2° Seminario sulle politiche
e caratteristiche della globalizzazione
Roccasecca, 26 Ottobre 2003
Relazioni:
Lorenzo Infante - Cenni storici e quadro attuale
- Monica Di Sisto - GATS e UE. Ruolo,
interessi, politiche dell’Unione e riflessi sulla sua struttura.
Daniele Baldassarre
(Saluto): Questa mattina, in questo modo molto approssimativo
per quelle che sono le mie conoscenze sulla materia, introduco questo
argomento. Il secondo seminario sulla globalizzazione. Abbiamo gia avuto
occasione di incontrarci quando abbiamo tenuto il seminario su “Capitalismo
e globalizzazione” commentando ed approfondendo quelle che sono le vere
ricadute sulla società di questi fenomeni su scala mondiale. Il senso
di queste iniziative è quello di uscire come ragionamento dalla logica
delle frasi fatte e dei commenti da bar. Di acquisire competenze, ancorché
limitate, quando si legge la pagina economica di un giornale. Di acquisire
elementi e strumenti per elaborare autonomamente le nostre analisi politiche.
Capiamo di più le ragioni dei Palestinesi, da quando abbiamo intervistato
qui in questa Sezione il cittadino Palestinese, riusciamo ad argomentare
il nostro ragionamento dopo i seminari sul lavoro promossi da questa Sezione
e tenutisi a Frosinone, riusciamo ad essere vicini con opportune iniziative
ai lavoratori della FIAT che vivono sulla loro pelle il degrado della
economia. Dunque, relazionerà la compagna Monica Di Sisto ed il compagno
Lorenzo Infante. Veniamo tutti da esperienze diverse, ma i problemi che
incombono sulle nostre teste sono assolutamente trasversali, quindi toccano
in egual modo tutti quanti. Non è quindi necessario appartenere al PdCI
per partecipare, per ascoltare queste lezioni. Passerei quindi la parola
al compagno Giovanni Morsillo, che si è attivato veramente in modo esemplare,
ed ha lavorato senza sosta per portare al successo questa iniziativa.
La parola dunque a Giovanni.
Giovanni Morsillo: Io ho
fatto solo quello che fa un militante comunista che si pone l’obiettivo
di costruire una società fondata sulla consapevolezza. Noi qua, voi vedete,
non siamo una setta che si autoconvince di certe cose e le porta poi avanti
come se fossero una bibbia. No, noi qui cerchiamo di essere, almeno in questa
realtà, una forza aperta e socialmente impegnata, che cerca di utilizzare
tutti i suoi legami con la società, perché le cose che denunciamo devono
avere poi anche una ricaduta e devono servire a qualcosa. Il Segretario
ha detto molto bene qual è la nostra filosofia di vita, politicamente parlando,
e qual è stata l’iniziativa che ci ha visti attivi da quando il Partito
è nato, cinque anni fa. Abbiamo fatto una scelta strategica: un paio di
anni fa, in occasione del 25 Aprile, dicemmo che avremmo avviato una grande
battaglia contro il senso comune, perché secondo noi questo è un grande
nemico da sconfiggere. Non si può, cioè, parlare senza consapevolezza, non
si possono affrontare temi come la pace nel mondo, ad esempio, o come la
questione della globalizzazione, solo per sentito dire, o perché abbiamo
ascoltato Emilio Fede in televisione - anzi, in quel caso sarebbe meglio
tacere -. Puntiamo a fare ciò che i comunisti hanno sempre fatto nel nostro
Paese. Noi ci chiamiamo Comunisti Italiani perché abbiamo l’orgoglio di
richiamarci ad una grande tradizione, che è una tradizione culturale, prima
ancora che politica. Noi vogliamo introdurre nella società elementi di consapevolezza,
elementi di critica sociale fondata su valori, fondata su analisi, e non
su slogan o su mode passeggere, che saranno anche accattivanti, ma poco
o nulla produttive; e nemmeno ci interessano le alchimie di potere che inevitabilmente
le segreterie dei partiti finiscono per attivare, per sposare in qualche
modo, perché il problema del potere è un problema serio, che noi abbiamo
sempre presente, e riteniamo di essere una forza che è nata per il potere,
perché un partito si costruisce per prendere il potere, non per altre ragioni;
ma pensiamo che questo debba nascere da una consapevolezza diffusa, da una
vera realizzazione democratica. Su questo noi stiamo lavorando. Lavoriamo
sui temi locali, sull’amministrazione comunale o, ad esempio, la questione
della discarica e della gestione dei rifiuti a Roccasecca, come sui temi
più generali, come il lavoro, la scuola, i servizi, la sanità, il welfare
ecc. Lavoriamo ad esempio sulle questioni internazionali, poiché riteniamo
che gli orizzonti ormai, se mai lo sono stati, non possono essere più limitati
all’ambito nazionale di appartenenza. Perché i processi sono talmente vasti
- e la globalizzazione è proprio l’esempio più tipico - che non possono
essere risolti in sedi anguste. Quindi abbiamo lavorato non solo con interlocutori
nazionali. Sulla Palestina abbiamo lavorato e stiamo facendo iniziative
di buon livello, su Cuba siamo in contatto continuo e diretto, e facciamo
attività specifiche di confronto, oltre che di solidarietà, poiché riteniamo
Cuba un elemento di forte critica al sistema capitalista, che secondo molti
funziona ed è efficace: noi diciamo che esso funziona ed è efficace si e
no per il 20% dell’umanità, quindi con risultati che non ci convincono affatto.
Quindi, ecco, lavoriamo su queste cose, ma non pretendiamo di insegnare
nulla a nessuno. Cerchiamo invece di imparare qualcosa. Ecco perché oggi
abbiamo due relatori su due che non appartengono al nostro partito. Abbiamo
gente in questa sala che, probabilmente, non è mai entrata prima di oggi
in una sezione comunista, abbiamo gente che probabilmente non apprezza neanche
il nostro programma o il suo gruppo dirigente. Questo non ci scandalizza.
Vogliamo invece aprire quante più finestre possibili per osservare davevro
e da dentro quanto sta avvenendo nel mondo. Perché noi siamo fortemente
preoccupati, proprio perché consapevoli. Vi annuncio già che questo seminario
avrà ancora un seguito; questo è già il secodno, e non vogliamo fare dei
serial come la televisione, però quando un tema non può essere affrontato
con completezza in una sola sede, bisogna per forza prevedere una scala.
Quindi noi terremo una terza seduta, per spiegare le nostre proposte rispetto
a queste questioni, qual è il nostro programma su cui chiamiamo la gente
ad impegnarsi, ma prima di tutto a confrontarsi, dandoci anche i propri
giudizi e suggerimenti, e ne faremo poi uno specifico sull’acqua, perché
in questo momento è una delle risorse più sotto minaccia (anzi, più che
una minaccia, la privatizzazione delle acque è ormai un dato di fatto).
Detto questo, andiamo avanti con altre cose, perché abbiamo in programma
un seminario sulla Costituzione italiana, che vediamo fortemente minacciata,
e che invece difenderemo fino all’estremo, perché essa è la garanzia che
in questo Paese si possano svolgere attività, si possa essere cittadini
e non sudditi. Quindi quella per noi è una barriera che non si supera. Altre
attività che abbiamo in cantiere, certo, su questo chiamiamo poi i cittadini,
compagni e non, a darci una mano, a sostenerci, non solo con la presenza
- che è graditissima e di cui vi ringrazio - ma sostenerci anche con il
lavoro, con le idee, con la proposta. Detto questo, non credo di dover rubare
altro tempo ai relatori, vi ringrazio tutti di essere qua, ed auguro buon
lavoro a tutti noi.
Lorenzo Infante: Io vorrei
iniziare subito con la presentazione di un quadro generale, che ci permetta
di capire la nascita di quelle organizzazioni, di cui tanto si parla; quelle
organizzazioni che oggi sono sul banco degli imputati, accusate di non aver
saputo regolare il processo di globalizzazione, ed aver poi accentuato la
differenza fra Paesi poveri e Paesi ricchi. Volevo iniziare seguendo un’ordine
di idee, un’ottica di analisi il più marxista possibile. Mi spiego: il primo
approccio teorico di analisi - come ci insegna Marx - verso qualsiasi fenomeno,
sia esso politico o economico, è un approccio storico. Un approccio storico
che in qualche modo semplifichi il rapporto fra le classi sociali e renda
poi esplicito quello scontro che si risolveva nello scontro fra la borghesia
ed il proletariato. Oggi dobbiamo immaginare questo scontro come allargato,
traslato in una dimensione più ampia, che è quella internazionale, anzi
planetaria. Dove i due poli dello scontro sono rappresentati da un lato
dai Paesi del Nord del mondo, dalle classi dominanti dei paesi ricchi, Stati
Uniti, paesi dell’Ocse, Giappone, Australia, quel 20% della popolazione
che sfrutta l’82,7% delle risorse planetarie; e dall’altro lato abbiamo
i Paesi del Sud del mondo: i Paesi in via di sviluppo ed i Paesi sottosviluppati.
È ovvi che per mantenere questo stato di cose, è necessaria una macchina,
un apparato politico, economico, militare, più o meno legalizzato, cui appartengono
le organizzazioni di cui parlavo prima, che permetta ai Paesi ricchi di
sfruttare a pieno le risorse dei Paesi più poveri. C’è una frase di un economista
francese che dice che, se si paragona il mondo ad un giardino, i Paesi del
Sud rappresentano il terreno dove il Nord affonda le proprie radici per
far fiorire il proprio benessere. Dunque, quello che cercherò di fare è
un’analisi, molto concisa, delle dinamiche che hanno avuto rilevanza economica
nel processo di globalizzazione e, più che altro, soffermare la vostra attenzione
sul peso delle scelte economiche. Il peso delle scelte economiche che poi
hanno influenzato il processo di globalizzazione ed esacerbato le differenze
fra Paesi ricchi e Paesi poveri. Prima di iniziare vorrei fare una premessa
su ciò che si intende per peso delle scelte economiche. Il concetto di scelta
economica, in economia è molto importante, poiché proprio le scelte economiche
sono quelle che condizionano una fase. Le scelte attuate da un singolo Paese,
da un governo, da una singola persona investita di potere, sono quelle che
condizionano una fase storica. Ora, in economia funziona così: non prendere
scelte può risultare non produttivo per una fase storica, in alcuni casi
anche dannoso. Prendere però le scelte sbagliate è doppiamente, quasi irreversibilmente
dannoso, proprio per la difficoltà di trovare poi le dovute soluzioni ai
guasti provocati. Delle scelte sbagliate dell’attuale governo sarà molto
difficile trovare adeguate soluzioni. Questo è proprio quanto è accaduto
e sta ancora accadendo a livello internazionale. Per capire, però, l’oggetto
determinato - il processo di globalizzazione - ed i soggetti determinanti
- quelle istituzioni che avrebbero dovuto regolare tale processo -, secondo
me bisogna partire da un preciso contesto storico, che è quello della ricostruzione
post bellica (dopo la Seconda Guerra Mondiale). Infatti, dopo la Seconda
Guerra Mondiale, vediamo come la lobby dei cotonieri americani, per evitare
il rischio di rimanere senza partner commerciali - una posta in gioco molto
elevata per gli Stati Uniti, che venivano già da una crisi di notevoli dimensioni
come era stata quella del 1929 - e dato che non vi era un solido baluardo,
concreto, che si opponesse a quel fenomeno molto interessante, che all’epoca
fu definito espansionismo sovietico, che faceva paura a molte nazioni, non
solo agli Stati Uniti, spinse gli Stati Uniti stessi a sostenere un piano
pluriennale di sostegno alla ricostruzione di tutti i Paesi che vi avessero
aderito. Questo piano prese il nome di Piano Marshall, dal nome del Segretario
di Stato americano George Marshall, e consisteva in aiuti sia finanziari
che alimentari. L’obiettivo del Piano Marshall era quello di coprire i disavanzi
delle bilance dei pagamenti di tutti i Paesi colpiti dal conflitto - la
bilancia dei pagamenti di ogni Paese è data dalla differenza fra esportazioni
ed importazioni; in caso di guerra questa bilancia è negativa -. Dunque,
il piano doveva coprire i disavanzi di queste bilance dei pagamenti, e permettere
ai Paesi colpiti dal conflitto di avviare un processo porduttivo, per poi
tornare a commerciare, ovviamente con gli Stati Uniti. Una piccola curiosità,
è che a tale piano aderirono Paesi come la Turchia, Portogallo, la cui partecipazione
alla guerra era stata del tutto marginale. Ovviamente la ragione era di
ordine geopolitico. Un qualcosa di molto simile sta avvenendo adesso con
l’allargamento dell’UE ai Paesi del vicino Oriente, anche in questo caso
per ragioni geopolitiche, dato che non si troverebbero altre ragioni, penso.
