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| roccasecca, | 8 luglio 2005 |
La
guerra continua a fare morti. Innocenti.
Ovunque.
L'illusione colonialista che
la guerra di dominio possa essere portata dove conviene e mantenuta circoscritta
alle aree designate a tavolino nei centri economici che contano, si rivela ancora
una volta fallace. Nessuno, ovviamente, aveva mai creduto alla favola degli
irakeni che avrebbero accolto con sventolii di bandierine a stelle e strisce
i "liberatori", né alle fanfaluche sulla "democratizzazione" forzata dell'Afghanistan.
Tutti sapevano, e si diceva perfino nei bar, che la produzione di oppio sarebbe
di nuovo aumentata, anche se poi la realtà ha superato in volume ogni previsione.
Tutti prevedevano una guerra lunga e sanguinosa, anche se poi lo sterminio di
intere città (non solo Fallujah) ha fatto impallidire ogni cinico pronostico.
Nessuno poteva in fede credere che "tanto a noi italiani non faranno nulla,
perché lo sanno che siamo loro amici e siamo in missione di pace", e infatti
abbiamo avuto i nostri poveri morti, i nostri sequestrati, le nostre esecuzioni.
E siamo sotto tiro. Come gli Arabi. Aznar e Blair hanno portato avanti la scelta
della guerra coloniale con più determinazione di altri, e Berlusconi ed il suo
governo fantoccio al servizio dei petrolieri USA e della CIA si è sperticato
ne tentativo goffo e meschino di apparire più realista del re. Ma il re, stavolta,
è nudo davvero. Viene fuori con atti ignobili come quello di Londra e quello
di Madrid tutta la debolezza, la solitudine dei popoli di fronte alla guerra
dei potenti, che si chiamino Bush o bin Laden poco cambia.
Oggi piange Londra,
con i suoi 37 morti, ma continuano come ogni giorno da oltre due anni a piangere
centinaia, migliaia di poveri cristi irakeni, di madri senza più figli, di padri
che non possono sfamare e curare quelli che gli sono rimasti. Domani potrebbe
piangere qualcun altro, forse l'Italia, forse noi che scriviamo queste righe
angosciate e umili di fronte a tanto smarrimento. Per questo, da comunisti,
da rivoluzionari, non possiamo permetterci, cari compagni, di cedere il passo
all'emozione, pur umanamente logica e prepotente in questi momenti. Mantenere
la lucidità e conservare la capacità di analisi, di ragionamento su cause, responsabilità,
conseguenze di quanto accade, è una necessità, prima che un dovere. Le grandi
mobilitazioni per la pace, per la fine della guerra imperialista ai danni di
popoli già martirizzati da dittature sanguinarie e feroci come quella dei Taliban
e quella di Saddam e del partito Baath, devono tronare a governare la nostra
voglia di giustizia, di serenità, di dialogo e di cultura, devono tornare a
stabilire la distanza fra i popoli ed i governi guerrafondai, che siano arabi
o occidentali. Se Roma, Milano, l'Italia hanno finora scampato la tragedia di
massacri come quelli di Londra e Madrid, lo si deve probabilmente al grande
ruolo che ha avuto la mobilitazione contro le scelte del governo fantoccio di
Berlusconi, insieme al forte impegno contro l'aggressione profuso dal papa polacco
negli ultimi anni della sua vita. Non ci rassegnamo ad accettare la guerra,
nelle sue manifestazioni ugualmente cruente e disumane dell'aggressione di eserciti
mostruosi su città misere e malate e dell'attacco dinamitardo contro uomini
e donne ignari. Siamo inorriditi, ovviamente, quando esplodono i treni di lavoratori
o i pullman di studenti, in Europa o in Israele, come quando i generali "amici"
cantano vittoria per la riuscita di un bombardamento o di un rastrellamento.
Ma non ci si dica che aggressione e risposta sono la stessa cosa, e non si facciano
confusioni pelose fra terrorismo e resistenza. Siamo in attesa che qualcuno
cominci ad affrontare il problema per quello che è, senza doppi pesi e doppie
misure (Cecenia, Kurdistan, Azerbaigian, Kashmir, Pakistan, Iran, ...), perché
questa corsa alla distruzione non si ferma con i sentimentalismi: bisogna cambiare
registro, bisogna cacciare questa classe dominante che sta producendo tragedie
inedite nella storia umana, e sostituire non solo l'orchestra, ma lo spartito.
Nessuno si senta dalla parte "giusta". Nessuno si rifugi in comodi bunker etici,
dove non arriva il rumore delle bombe né le urla dei disperati. Siamo coinvolti
tutti, nella misura in cui rinunciamo a fare il poco che possiamo contro questa
infame idea di mondo che ci stanno costruendo intorno e addosso. Ancora una
volta siamo costretti a rivendicare il diritto di fare la pace, e chiediamo
atti concreti in quella direzione: ritirare le truppe di invasione, partire
con progetti di sviluppo condivisi, e soprattutto smetterla di pensare e di
agire come se il mondo finisse alle Colonne d'Ercole dell'Occidente.
Fraterni
saluti.