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roccasecca, 23 giugno 2005
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Dio non paga il sabato. La giustizia italiana nemmeno la domenica, però a volte paga. Certo, quando si ricorda di pagare magari il creditore è estinto, perché l'anagrafe è implacabile, e non consente rinvii. Così i parenti delle vittime dell'eccidio nazista di Sant'Anna di Stazzema hanno riscosso il debito di giustizia che i Panzergrenadieren di Hitler avevano contratto con loro il 12 agosto del 1944, sterminando nel loro stile barbaro 560 persone, fra cui molti bambini. Certo, i vegliardi responsabili della immonda azione, sono ormai impunibili, e l'ergastolo comminato loro sembra una beffa, visto che la sentenza viene dopo 61 anni dai fatti, e che i più giovani fra i carnefici hanno ormai 81 anni di età. Tuttavia, almeno c'è stata una Corte di giustizia che ha decretato la colpevolezza, che ha riconosciuto responsabilità e condannato atti e attori. I familiari si sono detti soddisfatti, e almeno potranno guardare le lapidi che ricordano il massacro senza arrossire di vergogna per appartenere ad uno Stato che non fa il proprio dovere. Come sono umiliati a fare, invece, quelli di Piazza Fontana o di altre mille stragi da Ustica a Bologna, dall'Italicus a Portella della Ginestra. Questo è stato possibile perché qualcuno ha riesumato documenti fondamentali per anni occultati nell'armadio della vergogna, in uno dei tanti, troppi episodi di copertura dei nazisti, dei loro manutengoli fascisti e dei crimini commessi da quella gentaglia ai danni dell'Italia, del suo popolo, della sua dignità. Fu grande e duratura la risposta che il popolo italiano, completando l'eroica epopea risorgimentale, seppe opporre a tutto questo, e grandioso fu lo sviluppo della nostra democrazia, che portò all'emancipazione di un popolo schiavo rendendolo non solo libero, ma esempio e modello di civiltà nel mondo. Nulla di tutto questo si vede oggi, purtroppo. Interi quartieri si ribellano ed assalgono le forze dell'ordine che cercano di arrestare dei malviventi, persone che vanno per la loro strada vengono fatte bersaglio di pistolettate nei mercati delle grandi città, lo stupro con tortura sembra lo sport di tendenza di questa estate, le tasse le paga solo chi stenta a campare, tre italiani su quattro non votano perché "la cosa non mi riguarda", e tutto si risolve con qualche battuta sulla Cina e sull'euro. Questo continuo sgretolamento del nostro tessuto civile e delle nostre convinzioni democratiche, che ormai si è impadronito dei comportamenti fin più banali degli italiani, è il risultato di anni di pressione antidemocratica, ed anticostituzionale (quindi eversiva) di una parte delle stesse classi dirigenti per togliere spazi alla partecipazione, alla responsabilità dei cittadini e sostituirla con la regola unica della competitività, ossia dell'arrivismo, della sopraffazione, della miseria morale. Dal CAF in poi ci siamo sentiti ogni giorno meno cittadini e più "privati", ma nello stesso tempo, mentre cercavano di convincerci che le regole sono dei capestri e che la libertà sta nel fare ciò che si vuole, venivamo sempre più "privati" (appunto) dei nostri diritti, delle nostre opportunità, delle nostre protezioni solidali. Questo in un quadro di regressione che vede coinvolto gran parte del mondo cui apparteniamo, ossia il celebratissimo quanto famelico e meschino Occidente. Noi non abbiamo smesso un solo giorno di impegnarci, al di sopra delle nostre forze e al di là del raggiungibile, sposando l'utopia come guida e la lotta come strumento, ma ci rendiamo conto che i risultati sono insufficienti. Oggi manca una classe dirigente complessiva seria e capace di dare vigore, di organizzare e indirizzare le energie di quella che chiamavamo "la parte sana" della società", il mondo del lavoro, dello studio, della scienza, dei bisogni materiali e non, per farne la forza propulsiva per nuove conquiste. Gli sforzi di alcuni encomiabili dirigenti si scontrano con logiche di prevalenza davvero ridicole. Decenni di lotte in difesa, di accordi al ribasso, di ricerca di compatibilità e di alleanze spesso estreme e motivate dalla costrizione per la sopravvivenza dei gruppi dirigenti, sono stati la culla in cui è cresciuta un'idea bassa di società, in cui sono scomparsi i grandi obiettivi, i famosi valori, e si è fatto posto alla pratica dell'esclusione e dell'egoismo lasciando nicchie di solidarietà agli "addetti ai lavori", e spesso trasformando pure queste in succulenti affari. I vituperati partiti di massa sono ormai sostituiti da comitati elettorali e comitati di affari. Noi continuiamo a pensare, confortati da una gran messe di idee, lavori, pubblicazioni di studiosi della società, che ogni tentativo di crescita civile, sociale ed anche economica, passa per una presa di coscienza e resonsabilizzazione della società migliore, ossia quella del lavoro. Pensiamo che il lavoro debba tornare ad essere il modello su cui fondare la società, che altrimenti si illude di poter vivere di consumismo e di telefonini per finire in fondo al baratro. Pensiamo che il mondo del lavoro vada riunificato, partendo dalla capacità dei gruppi dirigenti non eversivi (quelli di sinistra, per capirci) di parlarsi, di trovare la sintesi, come dicevano i comunisti, e aprendo stagioni di lotta per ripristinare le condizioni per un lavoro che sia dignità.
Fraterni saluti.



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