Comunque. Il fatto su cui voglio soffermarmi è l’importanza del Piano Marshall
che, come riconosciuto da molti storici, esso gettò le basi per la nascita
di una nuova convivenza in Europa, senza precedenti. Infatti, non appena
l’America varò il piano, la Francia e l’Inghilterra, principali beneficiari
del piano stesso, egemonizzarono, per così dire, l’amministrazione del Piano
sul versante europeo, dando vita alla cosiddetta organizzazione europea
per la cooperazione economica. Questa organizzazione è conosciuta da tutti
oggi con il nome di Ocse, Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione
Economica. In questa fase, che va dalla fine degli anni ’40 agli anni ’70
- una fase caratterizzata da un forte aumento del Pil pro capite dei Paesi
occidentali, che determinarono un processo di catching up, ossia di agguanto
del Pil pro capite degli Stati Uniti, che erano stati il paese leader, sorsero
altre organizzazioni. Il Pil pro capite è un indice in grado di indicare
la crescita di un Paese, ed è dato dal rapporto tra Pil fratto popolazione.
Tuttavia, non è detto che un Paese a forte crescita del Pil pro capite sia
un Paese a capitalismo avanzato o a benessere diffuso. Un esempio è quello
della Cina, che cresce a tassi del dieci per cento e oltre, e tuttavia non
si può considerare un Paese a benessere diffuso. Dicevo, che comunque in
questa fase si fecero molti altri accordi internazionali e nacquero molte
altre istituzioni. Ciò che però è rilevante è che verso la fine degli anni
Quaranta abbiamo l’inserimento del commercio e della moneta in un circuito
mondiale (o, se vogliamo, globale). Il Piano Marshall fu dunque fondamentale
perché reintrodusse il multilateralismo, dopo le negative esperienze di
bilateralismo che si erano avute negli anni della guerra. Inoltre, fu la
prima volta che il Paese vincitore del conflitto (gli Stati Uniti) aiutasse
a proprie spese la ricostruzione non solo dei Paesi alleati, ma anche degli
sconfitti, determinando poi una sorta di egemonia commerciale, economica,
che alcuni ancora definiscono guadagnata sul campo. Possiamo oggi ritenere
all’ordine del giorno questa situazione, ossia l’utilizzo della ricostruzione
post bellica come mezzo per sollevare l’economia da uno stato di torpore.
Basti pensare all’Afghanistan, all’Iraq, con le relative conseguenze, anche
se tutto ciò rientra probabilmente in un discorso più ampio che riguarda
le correlazioni e le interdipendenze tra economia e guerra, che sarebbe
anche interessante trattare. Dicevo, che, il fatto che la moneta ed il commercio
entrano in questo circuito mondiale determina la nascita delle prime istituzioni
internazionali di stampo commerciale e monetario. Quelle istituzioni che
avrebbero dovuto regolare il processo di globalizzazione, processo in quanto
fase storica economica inevitabile, dopo una seconda rivoluzione industriale.
Era inevitabile una prima ondata di globalizzazione, favorita dai flussi
migratori dai Paesi più poveri a quelli più ricchi alla ricerca di più alti
salari, e dai Paesi più ricchi a quelli più poveri alla ricerca di più alti
profitti, che è quello che fanno oggi le imprese multinazionali, tuttavia
senza scontrarsi con quella burocrazia e quelle difficoltà che incontra
un semplice cittadino extra comunitario che, per sfuggire alla fame nel
suo Paese decide di venire a lavorare ad esempio in Italia. Dunque il problema
è quello di trovare delle leggi che regolino i processi. Nel ’46 si formò
all’interno delle Nazioni Unite un comitato preparatorio di 19 Paesi, che
aveva il compito di stabilire la nascita di un organismo internazionale
deputato alla supervisione del commercio. Questo organismo, che prese ad
operare dal 1948 fu il cosiddetto GATT (General Agreement on Tade and Tariffs).
Si trattava, in poche parole, di accordi generali sul commercio e sulle
tariffe, che prevedevano innanzi tutto l’abolizione delle barriere doganali
(che sono un tipo di politica protezionistica, barriere economiche contro
le importazioni, che limitano le importazioni e le esportazioni); ed inoltre
prevedevano l’abolizione di barriere sul modello dello Zollverein che aveva
fatto la fortuna della Germania ai suoi tempi, e che continuavano e continuano
ancora ad esistere negli Usa in diversi settori. I GATT prevedevano inoltre
l’abolizione dei contingentamenti, che sono un tipo di politica commerciale
protezionistica che consiste nella fissazione unilaterale della quantità
di beni che un Paese può importare (riguardano, dunque le importazioni).
Inoltre i GATT sancivano il principio di reciprocità, ossia la concessione
delle stesso condizioni a tutti i Paesi aderenti. Inoltre prevedevano delle
clausole anti dumping che però non vennero quasi mai rispettate. Il dumping
è un fenomeno economico molto complesso, che consiste in sussidi alle esportazioni.
In pratica viene consentito a determinati Paesi, attraverso la concessione
di sussidi, per produrre beni ad un prezzo inferiore al costo normale di
produzione, per poi immettere questi beni in un altro mercato tramite le
esportazioni. Questo fenomeno è definito della cosiddetta concorrenza sleale,
criticato anche da molti estimatori del liberismo. Comunque, dopo la nascita
del GATT abbiamo una serie di negoziati commerciali denominati round, che
terminarono con l’ultimo, nel ’94, denominato Uruguay round, che prevedeva
l’inserimento del settore agricolo nei negoziati commerciali. L’Uruguay
round portò poi, nel ’95 alla nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio,
nota con l’acronimo inglese WTO. Prima di parlare in maniera un po’ più
specifica di questa organizzazione, vediamo cosa accadde a livello monetario.
Sul fronte monetario, inizialmente, il funzionamento dell’economia internazionale,
in assenza di quegli organismi internazionali di supervisione, era reso
possibile attraverso una generalizzazione del sistema monetario, ossia attraverso
il cosiddetto gold standard, che era un sistema di pagamenti internazionali
in base aurea, e si basava sul principio di convertibilità della carta moneta
di un Paese in metallo prezioso. Ora, ovviamente, i tassi di cambio erano
fissi, ancorati al valore commerciale del bene. Questo sistema, che regolò
l’economia internazionale per molti anni incominciò a presentare molti limiti.
Tra tutti il fatto che l’oro, essendo un metallo, ha anche un mercato: quando
ve ne era molto in circolazione il suo prezzo calava, quando ve ne era meno
il prezzo andava alle stelle, determinando così fenomeni di inflazione,
di deflazione, ed in alcuni casi anche di stagflazione. L’inflazione è un
aumento generalizzato dei prezzi, come sappiamo tutti, che però spesso in
molti telegiornali viene confusa con l’aumento del livello dei prezzi. Quando
si sente che, ad esempio, in una città c’è stato un aumento dei prezzi,
ad esempio a Venezia ad un tasso del 2%, mentre a Napoli ad un tasso dell’1,5%,
si sente dire che Venezia è la città più inflazionata, più cara, mentre
questo è un grossolano errore commesso dai nostri giornalisti, che confondono
il tasso di inflazione con il livello dei prezzi: ovviamente, partendo da
prezzi diversi, è logico che la città con prezzi più alti rimanga la città
più cara. La deflazione, al contrario, è l’abbassamento generalizzato dei
prezzi. La stagflazione, invece è un aumento dei prezzi con conseguente
diminuzione della produzione. È un fenomeno abbastanza recente. In Italia
avvenne per la prima volta negli anni Settanta, con la crisi petrolifera.
In pratica le economie erano costrette ad acquistare petrolio, e per questo
a indebitarsi, aumentando di conseguenza i prezzi e diminuendo la produzione.
Si decise così di passare dal gold standard al gold exchange standard -
non cambiò molto, poiché il termine di paragone non era più l’oro ma diventava
il dollaro - fin quando, nel 1943 si decise di creare un Fondo Monetario
Internazionale. Le proposte presentate furono due: la prima fu quella di
Henry White, che operava per conto degli Stati Uniti, e la seconda fu elaborata
da John M. Keynes, uno dei più grandi economisti - il cosiddetto padre dell’economia
-. White propose di creare un fondo di stabilizzazione, cui i Paesi aderissero
mediante la sottoscrizione di capitali, e prevedeva una eccessiva, quasi
spudorata libertà delle transazioni internazionali, ed una scarsa attenzione
ai problemi dei Paesi arretrati. La proposta di Keynes, invece, prevedeva
la creazione di una clearing union, ossia un sistema di banche nel quale
i Paesi aderivano mediante la sottoscrizione di quote di credito e non di
capitale, e le transazioni internazionali venivano centralizzate presso
questa banca ed in qualche modo, controllate. Si presentava inoltre una
lungimirante attenzione verso i Paesi più poveri, più arretrati. Ovviamente,
gli Stati Uniti appoggiarono il progetto di White, con le conseguenze che
vediamo oggi nell’economia internazionale. Tuttavia furono presentati alcuni
emendamenti ispirati alle idee di Keynes, soprattutto uno relativo alla
creazione di una Banca Mondiale, che nasceva come banca per lo sviluppo
dei Paesi più arretrati, o temporaneamente più arretrati (i Paesi colpiti
dal conflitto). Così, nel Luglio del1944, gli Usa proposero una riunione
dei Paesi membri delle Nazioni Unite, dove il loro progetto di creazione
di un fondo monetario internazionale e di una banca mondiale, venne discusso
e ratificato da ben 45 Paesi. Il compito della B.M., era appunto quello
di banca per lo sviluppo dei Paesi arretrati, mentre il fondo monetario
aveva essenzialmente due finalità, ossia la supervisione del nuovo sistema
dei cambi e la fornitura di finanziamenti a Paesi in temporanea difficoltà.
Questo è ancora oggi lo scopo del Fondo Monetario Internazionale, che alcuni
vorrebbero riformare, come ad esempio J. Stiglitz, professore di Economia
alla Columbia University e Nobel nel 2001, ex Chief Economist del FMI, dimessosi
per una divergenza di idee. Costoro vorrebbero riformare il FMI secondo
le idee di Keynes. Abbiamo esempi, come quello della Corea del Sud, dove
i governi si sono trovati costretti ad accettare le disposizioni del FMI
pur sapendo che sarebbero risultate dannose per l’economia del Paese, per
paura di vedersi tagliare i finanziamenti. Dunque il FMI opera oggi delle
vere e proprie politiche di mobbing, ossia di terrorismo psicologico nei
confronti di questi paesi arretrati. Nell’Africa sub sahariana, la regione
più povera del Mondo, ad esempio, nonostante i finanziamenti del FMI, si
è avuto negli ultimi dieci anni, un aumento del tasso di mortalità nel primo
anno di vita, da 103 milioni di bambini morti ogni anno a 213 milioni, proprio
perché i finanziamenti in questi Paesi vengono utilizzati non per costruire
ospedali, reti fognarie, scuole, ciò di cui avrebbe bisogno la popolazione
prima di tutto e l’economia di questi Paesi. Sotto pressione del FMI, questi
finanziamenti vengono usati per pareggiare i bilanci, come ad esempio accade
in Etiopia. In questo modo, i finanziamenti del FMI hanno lo stesso effetto
dell’azione di chi cerca di svuotare l’oceano con un bicchiere, proprio
perché i bilanci di questi Paesi sono profondamente in rosso, e sono dilaniati
da livelli enormi di debito pubblico. È il concetto di stock, che si accumula
anno dopo anno: è stato stimato dalla Banca Mondiale che un Paese come l’Etiopia,
pur avendo una crescita del PIL come quella degli Stati Uniti, non riuscirebbe
ad estinguere il suo debito in un periodo medio-lungo, il che è tutto dire.
Questo per quanto riguarda il FMI. L’ultima sessione dei negoziati commerciali,
tenutasi in Uruguay, ha introdotto nei negoziati commerciali anche i servizi:
i cosiddetti GATS (Accordi Generali sul Commercio nei Servizi). In poche
parole, il WTO identifica sedici servizi commerciabili, che vanno dall’energia
all’acqua, ai servizi bancari, all’istruzione, che sotto richiesta di uno
degli Stati membri del WTO possono essere inseriti, parzialmente o integralmente
all’interno degli accordi Gats. L’introduzione di tali servizi nei Gats
è contro la convenzione dei Paesi del G77, ossia dei Paesi in via di sviluppo,
poiché si tratterebbe di aprire i propri mercati ai servizi esportati dai
Paesi industrializzati. Ovviamente i beneficiari di tale apertura sono i
Paesi esportatori dei servizi, e si è visto, sempre scondo dati della Banca
Mondiale, che molti Paesi in via di sviluppo hanno visto calare il proprio
reddito di circa il 2% a seguito di tale apertura. Il fatto è che oggi,
i mercati emergenti vengono costretti ad aprirsi non più con minacce dittatoriali
o militari, ma sotto la minaccia della potenza economica, ossia sotto la
minaccia di sanzioni finanziarie, sospensione dei finanziamenti, ecc. l’Uruguay
round portò nel 1995 alla nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio,
e non è difficile ricordare che siamo nel periodo della presidenza americana
di Clinton, e che il rappresentante commerciale americano era un certo Cantor,
il quale insistette per fare entrare la Cina nel WTO , pur sapendo che non
era un Paese sviluppato, con conseguenze dannose per gli agricoltori cinesi
legate sempre al fenomeno del dumping, della concorrenza sleale. Inoltre
Cantor riusci a far guadagnare agli Stati Uniti l’etichetta di Paese meno
sviluppato, che gli concedeva un’ulteriore proroga di quattro anni, oltre
i dieci già ottenuti, per l’apertura delle proprie barriere economiche alle
importazioni. La morale della favola è che gli Stati Uniti, regno del liberismo,
fautori del processo di globalizzazione, detengono ancora barriere economiche
contro le importazioni in alcuni settori, come ad esempio quello tessile.
