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roccasecca, 2 marzo 2005
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Bambini poveri

Collegatevi al sito www.unicef.it e cercate il rapporto intitolato Le condizioni dell'infanzia nel mondo 2005. Al capitolo 2, Bambini e povertà, trovate a pag. 14 un grafico che riassume l'evoluzione della percentuale dei piccoli poveri del mondo sviluppato (Ocse). Oltre al dato impressionante ed in forte crescita che riguarda il nostro Paese, dove ormai quasi 17 bambini su 100 sono considerati poveri (dall'Unicef, non dai sindacati o dai comunisti), una lettura un pochino critica aiuta a rilevare come in tutti i Paesi che hanno scelto la via liberista e la privatizzazione selvaggia dei servizi, il dato è cresciuto, a cominciare dagli Stati Uniti, che si ritrovano con 27 bimbi su 100 che soffrono l'indigenza. Stiamo parlando dei paesi più sviluppati del mondo, di quelli che spendono miliardi di dollari (o di euro) per esempio per la guerra o per le cure dimagranti ai cani dei ricchi. Sia detto senza volontà scandalistica, ma riteniamo si debba riflettere sul fatto che invece nei Paesi nordici dell'Europa, dove ancora resiste un fortino di Welfare State, ossia di politica pubblica di protezione sociale, questo dato è quasi insignificante.
E quale ricetta sfornano i grandi capoccioni dell'economia di classe? Aumentare la stretta liberista, condizionare i non autosufficienti (anziani, bambini, malati) ad una sopravvivenza senza dignità e senza prospettive. Lo vediamo quando chiedono attraverso la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale di ridurre il livello e la quantità di prestazioni sociali da parte dei governi, sia da noi, sia nei paesi poveri (la locuzione "in via di sviluppo" diventa così ancora più insignificante).
Dovunque si è sostituito il liberismo e la privatizzazione dei servizi essenziali a politiche di Welfare l'aumento della sofferenza dei bambini è indiscutibile. Si guardi il dato della Germania, dell'Austia e della Polonia, per fare tre esempi diversissimi fra loro, ma dove l'applicazione dell'avventura liberista ha fatto raddoppiare il numero di piccoli poveri.
Se analizzassimo i dati relativi all'andamento di settori come la sanità, l'istruzione e i consumi degli anziani, che cosa potrebbe saltare fuori?
Naturalmente, dovremmo anche indagare nel dato, per scoprire a chi appartengono, a quale classe sociale, questi bambini che non avranno vita facile. Scommettiamo che non appartengono solo alle famiglie dei disoccupati meridionali, ma che fra loro una buona parte sono figli di lavoratori occupati, che però ormai stentano a portare il necessario a casa?
Ecco, ci piacerebbe che in televisione qualcuno chiedesse scusa, e per riparare almeno in parte ed in ritardo, magari ripristinasse un fisco equo e progressivo, un qualche automatismo per il recupero del potere d'acquisto dei salari e delle pensioni, una sanità pubblica che serva a guarire i malati, e non a smistarli verso le cliniche dei baroni o abbandonarli al loro destino se non possono pagare, una scuola che sia cardine della "pubblica istruzione" e non della formazione privata delle nuove classi sociali. Sì, sarebbe una bella cosa se, invece di spendere miliardi per mandare a casa degli italiani il vademecum del consumatore di farmaci, si controllasse il giro che va dalle industrie farmaceutiche alle prescrizioni di farmaci inutili o dannosi dietro compensi ai medici.
Si può discutere di tutto, delle formule, delle alleanze, dei fascisti al governo, della Lega e del mercato globale; non ci pare civile, invece, transigere sul diritto al futuro dei bambini.
Quei piccoli cittadini non saranno in grado di diventare cittadini adulti, se non avranno uno sviluppo tale da farli sentire uguali agli altri per dignità e per opportunità. Se ciò non avviene come stupirsi delle deviazioni, dei drammi sociali che si consumano nelle nostre periferie, del rifiuto delle regole e della legalità da parte di tanti giovani?
E' difficile parlare di questo, ma dobbiamo farlo. Perché non è solo un dovere etico nei confronti dei più deboli, cosa già di per sé abbondantemente sufficiente, ma anche una concreta preoccupazione per quello che sarà la società in cui vivremo fra qualche anno.

Giovanni Morsillo



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