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Sui risultati elettorali amministrativi (maggio 2003). La recente tornata elettorale sembra aver aperto più questioni e rivalse che la reale comprensione delle prospettive politiche che essa inaugura. Il polo delle destre inizia ad esternare i veleni e le antipatie represse finora in nome della permanenza al potere, e da un silenzio gravido di insofferenza e malcelato fastidio per alleati reciprocamente ingombranti e troppo lontani politicamente, passa ad una aperta e dichiarata ricerca di nuovi "equilibri" al suo interno, partendo però da una cocente sconfitta sia di Forza Italia (oltre otto punti in meno) sia di AN (al risultato fortemente negativo generale si aggiunge Roma, vera grande sconfitta delle politiche autoritarie e populiste del Centurione Storace, di cui Moffa è devoto scudiero). A sinistra, tuttavia, si vedono segnali di superficialità, di sufficienza, soprattutto nei commenti di dirigenti di primo livello (la base di sinistra sembra in questo momento molto più realista e disincantata). Certo, il freno al dilagare dello strapotere delle destre affariste e scioviniste nel nostro Paese è un dato assolutamente positivo, in parte non scontato e che apre nuove possibilità, tuttavia sarebbe un madornale e drammatico errore ritenere ormai invertita definitivamente una fase storica e sgretolato un blocco sociale che fino a qualche giorno fa veniva definito granitico e stabile in virtù di cedimenti democratici e di escamotages elettorali. A parte tutte le critiche - che ribadiamo in modo convinto alla luce sia delle nostre analisi precedenti sia dei risultati che le confermano - al sistema elettorale maggioritario introdotto in Italia ad onta della Costituzione e come vero e proprio atto di favoreggiamento ad una politica delle lobbies contro l'idea organizzativa democratica che fonda la Costituzione stessa rispetto al tema della rappresentanza e della forma di Stato, a parte questo, dobbiamo necessariamente fare il punto in modo più razionale, per evitare illusioni e rilassamenti proprio ora che le condizioni ammettono un progetto di riscossa democratica. Bisogna dire, innanzi tutto, che il risultato positivo non è frutto di alchimie politiciste e organizzative (non vi sono stati segnali di rottura rispetto ad una pratica verticista, tutta tesa ad individuare modelli organizzativi capaci di garantire l'establishment - una volta avremmo detto nomenklatura - dell'Ulivo e delle altre formazioni ostili al polo) ma va ricercata nella grande mobilitazione aperta dalla Cgil di Conferita il 23 marzo 2002 e proseguita dai movimenti su tematiche di alto profilo politico, vuoi nazionale (giustizia, informazione, welfare, lavoro, ecc.) vuoi internazionale (pace, solidarietà, antimperialismo, ecc.). Tanto è vero che il voto si radicalizza (anche se in modo ancora non sufficiente), premiando i Ds, ma a danno della Margherita. Questa cannibalizzazione dei consensi all'interno del centro sinistra non offre alcuna reale prospettiva di cambiamento del quadro politico nazionale, e non fa altro che rafforzare le posizioni della maggioranza Ds (più centrista) all'interno del Partito e mettere in crisi la leadership della Margherita (non solo Rutelli ma buona parte del gruppo dirigente) aprendo una sfida fra le componenti popolari-prodiane e le altre anime del partito. Questa contesa può essere molto pericolosa, alla luce del rafforzamento dell'Udc, che può attrarre parti del centro dell'Ulivo (non solo pezzi della Margherita, ma formazioni già molto impazienti come quella di Mastella). Altra ragione (forse fondamentale) della sconfitta chiara delle destre sta nell'incapacità dimostrata dalla coalizione al potere, localmente e a livello nazionale, di impostare una qualsiasi pratica di governo democratico, limitandosi a navigare a vista in una semplificata logica plebiscitaria e nella propaganda come unica modalità di contatto con i cittadini (meglio: con gli elettori). Il polo ha ormai ampiamente deluso i suoi elettori più accorti, risultando chiaro a chiunque non sia in malafede e non abbia privilegi da difendere che il governo persegue - anche localmente - una coerente linea di azione volta al recupero del clientelismo come forma di acquisizione e mantenimento dei consensi ed alla tutela dei privilegi di classe di pochi fortunati a danno delle concrete prospettive di crescita del Paese (lavoro, welfare, la stessa pace). Ormai il tempo di prova dell'alleanza di destra è abbondantemente scaduto, ed i risultati non danno alcun punto di credito a questa variopinta e surreale coalizione. I cittadini ne prendono coscienza ogni giorno di più, ed i movimenti e la politica che siamo riusciti a mettere in moto nell'ultimo anno e mezzo sono stati formidabile veicolo di maturazione civile. Ma non basta. Il consenso dovuto al fallimento degli avversari non solo non si trasforma automaticamente in consenso per le forze democratiche, ma non si struttura in modo stabile nel tempo, e non porta di per sé i caratteri del cambiamento. Ecco, di nuovo, l'urgenza di riqualificazione della politica democratica, sola capace di costruire prospettive e speranze concrete per il Paese. La competizione elettorale ha prevaricato tutte le funzioni della politica, trasformando i partiti e le alleanze da motori della