Il fatto è che, così come il FMI è in forte dipendenza dalle multinazionali
americane, - e la cosa è evidente: chissà perché si riescono sempre a trovare
i miliardi per salvare le banche americane, ma non si riescono a trovare
gli spiccioli per assicurare la sopravvivenza ai lavoratori del Sudamerica
o agli agricoltori cinesi -, licenziati proprio in conseguenza delle politiche
imposte dal FMI stesso, così il WTO antepone a tutto il commercio. Fin dalla
sua nascita, il WTO ha allargato la sua sfera di influenza dal solo commercio
di beni (com’era all’inizio con i GATT) al commercio dei servizi (Gats),
ai diritti di proprietà intellettuale (TRIP) all’agricoltura (AOA) e molti
altri accordi. Molti governatori e ministri delle finanze sostengono che
tutti alla fine trarranno benefici dall’apertura dei propri commerci e dei
propri mercati dei capitali, mentre è stato dimostrato che non è affatto
così, in assenza di regole che in qualche modo regolino tali processi. Il
fatto, emerso alla quinta conferenza interministeriale tenuta a Cancun dal
10 al 14 Settembre scorso, è il rischio di obbligare il nostro pianeta a
vivere secondo le regole del profitto e del commercio internazionale. Per
il momento questo è tutto, come quadro generale. Se poi ci sarà tempo, il
mio amico Andrea esporrà degli appunti che ha preparato.
Giovanni Morsillo: rispetto
al tema del liberismo e barriere economiche, forse sarebbe il caso di citare
i tentativi protezionistici delle porposte italiane, ad esempio quanto affermato
dal ministro Bossi sulla reintroduzione dei dazi doganali.
Lorezo Infante: beh, penso
che quello sia solo un modo per tornare al 1800...
Giovanni Morsillo: ...solo
per dire che spesso gli operatori, anche a livello di governo, non hanno
nessuna competenza delle materie che trattano...
Lorezo Infante: uno dei
problemi è che i governatori di banche centrali iniziano le proprie giornate
lavorative preoccupandosi più dei dati sull’inflazione, sul Pil, che delle
statistiche sulla povertà, sull’inquinamento, che dovrebbero essere invece
i cardini di qualsiasi scelta di tipo economico, di qualsiasi politica economica.
Giovanni Morsillo: quello
poi lo fa la Nasa! Avete visto proprio ieri che la Nasa dava preoccupata
i dati sull’inquinamento del Pianeta... davvero l’ipocrisia non ha limiti:
loro, che hanno il 24% di emissioni inquinanti nel mondo, ci dicono che
siamo a rischio per l’inquinamento! Grazie dell’informazione, ma...
Monica di Sisto: Innanzi
tutto ringrazio Lorenzo che ha veramente fatto il lavoro sporco, nel senso
che ci ha chiarito un po’ le idee sul quadro generale col quale ci andiamo
a confrontare; e volevo ricominciare un po’ da capo, riprendendo un pezzettino
del suo ragionamento, che è quello di cui oggi mi devo occupare io, qui.
Allora: cosa chiede un cittadino di uno Stato al suo governo? Chiede innanzi
tutto che siano garantiti e rispettati i suoi diritti fondamentali. Voglio
ragionare insieme a voi su ciò che intendete come diritto. Se si pensa al
diritto, in senso astratto, a partire dal cittadino, si pensa sicuramente
alla salute (si chiede allo stato di garantire certi servizi nel momento
in cui io non sia più in salute), si chiede l’istruzione, ...poi? Esempi?
Voce: Lavoro.
Monica di Sisto: il lavoro,
mi sembra importante...poi?
Voce: la salute.
Voce: l’acqua.
Monica di Sisto: ecco,
per esempio: l’acqua. Altro?
Voce: l’istruzione...
Monica di Sisto: certo,
sicuramente. Ecco, questi sono un po’ gli elementi fondamentali della nostra
giornata. Quando ci alziamo la mattina, cominciamo aprendo il rubinetto
dell’acqua, poi accendiamo la radio o la televisione, e quindi fruiamo di
comunicazione, per capire un po’ qual è il nostro contesto quotidiano, per
capire dove ci troviamo, cerchiamo di metterci in contatto col mondo che
ci circonda attraverso la comunicazione. Poi usciamo di casa, e quindi di
solito fruiamo di trasporti, ci rechiamo al lavoro, che spesso consiste
nel produrre servizi per altre persone, come possono essere gli sportelli
di un ufficio o le corsie di un ospedale. E nei momenti di difficoltà, chiediamo
allo Stato di aiutarci; quindi di fornirci ulteriori servizi che accompagnino
la nostra difficoltà e ci tirino fuori dai guai. Allora, questo mercato,
è obiettivamente un mercato in cui si scambiano anche delle risorse: le
persone che ci lavorano, gli investimenti fatti, gli spazi utilizzati. Però
sono anche degli ambiti cui noi affidiamo molto del nostro diritto di cittadinanza.
Tutte queste cose che noi agiamo quotidianamente, questi spazi, queste azioni,
questi servizi, sono molto legate al pacchetto di diritti che ciascuno pensa
e ritiene di avere da quando nasce fino alla sua morte. E sono delle cose
di cui noi affidiamo la tutela allo stato. Perché ho iniziato con questo
discorso? Perché il GATT - mi aiuto un po’ con la lavagna – il trattato
di cui ci parlava prima Lorenzo, cioè Accordo Generale sul Commercio e sulle
Tariffe, negoziato subito dopo la Guerra, ha subito un attacco lobbistico
dagli anni Ottanta da parte degli Stati Uniti. L’Europa ci è arrivata molto
dopo all’interesse rispetto a questo settore, proprio perché il sistema
politico europeo inseriva i diritti di cittadinanza in un sistema di compensazioni
che voleva essere storicamente concorrenziale con quello dell’Est. Quindi
l’Occidente ha deciso di inserire i servizi nel nostro sistema - il cosiddetto
welfare (lo stare bene) -, offrirlo come pacchetto al quale ciascuno contribuisce
con la fiscalità generale, cioè con le tasse che ciascuno di noi tira fuori,
garantire questo pacchetto per ottenere una sorta di collante sociale che
tenga insieme tutta la società, i segmenti più svantaggiati e quelli più
favoriti. E così avrebbero tirato su il livello economico e sociale dei
nostri Paesi, che dopo la guerra era molto difforme: c’erano Paesi in ginocchio,
ecc. Quindi, dal 1982, gli Usa iniziano a chiedere al GATT (immaginatelo
come una serie di concertazioni, incontri internazionali, dove arrivavano
ministri, negoziatori, ecc.) di cominciare a trattare di services: servizi.
Da tutto questo, fin dall’inizio, non è assente un lavoro fortissimo di
lobbing. La lobbing è data da gruppi di poteri forti - imprese, gruppi politici,
territoriali, ecc. - che si mettono insieme e si accordano sulla mediazione
dei loro interessi, e predispongono una piattaforma comune da presentare
ai governi. Qual è la grossa realtà che comincia a lavorare in questo periodo,
accompagnando quest’idea dei servizi? È la US Corporation of Services Industries.
Chi è il leader di questa corporation che comincia a lavorare negli anni
’80? È il presidente dell’American Express: la carta di credito. La priorità
per questo cartello è facilitare gli scambi. Basti pensare che in Italia,
fino a poco tempo fa non sapevamo neanche cosa fossero le carte di credito.
Dagli anni Ottanta in poi, queste forze degli Stati Uniti legate soprattutto
agli scambi monetari immateriali (cioè non spostamento fisico di sacchetti
di soldi, come facevano anche i nostri emigranti all’inizio). Scambi virtuali
di denaro e servizi fra paese e paese cominciano ad essere cominciano ad
essere facilitati e ad arrivare in Europa e nei Paesi in via di sviluppo,
che nel frattempo stavano crescendo in disponibilità di risorse. Si iniziò
a fare lobbing internazionale. Si producono documenti molto importanti -
dobbiamo iniziare a familiarizzare anche con certi termini - denominati
position papers. Ossia: cosa io ne penso di...?, fatti da loro, e che hanno
iniziato a parlare degli aspetti quotidiani della nostra vita. Per esempio:
come noi pensiamo che debbano essere gestiti gli scambi internazionali;
gestiti o incrementati i servizi assicurativi ( e qui faremo poi riferimento
all’Italia per vedere come si sta sviluppando e cosa sta comportando anche
nel nostro Paese questo sistema). Nel 1985, in uno dei negoziati dell’Uruguay
round, cioè nell’ultima fase di tali incontri prima della nascita del WTO,
iniziarono a dire: “Noi non ci parleremo mai più dir regole internazionali
sulle merci, se non cominciamo a parlare anche di regole internazionali
sui servizi. Quindi gli interessi delle corporations e gli interessi del
governo degli Stati Uniti si sovrappongono e arrivano, dritti dritti dentro
i negoziati. Quando nel 1984 nasce il Gats, cioè questo accordo (indica
la sigla GATT, ndt) diventato così (la corregge in GATS, ndt) Accordo Generale
sul Commercio dei Servizi, raccoglie questo DNA, il che significa che, fin
dall’inizio, questo accordo nasce fortemente condizionato dagli interessi
delle imprese. Ed è normale che questo codice genetico impatti poi violentemente
con la sua costituzione e la sua azione rispetto ai poteri dei governi nazionali.
Come detto all’inizio, noi chiediamo ai nostri governi che ci garantiscano
un pacchetto di diritti, il Gats nasce con un altro codice genetico. Cioè
nasce con il preciso obiettivo di superare le legislazioni nazionali, per
ottenere una maggiore facilitazione degli scambi. E degli scambi non delle
merci, ma dei servizi, che sono appunto quella cosa che configura le nostre
giornate quotidiane. L’entrata in vigore dei Gats, che non è un pacchetto
di regole standard e stabili, ma è un processo, che si costruisce appunto
attraverso dei negoziati continui, delle continue trattative, arriva ad
una sua concretizzazione nel 2001, dopo aver subito a Seattle il primo clash
dell’OMC, un forte stop. E arriva a Doha, altra tappa importante, nel 2001,
dopo il crollo delle Twin Towers, nel momento in cui la libertà del commercio
viene tradotta come una delle condizioni fondamentali per la sicurezza mondiale.
Dopo il clash di Seattle, a Doha tutto questo passa. Si dice: “Avete visto?
Il commercio internazionale è stato battuto, non abbiamo regole valide per
tutti perché voi a Seattle (movimenti, cittadini da essi traviati) non avete
capito, non ci avete permesso di stabilire regole certe, e oggi noi ci ritroviamo
con delle torri che cadono perché il terrorismo internazionale ci attacca,
individuandoci come obiettivo economico. Se noi non riusciamo ad assicurare
la prosperità per tutti non ci sarà pace. Il che è condivisibile, ma per
loro il benessere per tutti si garantisce soltanto se si impongono le loro
regole, e questo non è condivisibile. Il negoziatore statunitense, il negoziatore
europeo, fanno un fortissimo accordo a Doha, e si arriva così al lancio
di un’agenda molto stretta, con dei tempi molto serrati per la definizione,
finalmente, di regole stringenti sullo scambio dei servizi. Quindi, uno
dei pochi frutti di Doha, oltre a una serie di regole che, però, sarebbe
fuorviante trattare ora, rispetto ai servizi, noi usciamo da Doha, - questo
appuntamento in mezzo al deserto, con questa sensazione d’assedio, con le
torri ancora calde per terra, quindi con un certo patema d’animo, con tutto
il mondo che non sa come uscire da tutta questa situazione di illegalità
- con un’agenda molto stretta, che dice che entro il 31 marzo del 2003 tutti
i Paesi che aderiscono al WTO devono presentare una dichiarazione di disponibilità
rispetto a quali servizi del proprio Paese vogliono aprire al mercato internazionale.
Cioè, l’Italia, anzi l’Europa, visto che l’Europa si presenta con un pacchetto
unico, dovrebbe dire: “noi siamo disponibili a cedere ad imprese transnazionali
il nostro servizio dei trasporti, piuttosto che i nostri servizi dell’energia,
piuttosto che i nostri servizi della salute piuttosto che le nostre scuole
o le nostre Università. Entro il 31 marzo 2003,... anzi, entro il 30 giugno
2002 i Paesi devono presentare queste richieste agli altri Paesi. Quindi,
ad esempio, l’Europa doveva chiedere all’Africa, o ad un suo Paese specifico
se fosse disposto ad aprire il proprio settore dei servizi idrici piuttosto
che quello dei servizi sanitari. Subito dopo, il 31 marzo 2003, in meno
di un anno, bisognava presentare le proprie richieste. Torniamo un attimo
indietro, al funzionamento del WTO. Noi abbiamo parlato di regole abbastanza
chiare, come si parlerebbe di una normale istituzione. In realtà il WTO
non è un’istituzione. Il WTO è un luogo di accordo fra stati; è una serie
di patti multilaterali, con tante facce, con tanti Paesi che si confrontano
- immaginate un poligono, immaginate una pietra sfaccettata, di cui ogni
faccetta rappresenta un paese, che si confronta con tutti gli altri -. Essendo
un accordo fra “privati”, se volete, fra singoli stati, non un’istituzione,
può decidere cosa rendere pubblico e cosa no. Noi stiamo parlando di funzionamento
in modo molto tranquillo. In realtà tutte queste cose, queste informazioni
che abbiamo sul WTO, non tutte sono pubbliche, ma molte sono state tirate
fuori. Per esempio, parliamo dei settori dei servizi interessati. Noi stiamo
raccontando un meccanismo secondo cui ogni Paese dovrebbe dire agli altri
che cosa è disposto a liberalizzare in casa propria, ad aprire al mercato
internazionale, e che cosa non è disposto. Sembrerebbe quindi quasi intuitivo
che ci fosse una lista dei servizi aperti. In realtà questa lista, che è
questo documento che ho in mano, all’inizio era restricted (risale al 1991).
