
g.m.