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| roccasecca, | 21 settembre 2005 |
Da
sempre i rapporti fra lo Stato italiano e quello vaticano sono stati caratterizzati
da una certa asimmetria, che vede gli Italiani sottomettersi ad una autorità
presunta della sede della cristianità, forse in virtù della preoccupazione
di non scontentare i milioni di cattolici che nel nostro Paese risiedono e votano.
Ci sembra però che da un po' di tempo queste preoccupazioni siano aumentate
in modo esponenziale, probabilmente perché il potere reale della Chiesa
cattolica in Italia è aumentato anch'esso, vista la frana dei valori
dovuta ai comportamenti della classe dirigente nazionale. Gli ormai quotidiani
interventi del clero e della Sede di Pietro nelle cose istituzionali, sociali
e politiche italiane non conoscono più limiti, e si assiste a vere e
proprie ingerenze che, purtroppo, non fanno neanche più meraviglia.
Se la CEI, l'Osservatore Romano e perfino il Pontefice possono traquillamente
dettare gli indirizzi della nostra scuola, delle riforme costituzionali, dell'organizzazione
della famiglia, delle scelte in campo scientifico e dei comportamenti sociali
più banali, non è però consentito agli Italiani esprimersi
sulle questioni che riguardano il vicino. Non ci passa neanche per la mente
di discutere le scelte in materia di fede e morale, sebbene il Vaticano lo faccia
anche troppo spesso nei nostri confronti. Ma avremmo qualcosa da obiettare,
in un mondo sempre più integrato, sulle discriminazioni di genere o sulle
palesi restrizioni alla circolazione della cultura in quello Stato, che rimane
una monarchia assoluta di fonte aristocratica. Ma noi ci accontenteremmo anche
di rinunciare in questo caso al diritto di critica, poiché non abbiamo
alcuna intenzione, né pensiamo sia utile, di provocare fastidi ai cattolici,
che liberamente possono scegliere di sottomettersi all'autorità morale
che preferiscono. In cambio, però ci piacerebbe che altrettanto fosse
praticato dalle gerarchie ecclesiastiche, che finalmente accettassero di occuparsi
della loro missione pastorale nell'assistere le anime, lasciando in pace l'Italia
nelle sue legittime scelte nelle materie sopra accennate. Questo non per escludere
o creare fratture con una parte molto consistente della popolazione, ma per
tenere ben separate la sfera morale da quella politica, poiché lo stato
etico ci terrorizza. Quando a dettare le regole sono i cultori di legittime
quanto esclusive interpretazioni etiche del mondo, della vita e della natura,
si finisce dritti nel ghetto del fondamentalismo, indipendentemente dalla volontà
di ciascuno.
Registrare il fastidio che serpeggia per il solo fatto che il Presidente della
Repubblica considera Porta Pia il coronamento dell'impresa risorgimentale fa
rabbrividire. Abbiamo visto gruppi consistenti di integralisti (Comunione e
Liberazione, Militia Christi) rivalutare il brigantaggio in chiave antirisorgimentale,
valorizzare le spinte scioviniste e regressive che in un grande impegno revisionista
tendono a negare la funzione storica progressiva del Risorgimento stesso (e
conseguentemente della Resistenza), e ne hanno il diritto, anche se sbagliano
profondamente. Quando però queste considerazioni e queste direttive vengono
da uno Stato sovrano straniero, la cosa cambia.
Per quanto ci riguarda, la laicità dello Stato è una delle conquiste
maggiori dell'età moderna, e almeno dal 1789 (ma già con la Rivoluzione
anticoloniale americana di quindici anni prima) essa è stata motore di
grandi progressi, ed ha consentito la partecipazione attiva di tutti i cittadini
indiscriminatamente alla gestione dello Stato stesso. Almeno in linea teorica,
cosa di cui la nostra Costituzione si è resa conto benissimo, dichiarando
quale impegno della Repubblica la rimozione degli ostacoli di qualsiasi ordine
che si frappongono a tale realizzazione di libertà attiva.
Noi non solo non abbiamo nulla contro i cattolici, ma pensiamo ed agiamo per
costruire con essi la democrazia, sustanziata da luoghi di incontro sempre più
ampi e sempre più complessi, che permettano il confronto fecondo fra
culture e politiche diverse fra loro, curandoci non degli schemi rappresentativi
della realtà che ciascuno sceglie, ma degli obiettivi comuni e delle
conquiste possibili in materia di società e di civiltà. Ma proprio
per questo siamo fortemente preoccupati quando alcuni autorevoli rappresentanti
della comunità cattolica sembrano dimenticare tutto questo, e scelgono
l'ingerenza in materie che non attengono alla fede, né riguardano solo
una parte dei cittadini, ma costituiscono il modo di organizzarsi di una società
che vogliamo plurale e complessa. Auspichiamo che la classe dirigente italiana
sappia in futuro, rinnovandosi, porre le basi per un più corretto e fecondo
rapporto istituzionale e politico con il Vaticano e con il clero italiano, poiché
la particolare fisionomia di tali interlocutori richiede capacità e statura
politica che oggi non sono rintracciabili nel buffo parterre del potere nazionale,
e la questione, tuttavia, non può essere elusa in alcun modo. La stabilità
democratica del Paese passa anche da qui.
Fraterni saluti.
Giovanni Morsillo