Era cioè assolutamente inaccessibile. E questo in base alle regole della
famosa non turbativa d’asta. Perché ogni informazione che ciascuno stato
possiede, o è in possesso di tutti, o altrimenti potrebbe generare un vantaggio
per chi la possiede. Le richieste di liberalizzazione di servizi che l’UE
ha proposto al mondo sono 109. Cioè, l’Unione Europea ha chiesto a 109 altri
Paesi di liberalizzare “pezzi” dei loro servizi. Ma che cosa gli ha chiesto?...
(perché questo è ancora più gustoso!...): gli ha chiesto essenzialmente
acqua, elettricità, sanità, telecomunicazioni e banche. Quindi, il nostro
Continente, che è un Continente molto attento, come diceva sempre il nostro
ministro del Commercio Estero Urso a Cancun (“...noi siamo molto attenti
ai diritti dei Paesi in via di sviluppo...”) si è presentato ai negoziati
che sono stati interrotti a Cancun - e che però stanno proseguendo, perché
a Cancun non si discuteva di servizi e quindi tutta quanta la trattativa
sui servizi è continuata e sta procedendo ancora indisturbata a Ginevra
- chiedendo a 109 Paesi la liberalizzazione di questi servizi essenziali.
Perché? C’è un perché; la richiesta non è stata fatta per cattiveria! È
stata fatta perché l’Europa - cosa che magari molti di noi non sanno - ha
una posizione, nell’ambito del commercio internazionale, del tutto soggetta
agli Stati Uniti, e invece ha un settore nel quale è molto forte, nel quale
ha una leadership internazionale, che è il settore dell’energia e dei servizi
idrici. Il 70% del settore dei servizi idrici è governato da multinazionali
con base europea. E non parlo solo della Suez, della Vivendi, ecc.: parlo,
per esempio, dell’ACEA, che è la municipalizzata, ormai Società, a prevalenza
del pacchetto azionario del Comune di Roma, che gestisce, ad esempio, l’acqua
in Argentina; che gestisce l’acqua in altri Paesi dell’Africa, in molti
Paesi dell’America Latina, e con conseguenze non sempre favorevoli. Ecco
perché è importante che noi cittadini italiani cominciamo a renderci conto
di quello che ci gira sulla testa. Perché, innanzi tutto, queste non sono
imprese così lontane - magari statunitensi, allora sembra sufficiente innalzare
un bel muro fra noi e gli Stati Uniti e tutto è risolto - ma sono europee,
sono già nel sistema dell’Euro e, se dovesse passar l’accordo Gats godranno
di leggi e di trattamenti che, per esempio, potranno tranquillamente bypassare
anche la istituenda Costituzione Europea. E quindi anche se noi dovessimo,
come abbiamo proposto, emendare la Costituzione Europea mettendo il diritto
all’acqua fra i diritti fondamentali e quindi rendendolo non commerciabile,
l’accordo Gats tranquillamente bypasserebbe come una gettata d’asfalto,
anche la Costituzione Europea, non solo le leggi dei singoli Paesi. Che
cosa vuole l’accordo Gats, e come funziona? Il Gats agisce con alcune regole.
Innanzi tutto una regola orizzontale, che vale per tutti quanti i settori:
sia quelli che in un Paese esistono e sono attivi, sia quelli che un Paese
non gestisce direttamente. È il principio della most favoured Nation, la
Nazione più favorita. Cioè, io Stato nazionale devo applicare a ciascuna
azienda transnazionale che arriva ad operare nei miei servizi, le stesse
condizioni che applico alla nazione che favorisco di più. E questo vale
per tutto. Alcune regole sono invece verticali, ve ne dico alcune - ce ne
sono un’infinità, ma serve solo a far capire come funziona il trattato -.
Si tratta di quelle regole che si applicano soltanto a quei settori in cui
lo governo ha interessi propri. Innanzi tutto il market Access Rule; ossia:
io, governo, devo favorire del tutto l’accesso al mercato da parte dell’azienda
transnazionale. Quindi devo aprire sempre maggiormente i mercati all’accesso
delle aziende, e quindi proteggerli sempre di meno. Un’altra, che secondo
me è la più paradossale, è il national treatment, che significa che io devo
applicare a tutte le imprese il trattamento che applico alle imprese nazionali.
In Italia, ad esempio, possiamo applicare ai prodotti tipici le stesse condizioni
che applicheremmo ai formaggi americani, prodotti con latte che magari proviene
da mucche nutrite con OGM o con ormoni? La vicenda della carne agli ormoni,
che non è gestita direttamente dall’accordo Gats, è una delle vicende che
più ha infervorato il commercio internazionale nell’ultimo periodo, quando
ad esempio in Europa la Francia, la Germania e l’Italia hanno messo delle
barriere doganali alla carne agli ormoni che arrivava dagli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti hanno fatto ricorso al disput settlement body. Ma noi dobbiamo
rinunciare a proteggerci e a proteggere ad esempio le nostre coltivazioni
di qualità? In questo, mi spiace, sono d’accordo con Alemanno. Noi non possiamo
rifiutare di proteggere le nostre coltivazioni di qualità. In che cosa sono
assolutamente distante da Alemanno? Nel fatto che non si può fare - come
lui ha cercato di fare a Cancun - un ragionamento di lobbing, insistendo
soltanto sulle denominazioni di origine controllata, che sono le denominazioni
che proteggono i prodotti tipici, infischiandosene assolutamente del diritto
alla salute, del diritto all’istruzione, e soprattutto della garanzia di
questi diritti nei Paesi in via di sviluppo. Non si può fare una politica
di bassa cucina, e quando si parla di Stati Uniti “Dai, dai! Io chiudo un
occhio se tu fai mobbing sugli stati africani rispetto ai sussidi all’agricoltura,
però tu accetta le denominazioni geografiche”. Non è possibile che un Paese
che ha la Presidenza europea abbia un comportamento di così basso cabotaggio.
Un’altra cosa che è veramente importante capire è che accettando il Gats
i nostri stati dovranno rinunciare assolutamente a proteggere con leggi
nazionali l’ambiente, i diritti delle persone, e, come dire, i diritti particolari
dei territori. Perché il Gats agisce su tutti i livelli della legislazione.
Non esiste una provincia che, ad esempio a seguito di un terremoto, potrà
decidere di applicare temporaneamente un trattamento di favore ai suoi prodotti,
né chiederlo al proprio governo (pensiamo al terremoto delle Marche e dell’Umbria,
con la valorizzazione delle lenticchie di Castelluccio). Penso per esempio
a tutti i Paesi che sono stati colpiti dall’uragano Mitch, che non avranno
più la possibilità di imporre delle tassazioni su particolari settori dell’industria
e dell’impresa, per favorire la ricostruzione. Perché è questo che si sta
cercando di impedire. Cioè, si sta cercando di impedire la regolamentazione
nazionale e la possibilità che i cittadini, ed i rappresentanti dei cittadini
democraticamente eletti, stabiliscano delle regole particolari, che non
sono i dazi di Bossi, ma che sono una gestione particolare di un territorio
particolare per rispettare e tutelare i diritti dei propri cittadini. Che
cosa succede se passa quest’accordo? Succede che il sistema del welfare
come lo intendiamo coi, cioè come garanzia dei diritti acquisiti e dei diritti
di tutti, a partire da una partecipazione economica solidaristica - chi
ha più risorse paga più tasse, e chi ha meno ottiene più servizi - tutto
questo sistema salta. Ma salta per noi e salta soprattutto per quelle economie
più sfavorite ma più ricche di risorse. Allora, che cosa dobbiamo avere
presente innanzi tutto? Il fatto che a Cancun, e quindi in occasione di
quel vertice che doveva rappresentare il giro di boa di questa mega macchina
infernale, qualcosa è andato in mezzo agli ingranaggi. Che cosa? Essenzialmente
la consapevolezza da parte dei Paesi più poveri che di fronte ad un meccanismo
di questo tipo non avevano alcun potere contrattuale, che non fosse il potere
di interdizione. Cioè di dire “Non ci sto”. Perché nel momento in cui fossero
entrati nella macchina della trattativa non avrebbero avuto alcuna possibilità
di gestire alcun pezzettino di questo sistema di negoziati. Vi racconto
come è andata a Cancun, perché secondo me è anche importante capire come
è andata. Io sono stata in sala stampa, perché sono una giornalista e quindi
avevo la possibilità di farmi accreditare dalla mia testata, e quindi ho
lavorato vicino ai giornalisti maestri, cioè ai giornalisti della BBC, della
RAI, ecc. E noi eravamo a contatto, divisi solo da una scala mobile, dalla
sala delle riunioni centrali, e da una costellazione di altre piccole salette.
A Doha, con il lancio del round pomposamente chiamato round dello sviluppo,
pezzo di trattativa che doveva servire a far crescere i Paesi in via di
sviluppo, era stato solennemente dichiarato - sulla memoria di Seattle -
“noi non useremo più le green rooms” (una cosa che avete sentito nominare
molto spesso in questi giorni). Erano state chiamate stanze verdi perché
erano fisicamente verdi a Seattle, le stanze dove si riunivano su invito
alcuni rappresentanti di alcuni governi a discrezione del presidente, del
Chairman dell’assemblea, per discutere e quindi arrivare ad un consenso
su piccoli aspetti del negoziato, molto particolari, rispetto ai quali l’assemblea
sarebbe stata, secondo le regole generali, largamente indifferente. Che
cosa succedeva, e che cosa è successo di nuovo a Cancun? Che stavolta nelle
green rooms - che stavolta non erano verdi, ma hanno mantenuto il nome -
si riunivano, su invito del Chirman, non negoziatori di piccoli aspetti,
per cose particolari, di generale disinteresse, ma negoziatori degli Stati
Uniti, negoziatori dell’UE e, a turno o i negoziatori leaders dei gruppi
più forti o dei gruppi più deboli in condizioni di mobbing. E soprattutto
in condizioni di assoluta disparità di competenze. Quando si è cominciato
a discutere dei temi agricoli, rispetto ai quali è successo un gran caos
perché c’era il problema del dumping che, al di là della parola inglese
è abbastanza tangibile, nel senso che, voi immaginate, un sacco di riso
che viene coltivato in Botswana a forza di zappa, sul mercato locale costa
tre volte di più di una stessa quantità di riso che viene dall’Italia coltivata
con i trattori. Rendetevi conto di cosa significhi questo per l’economia
locale. Significa che io, quando coltivo con la zappa, alla fine non riesco
a guadagnare, con la vendita del mio riso, neanche quella piccola parte
che poi mi permette, per esempio, di ricomprare i semi. O che mi permette
di far molare la zappa nel momento in cui si spezza. Perché se vado al mercato
trovo i sacchi di riso transgenico - che per fortuna non arrivano dall’Italia
ma dagli Stati Uniti - che costano tre volte di meno. Perché? Perché le
grandi aziende agricole statunitensi ed italiane hanno preso talmente tanti
sussidi, che si mettono in tasca senza nemmeno passare per nessun acquisto
di trattori né di sementi, che può vendere quel riso ad un terzo del suo
prezzo reale di produzione, cioè di quello che spende realmente per produrlo.
Daniele Baldassarre: fuori
dal mercato...
Monica di Sisto: fuori
dal mercato, perché sono sussidi alle esportazioni. Quindi ti dicono: “tu,
azienda agricola, ...
Giovanni Morsillo: ...e
questa, però, non è concorrenza sleale...
Monica di Sisto: ... questo
è dumping, che a dispetto della parola inglese è una porcheria, molto poco
inglese!... che fanno essenzialmente i grandi gruppi agroalimentari statunitensi,
i grandi gruppi agroalimentari europei. Succede, dunque, che ti dicono:
“Tu, vuoi esportare? Allora io ti premio con questo contributo annuo a fondo
perduto. Un mucchio di soldi, a seconda di quanto tu esporti. Poi ci sono
altri soldi se, ad esempio, fai l’aggiornamento tecnologico, e quindi magari
compri questo trattore in modo da favorire anche il ripartire della nostra
economia.” Perché noi abbiamo anche un’industria produttiva (costruttori
di macchine agricole, di tecnologia, chimica, ecc.) che vanno oliate, e
noi le oliamo attraverso i sussidi. Sussidi che provengono dalla fiscalità
generale, cioè dalle tasse. Questi sussidi fanno sì che il riso più economico
che io vado a comprare in Burundi sia quello che arriva da migliaia, migliaia
di chilometri, non quello che il povero contadino zappa con il sudore della
fronte e spesso solo con i semi, perché non ha neanche l’acqua, che deve
andare a prendere con i secchi a distanze enormi, per non parlare dell’energia
elettrica o della benzina. Questo sistema sostanzia il nostro sviluppo e
mantiene in permanente sottosviluppo di questi Paesi. Anche perché, secondo
il Gats e secondo il WTO, lo sviluppo viene - come giustamente diceva Lorenzo
- misurato in base di Pil, ma se andiamo a vedere dietro a quel Prodotto
interno lordo, di lordure ce ne sono molte. Che sono ad esempio il mancato
accesso ai servizi sanitari, il mancato accesso ai servizi idrici: un miliardo
e ottocento milioni di persone in questo mondo non ha accesso all’acqua.
