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| roccasecca, | 29 giugno 2005 |
16% a Roma; 21% in Calabria.
Questi i dati dell'affluenza alle urne nelle elezioni parlamentari suppletive. In entrambi hanno "vinto" i candidati del centro-sinistra, a cui vanno gli auguri di questo sito. In realtà, hanno vinto davvero ancora una volta e con percentuali da dittatura, gli astensionisti. Quando inizierà una seria riflessione su questo dato?
La progressiva frana di partecipazione al voto, in una democrazia appena decente, meriterebbe che si indagassero le motivazioni e le possibili soluzioni in maniera scientifica, ossia senza opportunismi né furberie linguistiche. A noi, che non siamo sociologi né ci intendiamo molto di meccanismi decisionali o di tecniche di acquisizione del consenso, sembra di rilevare una forte disillusione, un disinteresse ormai dilagante, perfino una difficoltà a motivare atti di partecipazione, dato che la percezione che si ha nella società, è che la politica, ormai, riguardi qualcosa di diverso dai nostri interessi. O meglio, essa condiziona sì, i nostri stili, modelli e livelli di vita, dai consumi alla libertà, dalle opportunità alla salute e così via, ma pur essendo così presente nelle nostre problematiche esistenziali e pratiche, non sembriamo più in grado di controllarne ed indirizzarne i movimenti, le decisioni, gli atti.
Ossia, si percepisce un forte distacco fra le classi dominanti (ed il ceto politico) e le masse, che ormai sono solo sommatorie di individui senza alcun collante sociale, disgregati da una polverizzazione sociale che spaventa. Il ceto politico rappresenta solo sé stesso, cioè le lobbies che lo eleggono, in forme discutibilmente democratiche ma con obiettivi che sono molto lontani dalla realizzazione di conquiste in tale direzione. Questo non è più un fenomeno marginale, né è governabile con richiami a valori e appartenenze che non esistono quasi più, sfaldati da decenni di attacchi feroci all'impianto culturale ed ideologico della Repubblica democratica fondata sul Lavoro.
Perché il cittadino dovrebbe sentirsi tale, e quindi assumere la responsabilità di contribuire alla costruzione dello Stato in cui vive, se invece il potere decisionale viene via via accentrato in sale sconosciute, in luoghi non istituzionali, anche se a volte residenti nei palazzi pubblici? In sostanza, se il voto non influisce su scelte radicalmente diverse, se non mette in essere la possibilità di scegliere davvero fra opzioni alternative (e non necessariamente soltanto due, anzi!), perché dovrebbe sentirsi coinvolto l'elettore? E se quella che si chiede è soltanto una delega che poi è presa a pretesto finto-democratico giustificare nefandezze ed autoritarismi di ogni tipo, che senso avrebbe esprimere un consenso o un dissenso? Quando parliamo di nefandezze, non ci riferiamo, ovviamente, soltanto alle leggi ad personam o a quelle salva-categorie-di-lestofanti, ma proprio alla sostituzione del diritto, della democrazia sostanziale, con mere procedure e pratiche da regime giustificate maldestramente con il voto popolare, come se questo fosse una delega per disfare la democrazia.
Questa logica direzionale, aziendalistica della gestione del Paese, sta producendo effetti devastanti non soltanto sull'economia, ma sulla fruizione dei diritti reali, quelli che in una accezione ormai negativa, vengono definiti welfare state con una smorfia di paternalismo a sottolinearne l'ingenuità, oltre alla rete complessa di pesi e contrappesi che rendono possibile la vigilanza democratica (Rai, Magistratura, Sindacato, Parlamento, poteri locali ecc.)
Come si può chiedere a dei sudditi di votare? Il problema democratico che oggi sta delineandosi con forza drammatica è questo: i sudditi sentono istintivamente di non avere potere, e però, mancanti di guida e di orientamento, si posizionano su trincee illusoriamente difensive, rifiutando il sistema che non li rappresenta senza assumere coscienza delle proprie condizioni, e rifugiandosi in comportamenti prima qualunquistici, poi sempre più egoistici, fino alle aberranti forme sottoculturali del leghismo, dell'individualismo violento, del disprezzo di tutto ciò che è "fuori" dalla propria potestà.
Questa classe dirigente è inaffidabile, incapace e corrotta fino all'osso, lo sappiamo. E' perfino possibile che si riuscirà a toglierle i centri di comando dalle grinfie (spazzarla via è un altro affare, visto che essa rappresenta perfettamente proprio questa tendenza regressiva che a società registra). Ma finché la gente (masse o cittadini ci sembrano termini troppo impegnativi per questa fase sciaguratamente sciovinista) continuerà a percepire che l'alternativa non c'è, e che si vota in un perfetto bipolarismo bipartisan, ossia per correnti diverse di un partito unico liberista, non sarà possibile ripristinare valori, metodi e obiettivi della democrazia. La continua violenza fatta ad essa attraverso un uso spregiudicato del suo simulacro per rendere accettabili vergogne come le privatizzazioni dei beni strategici o addirittura la guerra imperialista, la fine del lavoro come garanzia di dignità e dello stato sociale come protezione dalle miserie, ha costruito questo castello di menzogne che oggi ci crolla addosso. Forse bisognerebbe parlare meno di primarie e più di protagonismo del lavoro e della cittadinanza, anche lavorando per scardinare i perni su cui si fonda l'attuale mistificazione democratica, a partire dal sistema elettorale.
Fraterni saluti.