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Note sul convegno dell'Istituto Gramsci di Frosinone sulla politica estera dell'Unione Europea

Il convegno, tenutosi al Salone della Provincia di Frosinone il 15 Maggio 2003, molto ambizioso per il tema e per lo spessore del relatore, ha suscitato alcune riflessioni che vorremmo porre all'attenzione di chi ha interesse a discutere. Ci ha molto convinto la presentazione che l'On. De Gregorio ha pronunciato, ed in essa il suo approccio rigoroso e scientifico al problema politico. Dell'oratore abbiamo avuto modo di apprezzare le doti di intellettuale raffinato e profondo, insieme a quelle di politico attento e capace quando percorremmo un breve e, per chi scrive, acerbo tratto di esperienza politica comune. Diciamo, con soddisfazione, che non si è offuscata la qualità del professore, e abbiamo fiducia nella dichiarata volontà di utilizzare le sue risorse a vantaggio della società (in modo diretto o indiretto, ha poca importanza). Ci convince, oltre al metodo che assume come cardine di un impegno serio, il prodotto della sua - sebbene ancora preliminare, in quella sede - analisi, che lo porta dritto ad affermare la necessità, ed insieme la possibilità di un impegno sano nella più alta fra le espressioni della civiltà: la politica. Proprio per quelle motivazioni che egli esprime, con un punto di vista strategico che può essere discusso ma che ha un innegabile spessore etico e politico insieme, noi non abbiamo ceduto alle sirene del conformismo, magari commettendo errori, ma non quello di rinunciare. Pertanto, riteniamo che con l'Istituto Gramsci di Frosinone si debba e si possa avere un rapporto di attenta collaborazione, considerandolo un formidabile tesoro di conoscenza critica e dinamica di cui approfittare. La relazione del professor Vacca, del quale conosciamo il valore già dagli anni Settanta e prima ancora - personalmente ne ricordo le lezioni competenti e ricche all'Istituto di Studi Comunisti di Frattocchie -, non ha esulato dal suo compito naturale: fornire gli strumenti di conoscenza per fondare un'analisi, una critica, un'interpretazione di quanto sta avvenendo nei rapporti internazionali, e su questo formulare una definizione ed abbozzare una strategia di approccio. E tuttavia è andata oltre: essa ha suscitato, fortunatamente, più di un dubbio circa questioni anche dirimenti, su argomenti non secondari riguardanti sia la genesi e la conduzione degli attuali scenari, sia le possibili evoluzioni in termini di sovranità, di sviluppo, di garanzie, in una parola di civiltà, sia infine il ruolo di ciascuna figura coinvolta (stati nazione, enti sovranazionali, poteri economici e mediatici, organizzazioni sociali e civili, cittadini). Questi dubbi non derivano, ovviamente, da insufficienze di carattere contenutistico o metodologico della prolusione, ma sono figli di punti di vista, strategie e tattiche diverse, in breve di interessi. Che possono essere di semplice speculazione teorica, ma più spesso e più seriamente trattano e concernono obiettivi politici. Ad esempio, ci è rimasto un rovello, che forse potrà trovare luce nei prossimi incontri che l'Istituto Gramsci vorrà costruire, rispetto all'attualità di un progetto di realizzazione di un ente come l'Unione Europea (ma potremmo parlare del Mercosur o della Federazione dell'America Latina, o della nuova Lega Araba) nel momento in cui tutte le organizzazioni internazionali (Onu, ma anche UE, Nato, ecc.) vengono tranquillamente scavalcate e del tutto ignorate dalla potenza militare degli Usa. In sostanza: siamo certi che costruire una Unione Europea come quella di Maastricht, oltre tutto allargata a popolazioni e aree portatrici di culture ed esperienze completamente diverse (pensiamo non solo all'ex blocco sovietico, ma ad esempio alla Turchia e, in prospettiva, Israele), possa in qualche modo avere speranza di resistere ad una logica delle relazioni fondata esclusivamente sulla conquista e sul ritorno dell'imperialismo? Non scandalizzi il