Il che non significa che devono fare meno di dieci chilometri per trovarla,
perché se applichiamo questa condizione il numero sale a due miliardi e
trecento milioni di persone. 1.800.000.000 di persone non hanno accesso
all’acqua; significa che la fonte più vicina dista più di dieci chilometri
dalla loro abitazione, o dal loro villaggio. A Cancun è successo che questi
Paesi, nel momento in cui stavano loro imponendo un accordo sull’agricoltura
vuoto, perché gli si diceva “ noi - USA e UE - rinunceremo in futuro (questo
era scritto sulla bozza di accordo finale) ai sussidi, però voi, a partire
da oggi, cominciate a rinunciare ai vostri diritti”. Questo perché tutti
i negoziati vanno avanti. Vanno avanti quelli sugli investimenti (spostamento
di soldi dai nostri Paesi a quei Paesi senza che i loro governi possano
interferire, si accelerano i Gats, ecc. Tra quei 109 Paesi c’erano i 41
Paesi più poveri del mondo. A questi abbiamo chiesto di rinunciare alla
salute, all’acqua... Molti di questi Paesi, presenti a Cancun, hanno rifiutato
di salire su questa macchina, perché sapevano dove li avrebbe portati. Cosa
hanno sentito molto forte questa volta, come a Seattle - e non come a Doha,
purtroppo, anche per problemi di distanza fisica -? Hanno sentito molto
forte la presenza dell’opinione pubblica. Cioè il fatto che all’interno
della sala stampa c’erano organizzazioni e reti internazionali (Our World
is not for Sale, Médicins sans frontières, Oxfam), che hanno fatto un lavoro
di accompagnamento costante ai negoziatori. Peraltro, noi eravamo nel paradosso
che molti dei negoziatori dei governi dei Paesi africani erano stati formati
dalle stesse ONG perché, forti dell’esperienza di lobbing delle grandi imprese,
hanno iniziato anch’esse ad offrire borse di studio ai ragazzi delle Università,
specialmente delle facoltà economiche dei Paesi in via di sviluppo. A questi
giovani venivano pagati gli studi, a patto che frequentassero corsi per
capire cosa gli succedeva sulla testa. Molti di quei negoziatori adesso
sono nei governi. Uno dei nostri insider più attivi, di quelli che si introducevano
nelle riunioni e tiravano fuori i documenti su cui poi noi facevamo attività,
utilizzando anche le competenze dei giornalisti economici, era un giovane
negoziatore per la Papua Nuova Guinea, che è un padovano, disobbediente,
laureato in scienze politiche, che dopo aver fatto un master a Bruxelles
fa il negoziatore della Papua Nuova Guinea. Questo ragazzo, Francesco, bravissimo
peraltro, è stato uno dei personaggi più attivi che faceva finta di essere
italiano quando doveva seguire la delegazione di Urso e di Alemanno parlando
in italiano e infilandosi nelle green rooms, e poi invece faceva il lavoro
di lobbing esterna riportando quanto detto in riunione. E così è successo
grazie a questa rete informale. Per la prima volta avevamo capito come funzionava,
ma per la prima volta siamo stati pronti, organizzati, per capire e per
comunicare all’esterno quello che stava succedendo. Nel momento in cui abbiamo
cominciato a dire la verità, cioè abbiamo cominciato a dire che nessuno
rivedrà le scatole, questi contenitori virtuali nei quali sono organizzati
i sussidi. Nessuno ha interesse a rivederli sul serio, perché la bozza di
documento che sta circolando dice questo. Usa e UE non rivedranno i sussidi.
Usa e UE rivedranno la loro posizione rispetto alla gestione degli scambi
internazionali dei servizi, ma fin da subito i paesi poveri devono cominciare
a presentare le offerte di liberalizzazione dei servizi. Sapendo che se
scelgono i serviiz rispetto ai quali noi abbiamo fatto delle richieste avranno
dei trattamenti più favorevoli, ad esempio nell’accesso ai farmaci per l’AIDS.
(“Avete visto? Lo abbiamo approvato già prima di Cancun!” ma quasi nessuno
ha detto che quell’accesso al trattamento favorevole rispetto all’uso dei
farmaci è del tutto impossibile, perché le condizioni imposte per far partire
quel sistema sono talmente proibitive che la maggior parte dei Paesi non
se lo può permettere. Perché non ha né le competenze tecniche, né le competenze
strutturali, né tutti i requisiti richiesti.) I livelli di Pil iniziali
che quell’accordo impone ai Paesi, sono tali che al massimo saranno tre
o quattro i Paesi che potranno cominciare a produrre. Ma ad esempio il Brasile,
che finora si è riuscito a proteggere efficacemente dall’AIDS? Perché non
può accedere? Eppure il Brasile può produrre i retrovirali, perché ha la
farmaceutica adeguata, e può produrli anche per l’Africa e offrirli, per
esempio, come scambio i baratto, senza passare per i canali commerciali,
come per esempio hanno fatto con accordi Brasile e Argentina, Brasile e
Bolivia. Metto solo un’altro piccolo elemento, e poi chiudo e parliamo insieme.
Io penso che sia molto importante, in questo momento, che riusciamo a capire
quale sarà l’effetto di questo trattato sulle nostre città. Perché solo
a partire dalla nostra consapevolezza su quello che ci succede sulla testa
qui riusciamo a capire esattamente quello che succede nel resto del mondo.
Un esempio rispetto a quello che sta succedendo in Italia nel campo dell’acqua.
C’è stato negli ultimi anni un processo di privatizzazione del ciclo delle
acque. È successo a Roma con l’ACEA, a Genova con l’AMGA, e queste Spa si
stanno moltiplicando. E questa è esattamente la direzione del Gats. Perché
queste Spa potranno essere partecipate da pacchetti di azioni comprati da
aziende transnazionali. Infatti, nel pacchetto di ACEA, che gestisce l’acqua
di Roma c’è un 2% gestito dalla Suez, che è francese. E questo pacchetto
del 2% potrebbe portare adesso, con il rinnovo del CdA dell’ACEA un rappresentante
della Suez nell’ACEA (acqua di Roma). Voi pensate che quel consigliere di
amministrazione francese, nel momento in cui bisognerà decidere le tariffe
da applicare in Argentina, piuttosto che in Africa, piuttosto che in America
Latina, piuttosto che da noi, si preoccuperà del nostro livello di reddito,
si preoccuperà del nostro potere d’acquisto, o del fatto che adesso, per
il nostro momento economico, i nostri stipendi valgono sempre di meno? Allora,
cosa bisogna fare? Bisogna cominciare a costituire dei piccoli punti di
osservatorio, su tutto il territorio nazionale, che si occupino dei livelli
di garanzia dei servizi. Se passa la prossima finanziaria, visto che, nonostante
le ripetute promesse di Berlusconi, il fondo sui non autosufficienti non
è stato inserito (lui aveva promesso che venisse stanziato ogni anno un
fondo, alimentato dalla fiscalità generale, che andasse a coprire l’assistenza
domiciliare e tutte le altre prestazioni per i non autosufficienti), se
questo non sarà modificato significa che tutti noi, visto che le regioni
hanno tutte i bilanci in rosso, dovremo cominciare a pagare di tasca nostra
l’assistenza domiciliare, il medico di medicina generale, infermiere, ecc.
Più di prima, perché già molti di noi pagano questi diritti. Questo trasferimento
di un diritto ad un servizio a pagamento potrebbe rientrare nell’azione
di questo trattato. E quindi, in un domani non tanto lontano, potrebbe succedere
che un’azienda francese - la Francia è molto forte nei servizi alla persona
- si compri quattro o cinque o sei cooperative italiane, fa una rete e stabilisce
tariffe a partire da loro. Perché, se prende una posizione egemonica, di
dominanza (che in teoria non dovrebbe esser ammessa, ma col sistema delle
scatole cinesi è facile che avvenga, visto che un pacchetto di minoranza
può orientare un’impresa) una grande multinazionale controlla tranquillamente
un’azienda locale, attraverso mille ricatti, o elargizioni (ti compro due
ambulanze o venti letti nuovi, ecc.). allora, noi dobbiamo cominciare, tutti
quanti, a partire da noi stessi, a cercare di capire cosa sta cambiando
nella fisionomia della nostra vita. Purtroppo quell’articolo della finanziaria
è stato voluto e votato dai “nostri” partiti. Perché questi, nelle loro
regioni già avevano le Spa.
Enrico Cuomo: ricordiamo
che queste cose non sono lontane da noi, poiché, ad esempio, l’ACEA cui
ti riferivi prima gestisce anche il ciclo delle acque a Frosinone, e quindi
a casa nostra, non solo a Roma.
Monica Di Sisto: certamente!
Io dicevo prima “l’acqua di Roma” perché l’ACEA è nata così, e storicamente
ha rappresentato questo come ragione sociale.
Enrico Cuomo: volevo dire
che questo è un passo dal Gats...
Monica Di Sisto: certo;
adesso siamo ancora in fase di trattativa, ma se questa macchina infernale
parte, non siamo molto lontani dalla Bolivia! Perché, se il potere d’acquisto
dei nostri stipendi continua a scendere, come di fatto sta succedendo e
succederà ancora, visto che l’economia non riparte - perché è un’economia
drogata -, questo accordo potrebbe trasformarci da cittadini in portafogli.
Quindi, a seconda di quanto questo portafoglio sarà capace di aprirsi al
mercato, tanto più noi saremo delle persone in grado di proteggere uno spazio.
Quanto più, invece, questo portafoglio vorrà tenersi un pochino, come dire,
“riservato”, per le sue contingenze, tanto meno noi potremo difendere lo
spazio intorno a noi. Questo è ancora il momento in cui si può intervenire.
I Paesi africani lo hanno dimostrato, questa mega macchina si può fermare,
si può chiedere al nostro governo, e soprattutto ai nostri partiti, in questo
momento in cui sono all’opposizione, di fare opposizione su questi temi,
chiedendo di approvare certe mozioni, chiedendo di ripubblicizzare le aziende
strategiche, come stiamo facendo a Roma, dove chiediamo a Veltroni di tenere
duro sul pacchetto di maggioranza dell’ACEA, cercando di non fare entrare
quello della Suez, ecc. Non so se ce la faremo, però se riusciamo, tutti
insieme, a promuovere una serie di livelli di attenzione molto ampi, tutto
potrebbe essere più facile. In questo senso, forse ci troveremo ad invertire
ancora una tendenza, o comunque a limitare i danni.
Enrico Cuomo: volevo solo
dire una cosa, a proposito del controllo azionario. Credo che i comuni che
gestiscono la parte pubblica del pacchetto azionario debbano fare molta
attenzione, perché proprio il fatto che il pacchetto di maggioranza è in
mano al comune di Roma è ciò che ha indotto la Provincia di Frosinone a
scegliere, perché si sente comunque garantita dal pacchetto pubblico, ma
se questo passa in mano alle imprese, l’incertezza gestionale si aggrava.
Giovanni Morsillo: volevo
fare un inciso brevissimo. Intanto, visto che qualche giorno fa è venuta
a mancare una grande personalità della cultura mondiale, Edward Said, al
quale credo siamo debitori di un metodo, oltre che dei risultati che questo
ha portato, io volevo dedicare i lavori di questo seminario, proprio alla
memoria di Said, e distribuire, se mi aiutate, questa piccola presentazione
della persona, per aiutare tutti ad inquadrarla. Questo perché il nostro
sforzo è finalizzato a questa battaglia grande che va in questo senso. Io
ho, a questo proposito, tre domande da fare, e le farei subito, in modo
che cominciamo a sviluppare un discorso collettivo. La prima è questa: tu
hai chiarito molto bene che il WTO non è un’istituzione, ma un trattato,
un accordo; mi chiedo - in forma retorica - perché ci fosse bisogno di un
qualcosa di non istituzionale, e che quindi si sviluppasse fuori dall’ONU,
dalle organizzazioni istituzionali trans e sovranazionali. E quindi mi preoccupa
il fatto che, poi, noi guardiamo con stupore a questo carattere di classe
e quindi assolutamente squilibrato dei provvedimenti che si adottano, rispetto
agli interessi dell’umanità - non stiamo infatti parlando di interessi parziali,
della sinistra o quant’altro, ma dell’umanità -. Poi, un’altra cosa (ti
avevo anche interrotta prima), riguardo al discorso sui criteri morali dei
sussidi, sui criteri etici che li definiscono come turbativa della libera
concorrenza, del libero mercato, ecc., io non so se ridere o se piangere,
perché quando i criteri riguardano l’illegalità, o l’illecito, non credo
si possa parlare disinvoltamente di turbativa della libertà di commercio,
perché altrimenti dobbiamo istituzionalizzare a livello commerciale, come
attività, come impresa la mafia, per esempio, che fa profitto a tutti gli
effetti, e quindi non credo che sia turbativa della libera concorrenza in
quest’ottica, accettare nei mercati ad esempio dei servizi, tipo quelli
che riguardano la costruzione delle autostrade, quindi la mobilità e i trasporti,
la mafia. Ma c’è già qualche teorico più bravo di me, Lunardi, che lo ha
già anticipato. E questo lo dico con molta, molta verve polemica, poiché
non tollero che si dicano queste cose da parte di un’istituzione democratica.