produzione teorica e programmatica prima, e poi gestori dello sviluppo economico e democratico, in meri accaparratori di consensi per la gestione del potere senza mediazioni. Pertanto possiamo valutare positivamente la fase che si è aperta, purché non si perda di vista il contenuto programmatico e strategico (ivi compresa l'organizzazione, la forma partito). Per quanto ci riguarda più direttamente, il nostro Partito, che continua la sua marcia verso un radicamento di tipo classico fra i ceti di riferimento che si è scelto (lavoro, scuola, intellettuali, giovani) vede affermarsi la validità della linea scelta a Bellaria, ma soffre di una presenza ancora discontinua sul territorio. Ad affermazioni lusinghiere in aree vaste e molto caratterizzate vuoi da presenze operaie forti (cintura torinese) vuoi da tradizioni democratiche consolidate risalenti fino alla Resistenza (Castelli Romani) corrisponde una preoccupante assenza in altre aree, altrettanto vaste. Tuttavia, poiché è impensabile che la gente di Tivoli abbia interessi e pensieri completamente diversi da quella di Genzano, e che i trapanesi abbiano una visione della politica diversa ed opposta a quella dei gelesi, è lecito supporre che il problema, per noi, non sia nella linea politica, che dove è presentata in modo corretto è condivisa, ma di presenza capillare della struttura organizzata. Dove le Sezioni e le Federazioni lavorano e sono capaci di produzione e direzione politica, il partito non solo non soffre, ma va avanti in modo ormai molto significativo, registrando quote di consensi che ricordano davvero stagioni migliori. Dove ciò non accade, il partito segna il passo, pur essendo evidente ovunque il superamento della fase critica abbinata alle politiche 2001. Questo dato ci esorta a condurre avanti il nostro progetto politico, fatto di assoluta lealtà alla coalizione ed allo stesso tempo di irrinunciabile autonomia politica ed organizzativa, cosa che permette di configurare un partito autonomo sul piano del programma, dell'attività e delle posizioni politiche (ad esempio in politica estera, sul welfare, sul lavoro, ecc.). E tuttavia esso ci interroga sulla validità di questa forma partito, sulla possibilità di realizzarla qui ed oggi. In sostanza, è attuale oggi un partito comunista classico, con il suo modo di relazionarsi con la gente e con i territori? Il partito non può pensare seriamente di crescere nei territori se limita l'attività delle sezioni al solo rapporto elettorale con il popolo. Viceversa, i risultati dimostrano che i consensi sono solo il risultato di azioni politiche costanti e mature, capaci di incidere sia analiticamente che con la proposta sui bisogni dei cittadini. Insomma, le elezioni sono solo una fase della vita del partito, almeno per chi, come noi, si pone il problema del governo, non quello del comando. Introdurre politiche condivise di cambiamento richiede sforzi costanti, secondo l'antica formulazione per cui non basta criticare ed inveire, ma occorre dare risposte concrete ai bisogni ed ai problemi che la società pone. Tutto questo è possibile solo se anche nei territori il partito non rinuncia a volare alto, occupandosi non solo di trasferire contenuti e parole d'ordine dal centro ai lavoratori, ma di occuparsi di integrazione, di salario, di contratti, di scuola, di amministrazione pubblica, di sanità, di cultura, di problemi internazionali, ecc. Non siamo in grado ancora, per ragioni di forza, di risolvere in modo diretto le questioni sociali e politiche che si pongono, ma abbiamo il dovere di indicare la strada, chiedendo ai lavoratori ed ai cittadini di sostenere progetti di partecipazione invertendo il sistema di delega assoluta e clientelare oggi riportato in vigore dalle destre, ma che suggestiona anche ampi settori ad essa opposti. Insieme a questi il dato elettorale sottolinea con forza e in modo assolutamente costante - se ce ne fosse bisogno - che solo l'unità delle forze democratiche merita la fiducia degli elettori, fatto evidenziato ancora una volta dai risultati di Rifondazione, che crolla dove corre da sola ed invece regge dove si coalizza. Anche questo dato conferma la validità della nostra linea unitaria ed autonoma, che occorre ribadire con forza ad ogni occasione. Bilancio positivo, quindi, ma che obbliga il centrosinistra - e noi comunisti in particolare - a moltiplicare gli sforzi, per leggere correttamente quanto la società chiede a gran voce, senza essere subalterni ai movimenti, ma senza assumere atteggiamenti snobistici o paternalistici, sapendo invece che solo dal raccordo delle lotte sociali con una direzione politica efficiente e moderna può realizzarsi il programma e può coagularsi la forza necessaria a portarlo a diventare governo. Ed inoltre, occorre scavare nel profondo delle motivazioni di questo voto non per godere pacchianamente del risultato che umilia l'avversario, ma per trasformare questa grande disillusione, che oggi ferisce le destre insieme a tutta la struttura politica del Paese, in una riscossa democratica per la riconquista dei diritti compromessi dalla pessima amministrazione delle destre e dalla disattenzione e superficialità di chi le si oppone, e del consolidamento di valori e diritti ancora validi e capaci di determinare nuove stagioni di sviluppo.

Roccasecca, 29.05.2003

G. Morsillo