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| roccasecca, | 28 luglio 2005 |
di
Enrico Melchionda
(docente di Scienza politica
e Politica comparata all’università “L’Orientale” di Napoli)
Mi dispiace insistere, ma continuo a non capacitarmi di come sia possibile,
da parte della sinistra italiana, affrontare il problema delle primarie con
tanta leggerezza. L’impressione è che essa vada soggetta periodicamente a febbri
populiste che le impediscono di ragionare sulle conseguenze delle proprie azioni
e scelte. La febbre attuale ricorda quella che si verificò all’epoca della rivoluzione
anti-partiti dell’inizio degli anni Novanta. Allora ci si illuse di poter sfruttare
a proprio vantaggio la spinta verso la trasformazione del nostro sistema politico,
ma, com’è noto, si finì solo per preparare il terreno alla destra e al berlusconismo.
Comunque la febbre è il sintomo di una malattia, ed è quindi a questa che bisogna
rivolgere l’attenzione e, si spererebbe, la cura.
Plebiscito o consultazione?
Intanto vale la pena notare che questa volta la febbre è molto più diffusa,
visto che non risparmia nessuno, neppure il Partito della Rifondazione comunista,
che anzi sembra in preda al delirio più acuto. Se infatti i Ds si accingono
a vivere le primarie come una necessità, dettata dalla scelta di puntellare
la leadership di Prodi soprattutto dopo la sfida politica portata dalla Margherita,
il partito di Bertinotti si è fatto prendere decisamente dall’entusiasmo, evidentemente
gasato dal colpaccio di Vendola in Puglia. Non è che si illuda di vincere la
nomination al posto di Prodi, ma non si limita nemmeno più a fare manovra politica,
nel senso di cogliere l’occasione delle primarie per allargare la propria influenza.
Ha invece sfoderato una retorica che fa impallidire perfino i girotondisti populisti
à la Flores d’Arcais: le primarie sono ora diventate nientedimeno che lo strumento
per far spazio alla partecipazione e perfino per recuperare il distacco tra
élite e popolo. Ora, a parte che un partito il quale si richiama a una (qualsiasi)
tradizione comunista dovrebbe piuttosto arrossire di vergogna per simili ingenuità,
è chiaro che abbiamo qui i l sintomo di qualcosa di grave che sta avvenendo
nella sinistra italiana. Poiché nessuno è così ingenuo da non sapere che la
logica delle primarie è quella della personalizzazione e del direttismo, ovvero
della democrazia plebiscitaria, che vuole liberarsi delle istanze collettive
e organizzate della rappresentanza e del controllo dei cittadini nei confronti
del potere, e poiché sono inoltre ben noti gli effetti di smantellamento della
partecipazione popolare e di esaltazione dell’influenza politica plutocratica
che tale logica ha avuto nell’esperienza americana, bisogna chiedersi come sia
potuto avvenire che essa abbia sfondato in questa misura nella sinistra italiana.
Riflettiamo sulle ragioni per cui si tengono queste primarie. Prodi l’ha spiegato
con chiarezza quando ha detto che come leader della coalizione non può “accettare
di regnare senza governare”. Quindi non gli basta il mandato dei partiti, ma
vuole un’investitura personale diretta da parte dei cittadini. Tanto più dopo
la rivendicazione di autonomia della Margherita e dopo che è sfumata la costruzione
di un partito del leader. E poco importa che così le primarie finiscano per
assomigliare più a un plebiscito che a un’elezione. Quel che conta, dal punto
di vista di Prodi, è ottenere una risorsa in più da impiegare nell’esercizio
della sua leadership al fine di neutralizzare la capacità di condizionamento
dei partiti. Una risorsa che, unita con il controllo delle leve di governo su
cui potrà contare se vince le elezioni, può risultare davvero letale per i partiti.
E’ vero, il braccio di ferro tra Prodi e Rutelli ha dimostrato che i gruppi
dirigenti dei partiti non rinunceranno facilmente ad affermare le proprie ambizioni,
e che probabilmente riusciranno a governare lo svolgimento stesso delle primarie.
Ma non è detto che ci riescano per sempre, perché intanto accettano formalmente
il principio che la scelta del leader non spetta a loro ma ai cittadini, e così
in futuro, con altri candidati e al tri equilibri politici, l’ascesa di un Berlusconi
di sinistra non è affatto da escludere, specialmente se si considera il grado
di patologia cui è giunta la situazione politica italiana. Da questo punto di
vista, le primarie di ottobre saranno tutt’altro che una farsa. Se mai, dovrebbe
inquietare il fatto che si ritenga generalmente normale questa pretesa della
persona destinata alla guida dell’esecutivo di attribuirsi status e poteri di
un monarca assoluto. E a questo punto non si capisce davvero perché opporsi
a una riforma costituzionale come quella promossa dal centrodestra, che cerca
di conseguire esattamente questo risultato, e lo fa con strumenti istituzionali
ben più efficaci. Né meraviglia che la bandiera della battaglia contro il maggioritarismo
venga di fatto lasciata cadere dalla sinistra, raccolta ormai dalla sola famiglia
ex democristiana, che non a caso è l’unica ad avere un progetto di risanamento
del nostro sistema politico.