La questione democratica, poi, secondo me - ed è la terza domanda -, la
questione democratica è di fondamentale importanza, ma mi sembra completamente
espunta dal dibattito su queste tematiche, sul controllo delle risorse.
E quando parliamo di risorse non parliamo delle risorse delle multinazionali,
parliamo delle risorse del pianeta terra, che sappiamo tutti essere una
cosa molto diversa. Io mi chiedo - ho già avuto modo di fare questa domanda
in un contesto diverso, e per poco non mi aggredivano, spero che qui non
succeda - il ruolo dei cittadini: ne possiamo ancora parlare, almeno per
fare accademia, o proprio noi siamo completamente fuori da quello che ci
riguarda? Voglio dire, la costruzione dei rapporti commerciali senza prescindere
dalla tutela dei diritti ha ancora un senso? È possibile avere un ruolo
al di là e al di fuori di quella che è la contestazione, la presa di coscienza
fatta a Cancun, a Seattle e altrove, in Svizzera ecc. Abbiamo un ruolo noi
come cittadini, o dobbiamo rassegnarci ad essere sudditi? Che prospettive
abbiamo noi europei rispetto alla costruzione di una consapevolezza che
punti al controllo del potere sulle risorse?
M. Rosaria De Carolis:
sull’istruzione e sulla formazione. Mi chiarite un po’ le posizioni in Italia
ed in Europa rispetto ai Gats? (recuperata a senso dal trascrittore poiché
la voce registrata è molto bassa).
Chiara Settembre: io volevo
invece fare un’osservazione generale sullo sfruttamento delle risorse, che
inevitabilmente coinvolge lo sfruttamento delle risorse umane, perché finisce
per coinvolgere il mondo del lavoro, comportando una differenza del livello
del salario a seconda che il lavoro o servizio sia fornito in Italia o in
Paesi svantaggiati. Entrare nel pacchetto di controllo di un’azienda da
parte di una multinazionale significa anche determinare il controllo di
questa sui lavoratori della stessa azienda, oltre che sui consumatori dei
beni o servizi prodotti. Se anche in Italia, con la legge 30 fortemente
voluta da questo governo, possiamo cedere ai privati un ramo d’azienda pubblica,
anche le multinazionali agiscono cedendo ed acquisendo rami diversi e delocalizzando
le produzioni dove il costo del lavoro è ai minimi termini. Per quello che
riguarda l’Italia, Repubblica fondata sul lavoro, andiamo a ledere diritti
che fanno parte della nostra cultura, della nostra storia, e che invece
rischiamo di perdere completamente.
Daniele Baldassarre: ...qualcun
altro? Se non c’è nessuno che vuole intervenire, vorrei affrontare quella
che per me è quasi una fissazione. Ci hai illustrato, Lorenzo, questo enorme
mostro che è la macchina dell’economia globalizzata. Come ogni organismo,
essa ha nelle vene un qualcosa, un plasma che scorre e le dà vita, che in
questo caso è il dollaro. Che ruolo può avere la presenza di un’altra entità
come l’euro in relazione a ciò? È chiaro che quando vi è una sola autorità,
come il dollaro, tutti si sottomettono ad essa, ma nel momento in cui nasce
un altro soggetto, che se governato in modo opportuno potrebbe fare da argine,
in qualche modo si instaura una bilateralità che calmiera il potere dell’altro
e promuove lo sviluppo in modo autonomo. Del resto, il piano Marshall ha
prodotto benefici per gli Stati Uniti perché ha imposto la corresponsione
dei debiti in dollari, quindi noi avevamo sempre a riferimento il dollaro.
Quando Berlusconi parla di Piano Marshall per la Palestina, viene subito
zittito perché sappiamo quale volano potrebbe essere per l’euro. Quando
Putin dice - alcune settimane fa - “Vogliamo fare scambi in euro” si suscita
a livello internazionale una forte agitazione, e si fa ricadere subito tutto
nel silenzio. Ecco, cosa ci potrebbe essere nel futuro per l’euro da questo
punto di vista? Cosa potrebbe succedere?
Voce: Succede che ti bombardano!
Monica Di Sisto: No, purtroppo
succede che non incidi, perché poi il negoziatore europeo è assolutamente
in linea con quello americano...
Giovanni Morsillo: Ma
questo è un problema di rappresentanza, non tecnico!
Monica Di Sisto: No, è
un problema politico!...
Giovanni Morsillo: Appunto,
è un problema di scelte e di rappresentanza, non di compatibilità economica.
Monica Di Sisto: Andiamo
con ordine...
Enrico Cuomo: Le posizioni
di Francia e Germania hanno provocato problemi, in diversi contesti...
Monica Di Sisto: Si, ma
Lamie è francese, ed essendo frutto della lobby delle aziende dell’energia
e dell’acqua francesi, che sono fra le più grandi multinazionali dei servizi
del mondo, fa politiche conseguenti, di scambio politico.
Giovanni Morsillo: Però
io prima mi riferivo alle bombe, perché mi pare che un certo Saddam Ussein
avesse iniziato a fare contratti petroliferi in euro.
Lorenzo Infante: In ogni
caso, per i tassi di cambio c’è sempre il Fondo Monetario.
Monica Di Sisto: Allora,
procediamo con ordine. Perché il WTO non è un’istituzione? Esso non è un’istituzione
perché la preminenza del diritto del denaro rispetto al diritto dei cittadini
doveva essere evidente, e quindi non era possibile passare attraverso le
strettoie delle singole legislazioni nazionali, nonché dei trattati internazionali
preesistenti per lanciare un sistema che si proponeva la liberalizzazione
degli scambi. Cioè, per dirla proprio in termini semplici, se il minestrone
degli scambi doveva passare per il colino delle legislazioni nazionali,
sarebbe passato ben poco: forse sarebbe passato il giusto. Però, quello
che invece gli stati produttori ed esportatori, e soprattutto le grandi
multinazionali, le grandi corporations, i grandi interessi non volevano
era proprio questa riduzione di flusso; cioè, volevano avere le mani più
libere possibili. Quindi, è molto più semplice ragionare, ad esempio, con
dei ministri del commercio, che sono, anche nei governi locali (lo vediamo
con Urso, lo vediamo con Lunardi, con Alemanno, espressioni di lobbing nazionali)
piuttosto che ragionare con dicasteri più liberi. L’Italia, in questo, è
ancora molto tradizionale, cioè il legame diretto tra l’espressione politica
e l’espressione di lobbing, è quasi adolescenziale, ma negli Stati Uniti,
dove vota il 40% delle persone è dato evidente che gli eletti sono espressione
dei gruppi di pressione che pagano le campagne elettorali. È quindi evidente
che a parlare di commercio andrà l’espressione del gruppo commerciale più
forte in quel momento. Non è uno scandalo, non è una vergogna, per quel
tipo di società: è un dato di fatto. Inoltre, è più facile ragionare fra
esperti dello stesso settore che fra istituzioni con competenze diverse.
Giovanni Morsillo: Per
questo ponevo la questione democratica...
Monica Di Sisto: Infatti,
ora arriviamo alla questione democratica, ma con ordine. Voglio parlare
ora, un attimo, della clausola etica. Sulla responsabilità sociale delle
imprese, nell’ambito del WTO, è stata promossa una riflessione, che a Doha
aveva avuto un certo spazio, perché a Seattle la responsabilità sociale
delle imprese, ossia quel pacchetto di doveri che le imprese in qualsiasi
paese operino debbono rispettare, era stato uno degli argomenti posti alla
base del development round. Cioè, dicevano ai Paesi in via di sviluppo:
“Voi non saret epiù tanto bistrattati da noi, perché noi adesso ci imponiamo
alcune regole che condizioneranno il nostro comportamento all’estero.” La
responsabilità sociale delle imprese, che sarebbe stato un terreno molto
interessante di confronto, - e poi vi dico anche che spazio ha avuto in
Italia - in realtà, a Cancun non è stata inserita. A Ginevra si è scelto
di non andare a Cancun a parlare di responsabilità sociale delle imprese.
Perché si capiva che il malcontento era già forte rispetto all’agricoltura,
quindi si capiva che le richieste rispetto alla responsabilità sociale delle
imprese che i Paesi più poveri avrebbero presenatto sarebbero state del
tutto insostenibili. quindi, che cosa succede, paradossalmente? Che in molti
Paesi noi ci troviamo ad affrontare, nel banco degli avversari politici,
i sindacati, che invece di proporre (parlo dei sindacati anche italiani,
della Cisl, della Cgil, con la quale invece adesso stiamo mettendo a punto
una base di ragionamento comune dopo Cancun, per una campagna italiana sulla
responsabilità sociale delle imprese) una discussione capace di far comprendere
reciprocamente che o si salvano i diritti dei lavoratori in tutto il mondo,
e quindi necessariamente salgono i prezzi delle merci in tutto il mondo,
e quindi riacquistano valore, ma questo significa che un lavoratore dell’Indonesia
mangia - non che riesca a comprare il motorino, ma che riesce a mangiare
tutti i giorni, a non morire d’impresa - oppure i nostri lavoratori, siccome
quelli costeranno sempre meno, rimarranno sempre più a casa, senza lavoro.
Non stiamo facendo ragionamenti di alto diritto: stiamo facendo ragionamenti
di basso livello.
Chiara Settembre: Questo
era il tema che venne alla ribalta un po’ di tempo fa, quando si parlò del
lavoro minorile nei Paesi in via di sviluppo.
Monica Di Sisto: Esatto,
però, che cosa si fece, allora? Questo fu un grande tema messo all’ordine
del giorno dall’Ilo, ma ne scaturì solo una risposta semplicistica: salviamo
i bambini e togliamoli dal lavoro. In questo modo, però, si sottrae reddito
a quelle famiglie, per cui, se non si attua una politica del lavoro decente
in tutti i Paesi, che faccia sì che i genitori non debbano più vendere i
loro bambini, pena la morte di fame, non se ne esce. Cosa chiedevano i sindacati
italiani? (Io, alla Camera, ho fatto una lunga contrattazione sul diritto
minorile). Chiedevano di introdurre un dazio alle merci in ingresso, provenienti
da quei Paesi che sfruttano il lavoro minorile. Il primo nemico che ha questo
ragionamento, sono i sindacati dei bambini lavoratori. Si parla di lavoratori
condannati alla schiavitù perpetua, per la pura e semplice sopravvivenza,
legata alla permanenza dello sfruttamento che gli consente di avere la ciotola
di riso per continuare a produrre per guadagnare un’altra ciotola di riso.
E parliamo di Paesi ad elevato sviluppo industriale, come la Cina, non di
Paesi marginali. Giustamente diceva Lorenzo che non è un problema di Pil,
perché la Cina ha un Pil altissimo, ed è nel WTO. E allora, possiamo noi
continuare a fare politiche di piccolo cabotaggio? È cieca e suicida una
politica di questo tipo, ma è una politica che sentiamo ancora sostenere
anche dai nostri sindacati, Cgil, Cisl, Uil, Cobas, tutti. I Cobas trasporti
hanno fatto con noi un discorso demenziale, in una certa occasione. Dicevano
che era necessario mettere uno stop all’ingresso dei lavoratori extracomunitari.
E parliamo di compagni, non di stupidi. Perché è normale che, nel momento
in cui non scegli una soluzione complessa, la soluzione più semplice è quella
più limitata. Magari ti dà una risposta momentanea positiva, che significa
creazione di posti di lavoro, non lo nego, ma comporta anche perdite ben
maggiori nel medio periodo. Ce l’avevano detto, all’inizio degli anni ottanta;
nessuno ci credeva, ubriacati dal famoso miracolo italiano, eppure sta succedendo
che le imprese continuano a chiudere. Il famoso Veneto - parliamo di questo
Nordest - che per primo si è adeguato a questo cambiamento di sistema, e
ha delocalizzato e frazionato molti aspetti produttivi, li ha staccati,
parcellizzati, tenendo al distribuzione e spostando il resto in Romania,
in Albania, dove hanno comprato tutto lasciando tranquillamente la gente
a morire di fame (questo è il nostro Paese, non possiamo non vedere quanto
siamo stati sciacalli nei Paesi dell’Est o del Sud asiatico: lo sciacallaggio
degli imprenditori italiani nei paesi dell’Est in crisi è stato pesantissimo,
ed è stato assolutamente fuori dai diritti, e a costo zero, perché tutti
gli investimenti sono stati assicurati dalla SACE). Il famoso accordo del
MAI, bloccato grazie ad una mobilitazione internazionale, questo Accordo
Multilaterale sugli Investimenti, che avrebbe permesso ai Paesi economicamente
più forti di investire nei Paesi più deboli scegliendo i settori di investimento,
ed avendo gli investimenti garantiti con fondi pubblici, con credito a fondo
perduto, da restituire solo in parte se e qualora avessero fatto fortuna.