termine: di questo si tratta, quando gli eserciti di un paese con un debito sterminato vanno a garantire l'approvvigionamento del sistema produttivo e l'allargamento del mercato. E siamo certi che, una volta raggiunto l'accordo base (Costituente, esecutivo, ...) fra gli aderenti tali entità sovranazionali avranno un ruolo? Questi dubbi ci derivano dall'osservazione di come oggi il potere economico sia direttamente al timone, senza più alcuna mediazione della politica, del diritto, della diplomazia. Naturalmente siamo e restiamo convinti che nessuno sviluppo sarà mai possibile in presenza di un dominio unilaterale (di potenza, di classe, di moneta, di cultura,...) e tuttavia non diamo per scontata la permanenza di uno scenario di regole condivise - o comunque applicate - da ciascuno. Quale processo sarà in grado di rimuovere quanto di obsoleto ancora galleggia alla deriva nel complesso delle regole nate dalla decolonizzazione, e prima ancora dall'illuminismo e dalla fine degli imperi? E soprattutto, ed è la seconda parte della questione, che ruolo avranno i cittadini? Le loro organizzazioni, i loro movimenti, saranno in grado di portare la critica a diventare programma, e poi questo a diventare governo? Queste domande, semplici e rozze, non potevano che rimanere patrimonio della discussione che trae origine dalla relazione del Professor Giuseppe Vacca, e che speriamo si sviluppi nel nostro piccolo, contribuendo a fondare un sapere concretamente impegnato nella ricerca delle soluzioni, oltre che nell'analisi rigorosa della fase storica. Ma già ora, è bene interrogarsi sul percorso che si avvia: allargare l'Europa, darle una dimensione politica oltre quella monetaria, dotandola di un esecutivo e di un esercito, nel contesto attuale cosa produrrà? Sarà davvero una grande democrazia multiculturale o soltanto una enorme holding? Un gigante della gestione dei flussi di merci, denaro e forza lavoro o un modello di convivenza civile capace di garantire un nuovo modo di produrre e distribuire più equo verso i cittadini e l'ambiente? Qui diventa critica la domanda del convegno: il tipo di politica estera dell'UE, e la stessa possibilità che essa abbia o meno una politica estera deriva da questo. Per questo, anche raccogliendo l'esortazione del professor De Gregorio, crediamo che si debbano mettere in pista tutte le iniziative possibili per rivendicare ai popoli il diritto di sovranità, anche e soprattutto nel momento in cui questo viene compresso. Una guerra che scoppia nonostante 110 milioni di esseri umani in tutti gli angoli del mondo abbiano manifestato con forza la loro contrarietà non è buon presagio per decifrare le intenzioni dei padroni del vapore. E tuttavia, il fatto che questa mobilitazione sia avvenuta ci dice che molte cose sono cambiate e ancor più cambieranno. Ma la premessa del cambiamento è la partecipazione, la democrazia, la centralità dei Parlamenti e non degli Esecutivi o, peggio, delle centrali finanziarie e militari. Dipenderanno i nostri destini, individuali e collettivi, dal tipo di organizzazione (poteri, controlli, deleghe) che saranno realizzati. Pertanto non possiamo limitarci a partecipare ad un qualche referendum, ma dobbiamo porci seriamente la questione della rappresentanza, decidendo le forme e i modi di partecipazione dei cittadini al processo. La domanda cui rispondere è, quindi, doppia: c'è spazio per queste rivendicazioni e per questa democrazia? E se si riuscirà a realizzare un'Unione Europea democratica, sarà questa in grado di realizzare lo scopo per cui nasce? Dovremmo porci quindi anche il problema dell'efficacia, della reale possibilità che questi Enti sovranazionali avranno di far prevalere l'interesse generale sul particolare, il diritto sui privilegi, la politica sulla sopraffazione, la diplomazia sulla guerra. Per parte nostra, pensiamo che esistano le forze e la cultura per farlo. Lavoriamo per non disperderle e per migliorarle, sul piano dei numeri e della qualità.

Roccasecca, 20.05.2003

(G. Morsillo).