Immagine senza programmi
Ma quel che forse è ancora più inquietante, dal nostro punto di vista, è che
nessuno a sinistra abbia avuto il coraggio di chiamarsi fuori dal plebiscito.
Neppure chi dalle primarie rischia di ricevere solo danni. Mi sono chiesto il
perché e la risposta che mi sono dato è che si sono fatti prendere tutti dal
timore di mettersi contro la “volontà popolare”, contro una cosa che comunque
viene percepita come “moderna” e “di sinistra”. Il che ci dice fino a che punto
sia stata introiettata la logica direttista e personalista. Ora, non manca a
sinistra chi ritiene che – ex malo bonum –, per quanto discutibile, questa forma
“moderna” di partecipazione possa rappresentare comunque un’occasione per spostare
in avanti gli equilibri politici della coalizione. Ci si propone di farne quella
grande consultazione popolare sui programmi che non si è trovato il modo di
realizzare diversamente. E in questa chiave viene giustificata, ad esempio,
la candidatura di Bertinotti. A me sembra, fr ancamente, una presa in giro.
Perché, intanto, le primarie sono per propria natura la negazione della scelta
basata su un mandato programmatico. La loro funzionalità sta proprio nel fatto
che richiedono la scelta semplificata di una persona, valutata in base alla
sua immagine e alle sue attitudini, e non di azioni future che accrescono i
costi di informazione in maniera insopportabile per un qualsiasi elettore medio.
Perché bisogna prendere atto che oggi al personalismo dal lato del ceto politico
fa riscontro un personalismo dal lato dei cittadini, per cui gli interessi individuali
predominano sovente su quelli collettivi. Ma l’imbroglio è tutt’altro che astratto.
Sappiamo infatti che l’intera coalizione di centrosinistra si fonda e si tiene
insieme su un unico principio, oltre al “dovere patriottico” di cacciare Berlusconi:
non si tratta sui programmi. Perché questa è, evidentemente, una prerogativa
(o una patata bollente) che viene ceduta al leader. Ed è infatti la condizione
de ll’accordo con Rifondazione, di cui Prodi è personalmente garante. Quindi,
in una competizione i cui principali protagonisti sono proprio Prodi e Bertinotti,
una qualsiasi seria commistione tra primarie e programmi è una contraddizione
in termini. Ma allora perché dovremmo firmare una cambiale in bianco a delle
(pur degne) persone? Perché il plebiscito per Prodi o, mettiamo, un buon risultato
di Bertinotti dovrebbero garantirci che l’eventuale governo di centrosinistra
non si riveli un nuovo fallimento e che non prepari ancora una volta il terreno
alla rivincita della destra? La verità è che farsi coinvolgere in quest’avventura
delle primarie rappresenta per la sinistra un errore dal punto di vista tattico
e un’involuzione dal punto di vista politico-culturale. L’errore sta nella valutazione
degli equilibri politici che vengono identificati nel centrosinistra e nel tipo
di alleanza che viene prospettata. Accreditare le primarie come una via di uscita
democratica dalle liti che inf estano in maniera ricorrente l’Unione significa
sottovalutarne o rimuoverne il senso, che va ben al di là di lotte di Palazzo,
e rinunciare a costruire un’alleanza che trovi solidità nella negoziazione tra
soggetti programmaticamente diversi piuttosto che nell’incoronazione di un leader.
Per spostare a sinistra l’asse della coalizione, bisognerebbe innanzitutto evitare
di regalare definitivamente i Ds a una collocazione centrista. Invece la sensazione
è che Bertinotti non voglia far altro che riproporre il modello della Lega,
aspettandosi di ricavarne un’analoga rendita di posizione. Ma sarebbe un azzardo,
non solo perché Prodi non è Berlusconi, ma anche perché – come già si vede dai
risultati delle regionali – è improbabile che l’elettorato lo premi.
Liti e illusioni
Al di là dei calcoli politici che possono essere più o meno sbagliati, più o
meno riparabili, però, le scelte di cui stiamo discutendo preoccupano per ben
altri motivi. Se si scambiano le primarie per uno strumento capace di allargare
la democrazia, vuol dire che si è ormai rinunciato a ricostruire quel principio
di identità forte e quella partecipazione organizzata che soli possono consentire
una soggettività delle classi subalterne e una trasformazione sociale profonda.
Di fronte alle difficoltà immani che quest’impresa comporta si può anche capire
la tentazione ricorrente della sinistra di prendere la scorciatoia del populismo.
Ma illudersi che bastino delle iniezioni di popolo (la sublimazione nei movimenti
o l’infatuazione per le primarie) per rigenerare un sistema politico sempre
più autoreferenziale ha come unico effetto di indebolire ulteriormente il legame
rappresentativo e finisce per alimentare piuttosto l’alienazione e il disinteresse
dei cittadini.
Tratto da aprile il mensile di luglio/agosto 2005