Ecco perché una macchina così complicata va fermata con risposte complesse.
Non è più possibile scendere in piazza con slogan semplici. Noi dobbiamo
ricominciare a formarci a partire dalla complessità che stiamo affrontando,
che stiamo vivendo. Noi siamo stati, come campagna italiana e come organizzazioni,
obiettivo di contestazioni molto forti da parte del movimento, perché avevamo
scelto di non andare a manifestare in piazza fuori da Cancun, non rigettando
le pratiche della manifestazione, assolutamente, anche perché alcuni di
noi erano là, ma per dare un forte taglio di entrismo alla nostra azione:
stare dentro, cercare di capire, e di far capire agli italiani come si comporta
il nostro governo. Guardate, sarbbe interessante che ogni cittadino potesse
vedere un film di quello che succede in quelle riunioni, perché è davvero
surreale. E coinvolge tutti: a Doha c’era Fassino. A Cancun l’opposizione
c’era, ma è meglio non parlare di quello che ha fatto. Non è normale che
l’opposizione ad un governo la debbano fare le associazioni e la società
civile. Non è possibile che, siccome c’è di mezzo Coldiretti, o Confagri,
i si schiaccia sulla questione Toscana, Emilia Romagna, ecc., e la sinistra
si sdraia sulla posizione di Alemanno che fa anche battaglie importanti,
vedi il caso del pecorino e dei prodotti tipici, ma non basta. E non si
può scegliere, perché al tuo interno hai importanti realtà dell’agroalimentare,
di sottacere con una certa compiacenza. Non è possibile. Allora perché noi
dobbiamo lavorare anche all’interno dei partiti, anche all’interno dei movimenti?
Perché noi dobbiamo chiedere ai nostri rappresentanti coerenza: coerenza!
E dobbiamo chiedere loro di tutelare i nostri interessi - che sono anche
interessi di imprenditori, perché no? Non voglio dividere il mondo in classi,
per cui tutto ciò che sta alla mia destra non mi interessa. A me interessa
lo sviluppo di questo Paese, ma mi interessa che lo sviluppo equilibrato
del mio Paese, innanzi tutto non crei squilibri in altre parti del mondo,
vedi Est Europa, vedi Africa, Vedi India, vedi tutti quei posti dove le
nostre imprese hanno fatto e disfatto, gettato nella strada centinaia di
migliaia di lavoratori e loro famiglie, italiane e non. E mi interessa anche
che questo Paese, producendo e continuando a svilupparsi offra a i suoi
cittadini delle opportunità vere e durature di sviluppo, delle opportunità
vere e durature di esigibilità dei pacchetti di diritti. Non possiamo diventare
l’Argentina. Non possiamo permettercelo. La deriva blairiana del governo
di centrosinistra della scorsa legislatura non si può ripetere, perché questo
Paese non se lo può permettere. E non parlo di slogan semplici. Io mi sono
inferocita, quando una parte del movimento, a volte schiacciato su un partito,
ha detto “No alla guerra, no al WTO”. Perché non è possibile mobilitare
in piazza le persone con questo livello di semplificazione. Perché devi
cercare di accompagnare te stesso, e le persone che ti stanno intorno, e
i tuoi compagni, le tue sorelle e i tuoi fratelli, a cambiare il modo di
vedere le cose che lo circondano. E non c’è questo, con il “no alla guerra,
no al WTO”. Perché anche il development round di Doha è stato lanciato con
lo slogan “No alla guerra, no alle Twin Towers, Sviluppo per tutti”. Ma
il problema è capire che cosa significa SVILUPPO. Il problema è, cioè, capire
tra noi come si possa coniugare una politica di welfare con la sostenibilità
economica di questo pianeta. Questo pianeta ha risorse limitate, che si
trasformano in rifiuti, che all’80% non possono essere riutilizzati né stoccati
in modo sicuro. Noi abbiamo cioè dei limiti strutturali con i quali fare
i conti. Oltre quei limiti, la gente muore, per fame, malattie; quindi noi
dobbiamo, come dire, ridare alla politica un’anima ed un cuore complesso,
che significa ragionare sempre di più con la propria testa e affrontare
la realtà politica secondo i diversi livelli. Quindi, per esempio, chiedere
al sindaco di fare la raccolta differenziata dei rifiuti e farla in modo
serio, promuovere nella vita uno stile non consumistico per non alimentare
derive, colpire con i consumi quella multinazionale, quella singola azienda
che sbaglia e che sfrutta le persone (e quindi, se la Fiat va in Romania
io non compro Fiat, o se la Coca Cola, come sta facendo uccide centinaia
di persone, di sindacalisti, per strada, pagando bande di mercenari io non
la bevo, anche se può essere faticoso). Perché quando questo succede molte
imprese cambiano lentamente i loro comportamenti. E, a partire da questo,
chiedere coerenza su queste scelte ai rappresentanti politici a livello
locale e nazionale. Istruzione e formazione: l’istruzione in Italia è prevalentemente
pubblica. Ci sono Paesi nei quali l’istruzione è del tutto privata, e non
esiste nel pacchetto dei diritti dei cittadini. Ci sono Paesi africani,
Paesi dell’Est, Stati americani, nei quali l’istruzione non è garantita
a livello pubblico. E quindi esistono multinazionali, anche nel campo dell’istruzione,
che gestiscono servizi di istruzione e di formazione, che sono scuole, corsi
di formazione, corsi di reinserimento al lavoro, in questo momento in cui
il lavoro è in grande trasformazione. Che cosa può succedere? Per esempio,
con l’autonomia scolastica - parlo dell’Università, che conosco un po’ meglio
- molte Università dsi stanno pagando i contratti dei docenti a contratto
(professionisti che vengono pagati poco, circa 12 milioni l’anno per prestare
la loro opera, per fare lezione a ragazzi) sponsorizzando le cattedre e
questo, a volte si dice, a volte no. Per esempio, molte cattedre di informatica
sono sponsorizzate da Microsoft; Maurizio Costanzo ha una cattedra a scienze
delle comunicazioni dalla quale draga stagisti a costo zero tutti gli anni
per la propria impresa. Molti li professionalizza, per carità, però a costo
zero! Questi ragazzi, cioè, pagano la formazione con il loro lavoro, che
non viene retribuito. Che cosa succede? Succede che l’istruzione scolastica,
negli Stati Uniti e nei Paesi fortemente influenzati dagli Stati Uniti,
come buona parte dell’America Latina, molte Università e molte scuole secondarie,
cioè dalle medie alle superiori, vivono con i fondi privati. E quindi, se
per esempio in quella zona, in quello stato, c’è una forte prevalenza di
imprese industriali, di imprese di servizi, è difficile che quei ragazzi
seguano come materia curriculare letteratura, o scienze politiche, o storia
in modo serio (ammesso e non concesso che venga, in quegli ordinamenti,
considerata la storia materia insegnabile, perché in molti non lo è). L’autonomia
scolastica può favorire sperimentazioni di questo tipo. Bisogna dire che
l’autonomia scolastica è un nostro frutto. Di che cosa non abbiamo tenuto
conto, anche se era importante con una scuola molto invecchiata, ingessata,
paralizzata mettersi in sintonia con il mondo del lavoro? Che le regole
di questo intreccio, di quest andata e ritorno di interessi non sono state
molto meditate. Io ho seguito anche la riforma Berlinguer dall’interno,
e non ero tanto tranquilla...
Giovanni Morsillo: ...e
noi Comunisti Italiani l’abbiamo contrastata fortemente, ma la politica
si fa con i rapporti di forza, mica con le belle intenzioni...
Monica Di Sisto: ...esattamente,
e con un governo di centro sinistra, la situazione a livello locale era
più tranquilla, però adesso, voi capite che con un sistema come questo è
facilissimo, ho visto scuole medie, girando l’Italia per questa campagna,
che sono state sponsorizzate in parte, dalle squadre sportive alle imprese
più varie. Io sono rimasta molto scandalizzata dalla vicenda dei campetti
Nike a Roma - la Nike ha regalato dei campetti sportivi, e per fortuna il
Comune le ha chiesto che non venissero pubblicizzati con insegne e loghi,
grazie alla mobilitazione della società civile -. Questi fenomeni si radicano,
guarda caso, proprio nelle periferie dove non c’è la sensibilità necessaria
verso i temi di cui stiamo dibattendo ora, anzi dove quel modello è assunto
come modello di sviluppo, di successo! In Messico noi siamo stati accolti
dai messicani che lavorano negli alberghi da schiavi a cinque dollari al
giorno come “globalifobicos”; cioè, loro avevano il terrore di noi. Quando
hanno visto che noi giravamo con le valigette, hanno cominciato a chiedersi
“Ma allora perché sono contro queste cose, se stanno bene?” Quando cercavi
di fargli capire “Guarda che questo sistema a me crea problemi ma fino ad
un certo punto, il grosso dei problemi li sta creando a te!”, allora cominciavano
a capire. I ragazzi più giovani capivano di più, però i loro genitori, quelli
che ti aprivano la porta in modo assai servile perché hanno il terrore di
essere licenziati (non esistono sindacati, e se il caposquadra decide che
quello non si comporta come dovrebbe lo licenzia senza alcuna tutela, e
non trova più lavoro). Cancun è un posto schifoso, pieno di alberghi mostruosi,
mega aragoste e stelle e strisce ovunque, insopportabile, dove questa gente
è veramente schiava, ma affascinata da questo mondo della ricchezza finta
e dai turisti incivili che li trattano come servi, e nel momento in cui
tu andavi a dirgli che forse le cose potrebbero cambiare, almeno un po’,
che da noi le cose sono ancora un pochino diverse, ti guardavano con gli
occhi sbarrati. Ho parlato, come succede, con la signora delle pulizie del
bagno, e mi spiegava che per stare lì a pulire i cessi tutti i giorni, stando
seduta sul suo secchio e appena vedeva un po’ di sporco passava altrimenti
la buttavano fuori, tutto il giorno dalle sei del mattino fino alle ventiquattro
quando finiva il turno per tre dollari al giorno pagati da un’agenzia interinale
- una signora di cinquant’anni -. Quando io le ho spiegato che da noi lavorano,
anche nelle cooperative hanno un minimo di contribuzione, la paga è almeno
dieci euro, dodici euro l’ora, mi ha guardato con due occhi così, e mi ha
detto “Ah, che bella l’Italia”. Eppure io ho dei problemi, rispetto ai livelli
di garanzia dei diritti dei nostri lavoratori dei servizi. Però, e qui vengo
alla questione democratica, com’è possibile mantenere un sistema di quel
tipo? Con la non informazione, con la desindacalizzazione, non nel senso
del no al sindacato, ma del no ai diritti, con la de-alfabetizzazione, con
l’ignoranza, con l’alta mediaticità, alto livello mediatico, invadente fino
all’eccesso (la gente ha i televisori negli autobus, ecc.) e con la non
trasparenza delle istituzioni o presunte tali. Io ho conosciuto una signora,
che si chiamava Rosa, che a dieci chilometri dalla ciudad hotelera, sta
facendo una battaglia del tutto in solitaria per tenersi al sua casa. Lei
vive da quattro o cinque generazioni (perché Cancun è nata da poco, ha quarant’anni,
non di più, è nata per i turisti, con la deportazione delle persone dall’interno,
usate per la costruzione della città e poi tenute ea tre dollari al giorno
a mantenerli) in quella casa. A dieci chilometri di distanza c’è Porto Juarez,
che è la vecchia città operaia, che ha creato quel mostro. E lì c’è una
signora, che ha una casetta, di mattoni bianchi, dove non c’è né l’acqua
né la fogna. Ma non ci sono non per qualche miracolo o perché è particolarmente
disgraziata; non ci sono perché lei ha deciso di non andarsene da quella
casa quando due persone del tutto sconosciute - né poliziotti né niente
di ciò - hanno deciso di andare a bussare alla sua porta e dirle: “Tu da
domani, da qui te ne vai, perché qui ci deve sorgere un albergo.” Perché
a Porto Juarez, dove sono pescatori, comunità, cooperative ecc., che vivono
di piccola pesca e trasporti fra le isole, adesso sorgerà un bellissimo
porto turistico, fatto da imprese trasnazionali che hanno costituito una
società apposita. E le persone che si trovano su quelle aree, non avendo
mai avuto dallo stato e dai comuni il titolo di proprietà della terra -
perché non glielo danno - non hanno diritto neanche alla casa che si sono
costruiti per andare a fare gli operai lì. La signora è andata dal comune
e ha detto: “sono venuti due tipi, e mi hanno detto di andarmene” e la risposta
è stata: “e allora, te ne devi andare, perché se sono venuti da te avranno
un motivo, non saranno dei pazzi”. E lei sta conducendo questa lotta da
sola, nella sua casettina, senza fogna e senza acqua, fuori ha una cisterna
dove prende l’acqua piovana, ogni tanto arriva la gente con i secchi e le
cassette con l’acqua, perché questa cosa ha fatto il giro... Ha perso il
lavoro, l’ha perso suo marito, l’ha perso suo figlio. E vivono di resistenza,
solo perché comunque le persone che le vivono intorno capiscono che quello
è uno di quei casi in cui è importante non cedere. Di fronte a casa sua
c’è una grossa pompa, che preleva acqua buonissima e la porta alla zona
hotelera. Lei non ha l’acqua potabile, nonostante ci sia questa grande pompa
a cinquanta metri da casa sua (cinquanta fisici, da qui all’altra parte
della strada). Una delle regole della WTO su alcuni temi specifici si chiama
explicit consensus, ed è stata istituita dopo Seattle rispetto ai temi degli
investimenti perché, siccome erano temi molto spinosi, sui quali c’era stata
una grossa reazione, si diceva: “Arriveremo ad una determinazione su questi
temi solo quando ci sarà un consenso esplicito da parte di tutti gli stati
interessati, di tutti i Paesi del WTO.” I temi degli investimenti sono stati
discussi a Cancun in quei due giorni in cui si è lavorato prima che gli
africani si facessero prendere dall’agitazione - giustamente! - nelle green
rooms, le piccole stanzette chiuse dove c’erano: Zwellig, negoziatore degli
Stati Uniti, Lamie, negoziatore dell’Europa, un paio di altri negoziatori
di Australia, Giappone, cioè quei Paesi che hanno forti interessi rispetto
agli investimenti, o forti interessi contrari, come ad esempio l’India,
la Cina e qualcun altro, considerato key people, ossia qualcuno che potesse
influenzare aree specifiche. In quel momento, in cui sono iniziati i negoziati
con queste modalità, alcune Ong inglesi hanno stampato un porta-badge, un
porta tesserino con scritto “explicit consensus” in tutte le lingue, e hanno
chiesto ai giornalisti ed agli attivisti - soprattutto ai giornalisti, unici
a poter entrare in sala stampa oltre ai delegati dei governi - di indossare
questa striscia, proprio affinché noi premessimo anche visivamente sui negoziatori.
La trasparenza e la democrazia sono il punto nodale del potere di questi
gruppi di persone (non istituzioni), perché meno si sa quello che fanno,
più lo possono fare indisturbati. E il consenso esplicito, che era stato
dato perché non era possibile fare di Doha una cosa seria se non l’avessero
concessa, questa specie di cosa che doveva essere solo formale, invece è
stato uno dei punti rispetto ai quali, sulle new issues non si è andati
avanti, perché per esempio il Brasile ed i Paesi sudafricani lo hanno negato.
Hanno ricordato agli altri che esisteva una regola, che in quel caso non
si voleva far funzionare, e loro hanno invocato il consenso esplicito, negandolo.
Quindi, qual è lo spazio - e chiudo perché sono stata prolissa e noiosa
- qual è lo spazio che ci è dato, l’unico vero spazio agibile che ci è dato?
Quello di ricominciare a sentirci cittadini e, come dire, possessori di
un pacchetto di diritti da gestire in modo democratico. Dobbiamo tutti insieme
aiutarci a fare un censimento dei nostri diritti, città per città, comune
per comune - adesso siamo in regime di federalismo e quindi i diritti riconosciuti
variano anche da città a città o da regione a regione -. Dobbiamo verificare
in concreto quello che abbiamo e quello che ci manca, e rispetto a quello
che ci manca cominciare a costruire ragionamenti politici, con i partiti,
con i rappresentanti, con i sindacati, ma stringendoli, cioè se il nostro
parlamentare o il nostro rappresentante sono incoerenti su una certa cosa
su un tema importante rispetto a questi diritti, noi realtà di base o semplici
cittadini dobbiamo cominciare a farlo sapere. E dobbiamo diffidarli dal
fare cose diverse da quelle che chiediamo, che non sono slogan, ma ragionamenti
concreti. Perché noi diciamo “No al Gats”, non lo diciamo a prescindere,
lo diciamo in virtù di una valutazione precisa che è fatta di soldi, di
cose concrete, non di ideologia. In questo momento io potrei tranquillamente
essere apartitica, e questo ragionamento varrebbe comunque, perché vale
di per sé. L’unica cosa che possiamo fare è quindi un censimento di questi
diritti - di quelli che sono rimasti - e lavorare politicamente in tute
le sedi - Costituzione italiana, Costituzione europea, lavori del singolo
comune o del parlamento o della regione - per rendere trasparenti i percorsi
politici rispetto a questa cosa. Network delle armi, legge 185, c’è stata
una riforma del trattato che impediva una serie di traffici perché obbligava
le imprese a dichiarare a quali Paesi vendevano alcuni armamenti, le quantità,
ecc. Questo è stato abolito, perché la Commissione europea lo ha ritenuto
un ostacolo al commercio. L’Italia aveva una buona legge, devo dire che
alcuni parlamentari ne hanno fatto una grande bandiera, hanno dato battaglia,
altri, anche del centro sinistra se ne sono bellamente disinteressati, a
partire da Mattarella, da Minniti - che poi ha fatto grande ammenda, però
ha cofirmato insieme a Previti il disegno di legge di revisione di questa
normativa e di adeguamento al trattato europeo.
Mario Morsillo: vorrei
solo dire che personalmente qualcosa di ideologico in tutto questo io lo
vedo. Quanto avete detto in modo molto preciso e convincente finora, su
cui non sono competente e non mi permetto di entrare, mi sembra siano figlie
della metafisica occidentale, che tende a ritenere che ciò che è valido
per noi, ciò che è verità europea, e nordamericana per derivazione europea,
sia valido per tutto il mondo. Purtroppo noi europei abbiamo sempre avuto
questa mentalità, iniziata con Parmenide, per cui esiste solo ciò che afferma
la mia metafisica e basta, neppure ciò che i miei occhi vedono è vero, se
difforme da questo. Dopo la scoperta delle Americhe del ’92, gli Indiani
del Nordamerica vengono bene o male tollerati, quelli del Sud vengono massacrati
e completamente distrutti. Si è sempre detto che ciò avvenne perché gli
Spagnoli, colonizzatori del Sud, erano più feroci degli Inglesi. Secondo
me non è affatto così, e tutto è avvenuto perché fra le civiltà del Sud
(Maya, Incas, Aztechi) e quelle del Nord o dell’Amazzonia vi erano profonde
differenze per grado di sviluppo. Quelle civiltà del Sud, se fossero state
conosciute a fondo, potevano diventare pericolose per la nostra identità
culturale. In Nord America ed in Amazzonia, gli indigeni vivevano in condizioni
primitive o semiprimitive, la loro civiltà non poteva distruggere la nostra.
I Maya sì. L’Impero del Mali, nello stesso periodo in Africa, nel XVI secolo,
ha raggiunto altissimi livelli di civiltà, tanto è vero che la prima cosa
che hanno fatto i nostri conquistadores, i nostri validi portatori di culture
assolutistiche quale il Cristianesimo, culture valide per tutti a differenza
di altre religioni, hanno distrutto la cultura dell’impero del Mali, impero
paragonabile al Sacro Romano Impero. Confermo quindi questa mia considerazione,
e ritengo che vi sia una dimensione ideologica in quella mentalità.
Monica Di Sisto: ma, in
realtà, più che ideologica in senso filosofico, questa è una realtà molto
pragmatica, ...
Mario Morsillo: ma supportata
da una convinzione di fondo: la mia economia, - la mia cultura, la mia religione,
la mia identità - è valida per tutti!
Monica Di Sisto: però,
io vedo è che invece nell’aggregazione degli stati, per esempio nel gruppo
che sostiene il gruppo forte del WTO ci sono interessi contrapposti. Guardo
per esempio il caso del Giappone. Il Giappone in questo momento si è messo
di traverso rispetto ai nuovi investimenti. Eppure non si tratta di un’economia
completamente sovrapponibile - o filosoficamente sovrapponibile - a quella
statunitense, come non lo sono i due modelli di sviluppo, per tanti motivi:
per scelte politiche molto diverse, ad esempio in tema ambientale, in difesa
di alcuen coltivazioni o alcune modalità di pesca. Il problema è che, anzi,
non essendoci rapporti istituzionali fra i diversi stati le aggregazioni
sono come le aggregazioni temporanee di impresa. Per cui in un appalto le
aziende si trovano contrapposte, in un altro si trovano in società. Lo stesso
succede all’interno dei negoziati del WTO. Questa volta è successo che nessuno
dei deboli si è fatto comprare e si è potuta fermare la macchina. La realtà
triste è che di fronte al profitto immediato, molti di questi Paesi (di
cui alcuni si sono pentiti, altri hanno paura, altri stanno già subendo
gli attacchi nei rapporti bilaterali, stanno già cedendo di fronte agli
Stati Uniti e all’Europa, tema che richiama la funzione dell’Euro: non ci
sarà un’Euro diverso se non ci sarà una politica europea diversa) cedono.
E non ci può essere un’Europa diversa con questa Costituzione europea, che
a livello economico non ci consente di costruire un’Europa diversa. Le 150
pagine della nuova Costituzione europea, lettura noiosissima ma da fare
assolutamente, non ci mettono in condizione di avere ancora quel “primato
della civiltà” che noi, a partire dal Welfare pensavamo di avere. Quindi
quel conseguente ruolo di democratizzazione dei processi politici internazionali
che a livello teorico ci sarebbe ancora consentito dalle nostre Costituzioni
nazionali. La Costituzione europea è invece una sorta di deregulation, che
sta raggiungendo non un livello medio di confronto economico, ma un livello
minimo fra noi ed i Paesi dell’Est Europa. Economicamente in questo momento,
per il sistema dell’Euro non sarebbe sopportabile garantire lo stesso pacchetto
di diritti a tutti i cittadini dell’Est Europa.
Lorenzo Infante: ma anche
per il modello di sviluppo stesso. Non può essere adottato un modello di
sviluppo occidentale in un’economia orientale, ancorata alla ricchezza,
mentre le nostre economie sono ancora ancorate al Pil, al reddito.
Monica Di Sisto: Esattamente.
È fondamentale capire questo, perché così si capisce che in questo momento,
e in particolare sui sussidi all’agricoltura non si cede perché quei sussidi
sono proprio l’esca offerta a quei Paesi dell’Est Europa. Gli hanno detto,
cioè, che se volevano competere a livello internazionale non potevano fare
a meno dei sussidi che abbiamo noi. La Polonia, senza sussidi non compete,
e non entra nel mercato, che diventerebbe per essa una zavorra e non un
volano. Ecco perché io ho detto che bisogna ragionare in modo molto più
complesso di quello in cui abbiamo ragionato fin qui. Perché ci sono delle
compatibilità incrociate, che se devono tener conto delle esigenze di tutti
si può raggiungere solo un minimo comune denominatore. Allora è invece importante
che costi quel che costi, costi quel che costi, fare un ragionamento sui
diritti. Se riusciamo a fare un’alleanza forte fra cittadini, fra i cittadini
del Sud e dei diversi Sud - le periferie urbane non sono certo come il centro
delle città -. In Brasile ci sono intere classi di ricchi molto più sfacciate
e schifose dei nostri, e parliamo del Brasile che nel sud del mondo è un
Paese avanzatissimo, con alti gradi di istruzione diffusa, che fa le riforme,
ecc. Ma pensiamo al Messico, dove questa cultura non c’è, che è solo una
colonia statunitense, senza diritti, senza niente, e così in Bolivia e in
Colombia: hanno fatto tante storie sulla coltivazione di coca, ma che cosa
gli è stato offerto oltre la distruzione delle coltivazioni di coca fatta
con soldati, che hanno massacrato villaggi interi? In Afghanistan, e questo
è uno dei dati più interessanti, da quando sono entrati gli Americani e
noi e tutto il nostro apparato di civiltà a riportare l’ordine e la democrazia,
la coltivazione di oppio si è quintuplicata. Perché i Talebani, che erano
personaggi disgustosi, tuttavia avevano offerto all’economia interna dei
sistemi e dei meccanismi di scambio, protezionistici al massimo, chiusi
all’interno, completamente distrutti con l’arrivo della guerra, azzerati.
Le persone che si sono trovate senza alcun tipo di sostentamento si sono
rimesse a coltivare oppio, come facevano prima, e con la riapertura delle
frontiere arrivano le commesse estere. Come stanno provando a fare in Iraq.
La Bechtel afferma il suo diritto assoluto alla ricostruzione, e subappalta
le opere a suo vantaggio. Secondo voi, l’economia irakena, quella dei campicelli,
delle coltivazioni, del mercato, degli scambi interni, ha uno spazio, dopo
i bombardamenti? I tessuti di economia interna, i piccoli scambi, che sono
quelli che poi danno da mangiare alle persone, perché non è il Mc Donald’s
che dà da mangiare alle persone, perché il 70% dei lavoratori di questo
pianeta sono lavoratori agricoli. Questi sono indicatori macroeconomici
che sfuggono, ma nel momento in cui tu bombardi, impedisci gli spostament,
impedisci alle donne di andare al mercato senza saltare sulla mina, impedisci
di coltivare senza distruggersi, saltano le condutture dell’acqua, non c’è
irrigazione, la gente muore di fame. Poi arrivano i debiti, perché tu investi
ma quando arrivano gli investimenti esteri il Paese si indebita. Dobbiamo
ricominciare come le formiche, piano piano a capire ciò che ci circonda...
Giovanni Morsillo: ...è
un lavoro di lungo termine...
Monica di Sisto: ...ma
anche questo è un processo di lungo termine!...
Giovanni Morsillo: ...ma
io sono d’accordo a fare un lavoro di lungo termine; del resto se siamo
qui e lo stiamo facendo, vuol dire che ne abbiamo ragionato.